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Avevo due paia di mutande nello zaino

Photo credit: Irene Alcano

 

Pioveva.

Forte.

Quel 31 agosto pioveva forte.

“Ma come può piovere così forte il 31 agosto”? – mi domandavo in loop mentre cercavo di tirare giù dalla macchina la valigia senza bagnarmi quella gonna grigia a balze che nessuno aveva mai avuto il coraggio di dirmi che mi stava male e che io avevo deciso di mettere per prendere l’aereo.

“Ma come può piovere così forte il 31 agosto”? – mi domandavo in loop mentre cercavo di ricordarmi perché avessi deciso di prendere due aerei all’alba per andare in un posto in cui mi sarei fermata per un anno e di cui avevo visto solo qualche foto su Google.

Milano-Bruxelles-Porto.

I voli diretti sono per quelli che ce la fanno, mi dicevo.

Per quelli che sono pronti, mi ripetevo.

Per quelli che non hanno merda da lasciare nei vari aeroporti d’Europa, mi convincevo.

Io non ce la facevo.

Io non ero pronta.

Io avevo molta merda da lasciare in giro.

Gli scali decomprimono.

Hai tutte quelle ore per mangiare cibi che hanno tutti lo stesso sapore, spendere soldi in negozi che fanno schifo e annoiarti molto.

Milano-Bruxelles-Porto.

Otto ore di decompressione.

Arrivare là facendocela.

Ore 6,30: “A causa delle critiche condizioni climatiche il volo AZ231 partirà con qualche minuto di ritardo, ci scusiamo per il disagio”.

Qualche minuto, molto bene.

Tempo in più.

Faccio pure una telefonata, dai.

Ore 6,55: “A causa delle critiche condizioni climatiche il volo AZ231 partirà con qualche minuto di ritardo, ci scusiamo per il disagio”.

Ancora qualche minuto, bene.

E se poi perdo la coincidenza?

Ma va, dai, gli aerei non perdono mai le coincidenze. Cioè, mica sono i regionali Ravenna-Rimini.

Ore 7,15: “A causa delle critiche condizioni climatiche il volo AZ231 partirà con qualche minuto di ritardo, ci scusiamo per il disagio”.

Io alle 9 devo essere a Bruxelles.

Alle 9 non sarò mai a Bruxelles.

 

———

 

Il mio aereo è arrivato a Bruxelles alle 10,30.

Il piano perfetto “lascio merda in giro e arrivo facendocela” non ce l’ha fatta.

“Non si preoccupi, signorina. Capisco che sia stanca e un po’ arrabbiata per il ritardo che le ha fatto perdere la coincidenza ma arriverà a Porto. Questa sera alle 21. Prima dovrà fare un altro piccolo scalo a Madrid ma arriverà a Porto”.

Io non mi ricordo mica la faccia di quella hostess con la voce accondiscendente che mi ha passato un fazzoletto che sapeva di menta e mi ha dato una caramella con la carta gialla.

Piangevo.

Forte.

Cazzo piangi?

Volevi decomprimerti?

Volevi infestare gli aeroporti di mezza Europa con la tua merda?

Volevi arrivare dopo tante ore?

Hai avuto quello che volevi.

Cazzo piangi?

“Sa, è che sono preoccupata per la mia valigia. Devo stare via per un anno. Ho tutto in quella valigia. Come faccio senza valigia? Nello zaino ho messo due paia di mutande, perché non si sa mai. Ma come faccio se mi perdete la valigia”?

Quello è stato l’unico ragionamento che sono riuscita a fare tra un singhiozzo e l’altro.

La valigia.

Le mutande.

La valigia che conteneva un anno.

Le mutande che avevo messo nello zaino perché non si sa mai.

“La sua valigia la seguirà. Farà gli scali come lei. Ma comunque ha fatto bene a mettersi due paia di mutande nello zaino, perché ha ragione, non si sa mai”.

Non si sa mai.

Quella frase che dici sempre quando pensi di sapere tutto.

Quando credi di sapere tutto.

Quando speri che non ci sarà niente che non saprai.

Perché hai un piano perfetto.

E le mutande nello zaino sono solo la conferma che tutto andrà come sai.

Come deve.

Come vuoi.

 

 

Mi sono chiusa nel bagno dell’aeroporto di Bruxelles.
Ho attaccato la borsa all’appendino.
Mi sono tolta gli stivali.
E mi sono cambiata le mutande.

 

 

Mi sono chiusa nel bagno dell’aeroporto di Madrid.

Ho attaccato la borsa all’appendino.
Mi sono tolta gli stivali.
E mi sono cambiata le mutande.

 

Sono arrivata a Porto alle 21.

Con il sole che tramontava.

Senza più piani perfetti.

Senza più mutande nello zaino.

E, per la prima volta dopo molto tempo, andava bene così.

 

 

 

 

Irene Alcano è milanese, bionda, lavora in un’agenzia di comunicazione, dorme poco, scrive molto. Ha un blog, Non farmi soffrire le pene. La potete trovare su Twitter