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Lettera aperta al mio assalitore

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Non so perché ti scrivo questa lettera, forse perché mi sembra un gesto che mi permette di trarre qualcosa di costruttivo da un’azione violenta e distruttiva come la tua. Ti scrivo per dirti che ti odio. Ti scrivo per dirti che se anche mi hai presa, non mi avrai mai. Ti scrivo per dirti che se anche non ci può essere giustizia per le persone come me in terra, il dio in cui tu professi di credere farà giustizia quando passerai all’altro mondo, ed io stapperò una bottiglia di vino buono per brindare. Ti scrivo per non ammazzarti. Ti scrivo per salvare una parte di me. Ti scrivo per commemorare la morte di una parte di me. Ti scrivo per dirti che non siamo tutte vittime, e che io starò bene. Ti scrivo per dirti che se adesso ancora piango ripensando a quanto è successo, questo non mi definisce come persona, e non mi rende una debole.

Scrivo a te per non scrivere a tutte le donne, ragazze e bambine molestate dalle persone di cui si fidavano o da quelle che non avevano mai visto, a tutte le donne che non hanno saputo tenerselo dentro e a tutte quelle che non sono mai riuscite a tirarlo fuori. Sono – siamo – troppe, siamo tutte, e io non ho parole abbastanza alte, abbastanza nobili che possano alleviare il loro dolore, il loro rammarico o il loro disprezzo. Ho realizzato che quello che è successo sabato sera è stato solo l’episodio più grave di una serie di episodi che sono iniziati, per me, quando avevo quindici anni. Ho pensato che adesso anche io ero “dall’altra parte”, e ho realizzato che non esiste quest’altra parte, perché le donne vengono umiliate, picchiate, molestate, stuprate a prescindere dalla loro età, nazionalità, religione, orientamento sessuale. Questo è lo scotto che tutte le donne pagano in quanto tali su questa terra, il prezzo che pagano dipende solo dalla (s)fortuna che hanno.

Nulla mi ferisce di più che pensare a tutte le donne a cui hai fatto del male e a come si possono sentire, mentre tu continui ignaro e felice per la tua strada. Se anche questa lettera tu non dovessi leggerla mai, io ho bisogno di scriverla per vomitare l’orrore che ho dentro. Ho bisogno di scriverla perché se anche non ho parole da offrire alle donne, ho comunque bisogno di trovarle, raggiungerle e sentirle, anche se rimarremo in silenzio. Ho bisogno di loro. Ho bisogno di fargli sapere che ci sono, che ancora esisto, e che possono farlo anche loro. Ho bisogno di poter dire: “Sono qui. Ho paura. Sono qui.”

Ho bisogno di scrivere perché finché scrivo sento, e finché sento non posso essere morta.

Scrivo a te perché sei tu ad aver abusato di me, tu, che sei uno nessuno centomila.

Ti scrivo la presente perché ho bisogno d’illudermi di poterti raggiungere. Ho bisogno di credere che tu possa capire ciò che mi hai fatto passare, così che tu forse possa cambiare. Voglio parlarti del desiderio di farti sentire piccolo, impotente, vulnerabile, vinto; come tu hai fatto sentire me.  Della violenza, quella più cieca e gretta. Quella che forse non avrei mai saputo di poter bramare, prima di te. Ho sognato per te tante morti. Ho provato eccitazione nell’immaginare il sangue schizzare dal collo, dalla pancia. Nella mia mente, mi sono accoccolata per vederlo fluire copioso dal tuo corpo, mentre piangevo lacrime di gioia. La violenza del mio desiderio di vendetta non si applicherà mai, per fortuna. Vive solo nelle mie parole, solo con queste sono davvero capace di ferirti, ammesso che ci riesca. Non sarei in grado di vivere con le conseguenze di un gesto simile, il che mi rincuora. Invece mi chiedo come tu possa vivere con le conseguenze delle tue azioni.

Voglio parlarti di quella sensazione repentina e terrificante che ti assale quando una persona ti vìola. Sentire il tuo corpo improvvisamente esposto e sottomesso al volere di qualcun altro, sentire lo iato, la separazione, il tuo essere che abbandona quel corpo perché non può più riconoscercisi dentro come faceva prima.

Per me non è tanto la sensazione di sentirsi sporca, eppure per ora non riesco a toccarmi. Sotto la doccia mi lavo velocemente, di servizio. Ogni tanto, quando sono seduta e magari neanche ci penso, il mio corpo ha uno scatto nervoso, incontrollato, scalcio una gamba. Allora ricordo. Ancora peggio quando all’improvviso ho la netta sensazione di sentire la tua mano tra le gambe, le dita che s’insinuano, cercano, spingono. Sento la pressione del tuo braccio sulla coscia, e devo rimanere a fissarla per qualche secondo, constatando che non c’è nulla, per calmarmi. Il mio corpo non è più quello di prima. All’apparenza nulla è cambiato: non ho iniziato a tagliarmi, non ho smesso di curare il mio aspetto. Eppure il mio bacino, che razionalmente so essere sopra le mie gambe e sotto la mia pancia, è come staccato, fluttuante qualche millimetro dietro o davanti a me. Come se le due parti del mio corpo fossero tenute insieme da una cicatrice.

Voglio dirti un’ultima cosa: tutte le cicatrici si rimarginano, alcune fino a sparire quasi del tutto. E lo farà anche la mia. Ci metterà del tempo, ma io troverò il modo di farlo funzionare. Troverò un modo di reimpossessarmi del mio nuovo corpo, che resta e resterà sempre mio. Lo amerò come tu non capirai mai, e non c’è lettera che tenga.

Questo è tutto ciò che volevo dirti, P.

Ah no aspetta, c’è anche questo: crepa.

 

Alle donne voglio solo dire: non c’è un modo sbagliato di avere un corpo, e non c’è un modo sbagliato di affrontare queste situazioni. Non è mai colpa vostra, non dovete chiedere scusa, non dovete pensare che avreste potuto evitare se solo vi foste coperte di più.

Voglio che abbiate una testimonianza, magari non condivisibile ma sincera, da pare di una persona che ha vissuto qualcosa di simile a voi, che vi sente, che vi vede e che ha fiducia nelle vostre infinite e celate risorse. Che spera di farvi sentire meno sole e più amate. Che è fiera di tutte le donne che combattono come sanno e possono. Grazie di esserci per me come io voglio esserci per voi, con le mie parole e con le mie azioni. Tutto il coraggio che ho lo devo a voi, e spero di potervene restituire almeno un po’. Vi voglio bene.

Con amore, sempre,

Marta

 

 

 

 

Marta Conte è romana, ha venticinque anni ed è bionda naturale. Fa l’attrice quando le danno l’occasione. Non è ancora morta.