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Sono vasta, contengo moltitudini

Finalmente, dopo un mese di rabbia e lacrime, una storia piena di gioia. L’autonomia del corpo di una donna è sempre una conquista; ma questa settimana Valeria Nicoletti vince tutto.

Avanti con la bellezza.

Ho scoperto di essere incinta nel bagno del mio appartamento di Los Angeles, un bagno luminoso e caldo, in cui avevo messo piede da appena dieci giorni. Ero in America da pochissimo, partita alla volta della California da Parigi. Al momento di fare le valigie qualcosa mi diceva che avrei viaggiato in compagnia, ma ho preferito mettere i sospetti a tacere. Sì, no, non adesso, forse, perché no. No. Ero in California da qualche giorno, ultima arrivata nella redazione di un giornale dove avrei dovuto passare tre mesi. M’ero detta: “È l’ultima volta che parto, è l’ultima volta che lascio tutto per tre mesi”. L’ultima volta che mi sarei sottoposta all’ennesima dose di adrenalina, all’ennesima intossicazione di solitudine. Non sapevo di avere ragione. Non sapevo che non sarei mai più stata sola.

A metà ottobre la San Gabriel Valley è in festa per Halloween e inondata da una folata disumana di vento caldo. Quel sabato mattina avevo deciso di andare a Pasadena. Senza auto ci vogliono almeno due ore: un tempo infinito in trappola nei fantomatici mezzi pubblici che qui non prende quasi nessuno. Dopo una giornata sfiancante su e giù per la città, facendo finta di appassionarmi alle gallerie di arte contemporanea o ai concertini dei musicisti di strada per ignorare il caldo asfissiante, con una mano sul bassoventre in subbuglio e l’altra sul cuore mi sono detta che avrei dovuto verificare una volta per tutte la questione, se non altro per un fatto di umanità.

Tornata a casa ho preso la bici e sono andata al supermercato più vicino. Ho messo nel carrello una confezione da otto di yogurt, una bottiglia d’acqua da tre litri, i dischetti di cotone, un test di gravidanza sicuro al 99 per cento con risposta elettronica. Ho accuratamente disposto tutto sul nastro, dissimulando il più possibile il test. Chissà poi perché. Non avrei mai più rivisto quel cassiere, quel supermercato e, chissà, forse nemmeno la California. Per prendersi una rivincita, il cassiere ha passato tutti gli articoli lasciando per ultimo il test. L’ha preso in mano, come se volesse mostrarlo ai clienti in attesa dietro di me, e poi ha urlato: “Anche questo, allora?”.

“Non bere per almeno dodici ore, o dalla sera precedente”, c’era scritto sul foglietto illustrativo. Ho chiuso tutte le finestre per impedire al caldo di entrare, ho acceso l’aria condizionata, ho preso un libro di Joan Didion leggendolo dall’inizio alla fine e mi sono addormentata a fatica, sognando, a ripetizione, di alzarmi e bere un bicchiere di latte ghiacciato. Una volta sveglia ci ho messo un po’ a realizzare che no, non avevo fatto colazione e che sì, potevo ancora fare il test. Con la gola in fiamme sono corsa a frugare nello zaino e, accovacciata sulla tazza del mio nuovissimo bagno californiano, ho scorto un inequivocabile YES + comparire sul display.

Sono tornata a Parigi dopo due giorni. In apnea emotiva. Non sapevo come muovermi. Posso passare sotto il metal detector? E se la valigia è troppo pesante? E il salmone affumicato lo posso mangiare? Nel viaggio di andata, m’ero concessa due bicchieri di champagne in solitaria per festeggiare la mia dipartita oltreoceano. Nel viaggio di ritorno, mi sono moderatamente limitata a una bottiglia d’acqua minerale, straccetti di pollo e riso in bianco.

Dopo la prima ecografia, dopo l’annuncio sottovoce agli amici e ai parenti più stretti, la mia vita ha preso un’altra direzione. Sono ufficialmente incinta. Una calma destabilizzante ha iniziato a invadermi giorno dopo giorno. Dopo mesi di traslochi, carte freccia, regionali, aeroporti, domicili temporanei, ho aperto le valigie e ho sistemato tutti i miei vestiti nell’armadio. Ho messo ordine tra i miei libri. Ho svuotato lo zaino che per gli ultimi dodici mesi mi aveva seguito a Padova, a Milano, nel Basso Salento, in Grecia, in Francia, in Portogallo e negli Stati Uniti, e ho iniziato a utilizzarlo felicemente soltanto per fare la spesa al mercato. Io che fuggivo il sonno, dormo per ore il pomeriggio e la mattina non mi sveglio prima delle dieci. Mi sono ritirata in un bozzolo caldo e silenzioso, io e un altro esserino, che si è fatto largo senza permesso nella mia esistenza. Per mesi, il picco di vivacità dei miei fine settimana è stato cantare Lucio Battisti davanti ai gatti e al cane, che mi guardavano perplessi sul divano. Vivevo al centro di un paradosso, cercando di conciliare i consigli di chi mi diceva “adesso è il momento di prenderti cura di te” e dell’altra scuola di pensiero che chiosava “ora tu non importi più a nessuno, il centro del mondo è qualcun altro”.

Una parte della mia famiglia e dei miei amici ha preso brutalmente le distanze. Al di là della taglia del reggiseno, decuplicata nel giro di un paio di settimane, tutto il resto del mio corpo è rimasto quasi invariato per i primi quattro mesi di gravidanza. Ho fatto fatica a rendermi conto del cambiamento che stava andando per conto suo, senza consultarmi. È come se tutto fosse cominciato nello sguardo delle persone che mi erano accanto. Non dimenticherò mai una traversata in bus, con una delle mie più care amiche, quasi interamente in silenzio, come se non avessimo più niente in comune, più niente da dirci. “Il fatto che tu sia incinta costringe le altre persone a delle domande che forse non hanno voglia di farsi”, mi ha detto una delle ultime volte che l’ho vista.

A pensarci bene, ero talmente annebbiata d’aver dimenticato che, in certe cucine, in certe case, in certi paesi dimenticati del Sud, non è permesso concepire fuori dal sacro vincolo del matrimonio. In una di queste cucine, davanti alla tv che gracchiava un quanto mai ridicolo Pomeriggio Cinque, qualcuno mi ha sussurrato all’orecchio di farla finita con una pastiglia e pensarci solo una volta avuta la fede al dito. Desideravo più d’ogni altra cosa una compagnia femminile accanto, qualcuna che non fosse semplicemente la cagnolina di casa o le protagoniste di Orange is the New Black con cui passavo le serate.

Ho seguito corsi di yoga, di canto prenatale, nella speranza di uno scampolo di solidarietà tra donne. Avevo bisogno di quella complicità spontanea, senza vergogne, senza pudori, come quella della mia coinquilina all’università che mi raccontava di quando si faceva lo shampoo sotto la doccia e restava con i capelli nel sedere per giorni o di quando il suo ragazzo veniva a trovarla e poi lei doveva correre ad asciugarsi gli slip con il phon. Qualcuno a cui poter raccontare senza vergogna di come il mio corpo abbia cominciato a sudare in maniera imbarazzante. Di come abbia perso la sensibilità dall’ombelico in giù e qualsiasi controllo sul mio diametro. Ridere perché a ogni colpo di tosse mi scappa la pipì, perché devo sedermi per lavarmi i denti altrimenti mi stanco, perché alzarsi dal letto necessita una coordinazione di movimenti non indifferente e ho talmente perso l’orientamento delle dimensioni della pancia che, a tavola, a volte mi ritrovo con il sugo sui vestiti. Raccontare di quanto sia emotivamente vulnerabile e che, mentre l’anestesista mi spiegava l’andamento delle mie piastrine, mi sono venuti gli occhi lucidi al pensiero che stesse finalmente parlando di me. Di come spesso mi sia vergognata nel pensare di aver diritto a un trattamento di favore solo per il fatto di essere incinta. E poi, qualcuno a cui confidare d’aver accettato questa gravidanza mentre imparavo a convivere con i lati peggiori della persona che amo e del suo passato, da sola davanti allo specchio, chiedendomi quale fosse il mio limite e quanto lontano sapessi spingermi.

Ho incontrato negli anni donne che non sapevano cosa farsene della propria vita e vedevano nella gravidanza un’ancora di salvezza, una seconda opportunità. Ho avuto paura di far parte della suddetta schiera. Poi ho scoperto che i miei dubbi avevano una sola origine: il mondo esterno.

Dentro di me sono terribilmente spaventata ma anche vergognosamente felice.

Ho iniziato a cercare la solitudine, il silenzio. Per un po’ di tempo ho anche smesso di ascoltare la musica. Nonostante lo sconforto periodico, mi sono sentita riconoscente, grata, fortunata per la tranquilla solitudine con cui ho potuto gestire le beghe burocratiche, le visite mediche, l’alimentazione, l’impiego del mio tempo, per non essere obbligata a sorridere davanti a consigli non richiesti e accettare suggerimenti infelici, per non dover soccombere davanti a superstizioni improbabili. La pancia continua a crescere e sono contenta di non doverla giustificare, spiegare, raccontare. Di potermene stare tranquilla sul divano, piangere e ridere e dormire e contraddirmi ogni volta che mi va. D’altronde, sono vasta, mi ripeto, contengo moltitudini. L’ombelico si appiana, la pelle comincia a tirare.

Poi, un giorno, ha cominciato a muoversi. Non saprei dire come si fa, per riuscire a riconoscerne il primo battito dall’ordinaria attività intestinale. Ma è lì, si capisce subito, si comincia quasi a dialogare, a vederlo, a immaginarlo.

Dopo sette mesi di gravidanza spensierata, sono finita in ospedale per minaccia di parto prematuro. Terzo piano della maternità del centro ospedaliero Lariboisière, a Barbès, Parigi. Quattro lunghissimi giorni di sorveglianza continua, purè dalle sfumature poco incoraggianti e, in sottofondo, i dialoghi delle telenovelas che la mia vicina di letto ha continuato a somministrarmi ininterrottamente, senza pietà. Quattro lunghissimi giorni di contrazioni anticipate e insonnia. Di mani sulla pancia per captare anche il minimo movimento, per essere sicura che tutto fosse ancora lì. Quattro giorni finiti con il permesso di lasciare il reparto a condizione di rispettare un riposo assoluto, con passeggiate non più lunghe di venti minuti, il divieto di prendere qualsiasi mezzo di trasporto se non il taxi in condizioni di estrema necessità, restare seduta o, ancora meglio, distesa, per la maggior parte della giornata. Dopo anni passati a convincere mia madre a prendere una donna delle pulizie, a prenderla in giro per la sua testardaggine, per il capriccio di non voler cedere lo scettro di padrona di casa, alla notizia che il mio compagno ne aveva ingaggiata una senza dirmelo, mi sono opposta con tutte le mie, scarne, forze senza sapere neanche io perché e poi ho capitolato in lacrime. Certi difetti atavici devono essere ereditari.

Sono nel mio appartamento, a Montmartre. Esco di rado, vista la ripidità del quartiere che non consente itinerari orizzontali, e parlo ancora meno, direbbe qualcuno. Annego nei libri e ho imparato a riconoscere e ad apprezzare tutte le sfumature della parola ‘attesa’. Sarà il magnesio, la valanga di rimedi omeopatici consigliati dalla ginecologa o la forza di gravità che mi costringe ad allungarmi e dormire, ma ho conservato un’attitudine insospettabilmente calma e nessuno dei vecchi fantasmi è tornato a farmi visita. E, dopo aver memorizzato l’intera anatomia umana in francese, ho fatto finalmente pace anche con la mia vita in Francia e sono contenta di essere a Parigi. Della disponibilità degli asili nido. Della rieducazione del perineo. Delle riunioni d’informazione ogni mese. Della burocrazia, ostica ma alla fine efficace. Di questa lontananza, da tutto e da tutti, difficile e necessaria. Dei pomeriggi oziosi, di disoccupazione coatta. Di questa solitudine imbevuta di immaginazione, di sogni e di progetti che forse non si realizzeranno più. E, in ultimo, delle ostetriche che di certo non la mandano a dire. Proprio come la mia: “Fai subito il riconoscimento anticipato, così se durante il parto qualcosa va storto, almeno gli resta il papà”.

Poscritto dell’autrice: “Émile è nato il 31 maggio 2016, stravolgendoci la vita e rendendoci stupidamente felici.”


Valeria Nicoletti nasce in provincia di Lecce nel 1987. Ha vissuto tra l’Italia, la Francia e gli Stati Uniti, lavorando in redazioni, uffici stampa e non solo. Ha scritto per OggiViaggi, Q Code Magazine, Che Fare, Doppiozero, Il Fatto Quotidiano, Lettera43 e anche su carta, sulle tante riviste locali salentine. Tutto quello che scrive, vede, scopre è sul suo sito. La trovate anche su Twitter.