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Varechina

Rules of attraction

 

Te lo racconto io com’è andata. Non stare a sentire quello che ti dicevano mentre aspettavi l’autobus per tornare a casa dal Liceo. Fidati. È una storia completamente diversa, secondo me un po’ più noiosa.

È normale che ti sia stata raccontata in modo diverso, era il 1998 e c’era poco da fare. Passavamo il nostro tempo seduti sui gradini del Tabacchino, guardandoci i pantaloni a zampa consumati sul fondo, chiacchierando sui Fugazi e non capendone un cazzo. Credo che quell’anno mi fossi pure obbligata ad ascoltare solo la roba Touch and Go, sforzandomi di sentire robe che – diciamoci la verità – non capivo e mi annoiavano nella maggior parte dei casi.

Però era l’unico modo perché un tipo alto un metro e quaranta coi capelli lunghi alle spalle e un codino unto mi notasse. Perché a sedici anni le cose le fai sempre per un tipo: smettere di farti comprare da tua madre i reggiseni criss/cross che ti fanno le tette a punta e non nel modo carino anni ‘50, tingerti i capelli verde militare, rasarti completamente la figa. Non importa chi sia il tipo, sono sicura che la tua cotta dei sedici anni te la ricordi vagamente anche ora, vero?

Ti dicevo, quell’anno ascoltavo della gran roba. Mi vestivo di merda e uscivo in piazzetta. Qualche pomeriggio noioso, di quelli passati a fumare Diana Blu a duemila lire e a discutere del nano di cui sopra, folle di amore autoreferenziale, conobbi uno che la settimana prima si era limonato la mia migliore amica, uno a caso, con la polo e il maglioncino lilla di cotone legato sulle spalle, la testa che puzzava di gel Prokrin e con i parenti che si salutavano coi miei genitori fuori dal supermercato di paese. Mi ricordo solo il nome, perché è stata la mia prima volta e perché aveva l’uccello ad uncino. Sembra assurdo come abbia cancellato tutto il resto. Non mi spiego come – anche sforzandomi – non mi appaia la faccia ma solo questi capelli cortissimi pieni di gel e questo pisello storto. Questo non c’era nella versione che sapevi tu? Il gel, dico.

In ogni caso ero innamorata del piccoletto che ordinava i dischi dall’America e invece mi misi insieme con questo vago ricordo di borgata con la testa appiccicosa. È inutile che stia a spiegarti il perché, era una roba da sedicenni, tipo non mi vuole il rocker e allora mi prendo il fighetto. Lo senti come è imbarazzante dirlo ad alta voce? Ora mi vergogno di cose del genere, ma ai tempi avevo tanti altri motivi per farlo, come diverse magliette su cui avevo fatto dei decori con la varechina. E quelle, quando rispuntano fuori ad ogni trasloco, mi imbarazzano ancora di più.

Dov’ero arrivata? Giusto, Capitan Uncino. Aveva 22 anni e un motorino alla moda. A 22 anni aveva il motorino alla moda e non la macchina: cose che capisci solo dopo, altrimenti non è che saresti mai andata con uno sfigato del genere. Però bevevo dalla bottiglia il Martini Bianco e la cosa più importante al mondo era sedersi nei posti sul fondo dell’autobus. Mi sembra chiaro che la mia capacità di giudizio non fosse particolarmente sviluppata. Non ricordo i passaggi, sta di fatto che dopo un po’ di mesi il tipo viene da me e mi dice, facendomi accendere la Diana Blu: ti amo.

Ridi, sì, ridi pure ora. Ai tempi io ci ho creduto e siccome non l’amavo ho pensato che per ringraziarlo ci dovessi andare a letto. Dio santo, nei film funzionava così: uno ti dice ti amo e poi la scena dopo siete come un trito per il soffitto, distrutti e mischiati. Se fossi stata innamorata anche io non l’avrei fatto, probabilmente. Ma dovevo dargli qualcosa in cambio. Almeno perché con i soldi che mi dava mamma ci compravo poche sigarette e quindi, nei pomeriggi in piazzetta, finiva che fumavo le sue.

Va bene, va bene: 22 anni e faceva i pomeriggi in piazzetta con un branco di adolescenti mal depilate.

Sfigato.

E io la prima volta l’ho data ad uno sfigato.

Sempre meglio che a un parente stretto, eccheccazzo.

Aggiungici che il mio grande amore che aveva organizzato il concerto di Nina Nastasia non mi voleva. Mi schifava proprio e secondo me in qualche periodo ha pure avuto un po’ di paura. Hai mai visto bene i miei occhi? Ho due robe che mi hanno piazzato in mezzo alla faccia dopo averle prese da qualche carro di carnevale di Viareggio. Ma non proporzionalmente, in misura originale: due metri e mezzo di carta pesta allucinata che ti fissa. Io quando sono innamorata fisso la gente. Non ti levo gli occhi di dosso, sgranandoli in modo allucinato.

Dunque, dicevamo. Sapevi che uscivo con Capitan Uncino, no? Bene, un pomeriggio arriva col suo motorino appena lavato e mi chiede di andare a fare un giro. Salgo e ci muoviamo verso le campagne. Io in campagna ci andavo anche a limonare. Perché baciarsi era un’estenuante, lunghissima lotta di lingue che ti consumava la mascella e uno sfregamento sopra i vestiti che poteva durare ore. Alla fine ti ritrovavi la faccia dolorante e ustioni di primo grado da contatto sulle tette e sulla patata a furia di strusciarti con addosso i jeans Melting Pot. Arriviamo in questo boschetto e lui stende una coperta per terra. Bene, facciamolo. Mi ha detto ti amo, mi sembra il minimo. E poi lo tira fuori. Non l’avevo mica mai visto. Giuro. Non lo sapevi, vero? Tira fuori questa roba stranissima, una specie di parentesi graffa di carne e mi ci poggia sopra la mano. Io la tengo là ferma, come quando tocchi un cane per la prima volta e non sai se ti vuole mordere o meno. Poi mi leva la maglietta e avevo questo reggiseno Cacharel che poi non ho mai più messo, perché mi ricordava tutto quel pomeriggio strano. (Quando mia madre mi chiese perché non lo mettessi più le risposi che mi dava noia il ferretto. Dal giorno, passati più di quindici anni, continua ad ammonirmi quando mi vede indossare qualcosa col sostegno in ferro: quella roba ti da fastidio, non capisco perché ti ostini a comprarla.) Poi mi leva i jeans e le mutande e là mi ricordo che mi sono vergognata un sacco. Tantissimo, davvero. Ancora adesso, a ricordarlo, mi pare brutto e non so da che parte guardare. E poi, ancora con la sua polo e i suoi jeans vagamente calati, prova a far sesso con me. Solo che aveva questa roba veramente storta. Come spiegartelo: un wurstel tedesco di quelli arrotolati? Un boomerang, tipo. E quindi riesce giusto a metterlo là per un paio di secondi, forse. Forse mezzo minuto, ma neppure. Poi inizia ad ansimare fortissimo, si allontana e viene. Mi guarda con un sorriso languido e mi dice: non volevo metterti incinta. Io lo fisso e alzo le spalle, mi rivesto veloce e piego la coperta.

– Torniamo in piazzetta?

Mi riporta e mi viene da vomitare, giuro. Penso che non ho manco fumato una sigaretta dopo e che nei film questa cosa si fa sempre. Prova ad abbracciarmi e gli dico di smetterla altrimenti avrebbero capito tutti. Poi mi ricordo che sono innamorata del piccoletto che suona.

 

Il giorno dopo non risposi alle chiamate di Pisello di maiale e due giorni dopo mi feci trovare che limonavo peso con uno dei suoi amici. Ed è per questo che nella tua versione dei fatti faccio la figura della troia di paese, perché lui ci rimase malissimo e ebbe una paura fottuta che io andassi in giro a raccontare del suo robo strano.

Io invece non lo volevo più, non volevo né lui né il mio reggiseno coi fiorellini Cacharel, per cui tornai a scuola a fissare il ragazzino che ascoltava un sacco di musica. Per dei mesi, per degli anni. Sospirando ogni volta che tirava fuori il walkman e imparando a memoria il primo disco dei Mogwai.

Hai capito ora come è andata? La mia prima volta è andata in questo modo triste e ho dimenticato come fosse la sua faccia. Ho provato a distrarmi, a bere un sacco di Martini Bianco dalla bottiglia e a farmi le prime canne. In ogni caso finivo sempre per vomitare. Avrò vomitato migliaia di volte dai 15 ai 20 anni. Credo che sia la cosa che abbia fatto con più regolarità ed applicazione. Perché pure il mio grande ed eterno amore che ascoltava i Karate, ogni tanto, me lo dimenticavo. Mi distraevo con altre cose, mi compravo un paio di Doctor Martens, mi mettevo le lenti a contatto invertendo le diottrie degli occhi. Queste cose qua.

Ogni tanto, durante quel periodo, succedeva qualcosa di fondamentale per me, cose che le mie amiche se le sentivano raccontare per dei mesi. Sicuramente anche a te avrò tediato le palle con la storia del cinema. Dai, quella storia per cui ho tenuto il biglietto incollato sulla parete per almeno due o tre anni e ci avevo fatto la cornice con la corda del mio basso. Sì, lo so. Imbarazzante. Assolutamente. Successe che una sera mi chiese di andare al cinema con lui, così, dal nulla. Sì, Lui, il bassetto che ascoltava le band strane. E io stavo facendo, proprio mentre mi chiamò sul mio C25piccololleggeroddualband, un’altra di quelle oscene robe con la varechina e gli elastici. Avevo le mani fino al gomito in quella roba gialla e vagamente vischiosa. Una puzza di vecchia ricoverata spesso in ospedale che non ti dico. Lasciai tutto per correre da lui. Andammo a vedere questo film, che era proprio bello. Ma non ne vidi più di mezzora. Il resto del tempo lo passai in paranoia per l’odore di varechina che mi sentivo sulle mani.

E iniziai a sudare, tantissimo. Sudo sempre in queste occasioni, quando mi sembra di puzzare. Anche se sono appena uscita dalla doccia. Se penso di poter puzzare inizio a grondare. Quindi rimasi due ore ferma, con le braccia strettissime e le mani sotto il culo. Senza dire una parola. Rigida, pallida, agitatissima. Il film finì, ed era stato davvero bello. Uscimmo fuori dalla sala e continuai a tenermi a due metri di distanza almeno.

Mi sentivo uno schifo: sentivo di puzzare come mio nonno quando era morto ed era diventato all’improvviso uno scheletro che non fumava più e non faceva più quello scherzo idiota di far finta di rubarti il naso. Aprì lo sportello della macchina, lui era più grande e aveva la patente da almeno due settimane e, sempre in silenzio, mi riportò verso casa.

Il resto lo sai, no? Pensavo di avertelo raccontato un sacco di volte. In ogni caso. Mancava circa metà strada ad arrivare a casa. Fissai per un minuto il cambio e il freno a mano. Avrei potuto tirarlo, farci finire fuori strada e salvarlo. A quel punto mi avrebbe amato per sempre, essendo in debito della sua intera esistenza. Decisamente troppo malato anche per me. Per cui decisi di fare una cosa ancora più stupida:

– Io. Io..ehm. Io ti amo.

Non cambiò nemmeno marcia, non contrasse neanche i muscoli del collo o si grattò un’orecchia in modo imbarazzato. Nulla. Si girò e mi disse:

– Sei una buona amica, sai?

 

Oggi, che sono passati davvero tantissimi anni, mi chiedo ancora perché non avessi aspettato di esser sotto casa. Non riesco a capire perché mi sia venuto in mente di regalarmi questa bella umiliazione impacchettata a metà strada. Gli ultimi 5 km furono terribili. Una spiegazione perfetta per la teoria della relatività. Lo spazio e il tempo si allungarono tanto da perdere ogni misura, fino a diventare una sorta di zuppa di lacrime trattenute a stento.

Per cui, ora lo sai. Non sono una troia, sono solo molto molto molto sfigata.

 

 

Ambra Porcedda (Cagliari, 1982), laureata in Scienze Politiche a Siena e un Master in Comunicazione e Finanza a Milano. Ha collaborato con diverse webzines, riviste musicali e band indie italiane. Dopo aver vissuto tra Irlanda e Inghilterra, oggi si divide tra la Sardegna e Bologna, quando capita.  Ha pubblicato da poco la raccolta di racconti “Bestiario di vite disgraziate” (bébert edizioni).