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Tutte le case in cui non abito

Photo credit: https://twitter.com/RubyBlueLu - http://www.flickr.com/photos/lunaz/

 

Mi sono trasferita in Lussemburgo il 1 dicembre 2012. Non è stato un trasloco programmato: l’ottobre precedente mi hanno offerto un lavoro e io ho deciso di accettare (“con i tempi che corrono”). Di alternative, vista la situazione in Italia, non ne avevo. Ma avevo una casa. Era la casa che era stata di mia nonna, che alla sua morte era diventata di mio padre che, a sua volta, mi aveva consigliato di abitarci, invece di pagare un affitto tanto caro quanto inutile. L’avevamo risistemata insieme, durante l’estate. Svuotati gli armadi, staccati i crocefissi, impacchettati i servizi da caffè, avevamo rimosso con meticolosità ogni traccia della vita dei miei nonni e, poi, con altrettanta meticolosità, avevamo iniziato a innestare pezzi della mia, di vita, sperando che attecchissero.

 

 

Il trasloco in Lussemburgo è stato semplice: non sono serviti furgoni, solo una valigia capiente per contenere vestiti, scarpe, due macchine fotografiche, il portatile, qualche foto e un paio di libri. Trovare una camera è stato, invece, più complicato. Ci sono voluti tre mesi. La stanza che ho affittato nella Kunterbundt – così la chiamano i coinquilini – era arredata solamente con una libreria bianca. Un venerdì sera, dopo l’ufficio sono andata all’Ikea, ho comprato letto, materasso, comodino e sono tornata a casa. I mobili, chiusi in un furgone belga (perché se vuoi andare all’Ikea in Lussemburgo devi sconfinare in Belgio) sono arrivati mezz’ora dopo di me; con un sorriso in più ho convinto gli operai ad aiutarmi a trasportarli al piano e ho iniziato a montare il letto. Ci sarebbe voluto poco, se la sua struttura non mi fosse sembrata più pesante di quanto in realtà non fosse: in fondo era solo un letto per una camera in affitto, ma per me era anche la prova inconfutabile del fatto che, da quel momento in poi, il Lussemburgo sarebbe stato casa mia.

 

 

La casa dove abito ora è una casa in prestito: della mia camera possiedo solo quel letto, il materasso e il comodino. L’armadio era già lì, la scrivania l’ho recuperata dal garage e lo sgabello su cui siedo per scrivere viene dalla cantina. I miei oggetti sono rimasti quasi tutti in Italia. Ogni volta che torno a Milano aggiungo un tassello mancante per completare la casa dove avrei dovuto vivere. Ad aprile ho montato la tenda nella doccia; a giugno ho appeso i quadri in camera da letto; a luglio ho riempito gli scaffali della libreria con libri e cd. Lo scorso giugno sono tornata per il matrimonio di mio fratello, sono rimasta una settimana nella casa dove avrei dovuto vivere. La prima notte mi sono alzata e ho dovuto arrivare fino in corridoio prima di capire dove fossi. A Milano? In Lussemburgo? A casa dei miei? Da mia nonna? Ogni tanto, questo senso di spaesamento mi prende anche in Lussemburgo. Quando apro gli occhi non so mai esattamente dove mi trovo.

 

 

Così, nei primi tempi, a Milano e in Lussemburgo, il mio corpo aveva iniziato a inventare stratagemmi per ricreare una parvenza di sensazione di casa. A Milano riempivo ogni minuto libero con uscite, cene, pranzi, chiacchiere con tanti degli amici che volevo rivedere, toccare, abbracciare. In Lussemburgo, gli spazi lasciati vuoti da quegli stessi amici venivano sistematicamente riempiti dal cibo. Il vuoto provocato dall’assenza di ciò che mi era familiare doveva essere riempito, materialmente, da qualcosa.

 

 

Adesso, a 8 mesi dal trasloco, il mio corpo si sta abituando. O meglio: la mia mente ha imparato ad ascoltarlo e, quando il mio corpo implora di sentirsi pieno, la mia mente cerca di calmarlo. Ma questa forma d’irrequietezza e questo vuoto non sono una novità legata al Lussemburgo e ormai ho imparato a conviverci.

 

 

Nel 2007 ho vissuto in Nuova Zelanda: ero così spaesata, laggiù, che sono ingrassata di quasi 10 chili. Mangiavo per sentire dentro di me la pienezza di una casa che non trovavo, nemmeno nella bellezza del paesaggio neozelandese. Tornare non è mai stata la soluzione definitiva al problema: non è della mamma e della famiglia che ho bisogno, quando cerco una parvenza di casa. Tornare è sempre stato un concedermi una pausa, consapevole che a un certo punto mi sarei di nuovo alzata, per ripartire ancora.

 

 

A Forlì, nei quattro anni di università, la mia casa è stata la mia camera da letto, dove mi chiudevo per giornate intere, dove pranzavo, cenavo, dormivo e chiacchieravo, guardando film, con la mia coinquilina. Più grande del mio stomaco ma più piccola della città dove vivevo, era il mio spazio di sicurezza.

 

 

Nell’ultimo appartamento in cui ho abitato prima di trasferirmi in Lussemburgo, il mio spazio di sicurezza era un divano, un’isola su cui dormivo quando farlo nel mio letto mi sembrava impossibile. Grande o piccola, casa è sempre stata uno spazio fisico ben delimitato: un appartamento, una stanza, un letto, un divano. La mia pancia.

 

 

Ora che ho trent’anni, faccio i conti per la prima volta con questo senso di vuoto che scatena un bisogno pulsante di pienezza. Ci faccio i conti perché il senso di pienezza del divorare cibo senza fermarsi e senza farsi troppe domande non mi fa sentire più a casa di altri espedienti. Invece di assecondare quest’urgenza, cerco di capire cosa potrebbe alleviarla.

 

 

Corro: infilo le scarpe e traccio linee che congiungono il punto di partenza – la casa, anche se temporanea – a luoghi familiari o sconosciuti. Correre mi dà un senso di direzione: anche quando non so dove sto andando, so sempre che tornerò al punto iniziale; nel frattempo memorizzo strade, faccio attenzione a cartelli, traccio percorsi mentali e unisco a piccoli passi le città in cui corro, fino ad averne un’approssimativa mappa mentale.

 

Viaggio: non dico quasi mai di no a un invito, seguo percorsi di amici vecchi e nuovi, esploro le città con il loro passo, i loro occhi e le loro abitudini. Mi ospitano su futon, divani e letti condivisi; faccio colazione con loro, cammino i loro pavimenti a piedi scalzi e memorizzo la loro quotidianità. Quando me ne vado, prometto di tornare, fisso un altro punto sulla mia mappa mentale.

 

Ascolto: la voce di mia nipote al telefono, che cerca di capire dove sono; i battibecchi di mia madre e mio padre mentre si scambiano giornali e caffè nel soggiorno di una casa che è diventata uno spazio soltanto loro; l’intreccio di lingue attorno al tavolo della cucina della Kunterbundt, che tracciano linee sottili a collegare parole accomunate solo dalla necessità di creare un senso condiviso. Declino ogni sensazione e ogni pensiero in italiano, inglese e francese, per raggiungere le labbra e le orecchie di tutti i coinquilini. La mia mappa mentale si consuma, si definisce e si stropiccia tra fraintendimenti, silenzi e gesti, tesa com’è, a sospendere le parole in aria, a provare che alle volte possiamo anche farne a meno.

 

 

Nonostante tutto, il vuoto continua ad accompagnarmi. È un buco alla bocca dello stomaco. Qualche volta lo sento in gola, qualche volta in mezzo al petto, qualche volta sui polsi, tra le mani. In questi anni di vita sono stati pochi i momenti in cui si è rimarginato. Ho imparato che non posso colmarlo, nemmeno riempiendomi fino a scoppiare, non importa se di cibo, impegni o persone. In questi anni di vita, però, non avevo mai provato a rattopparlo, riducendo le distanze tra i punti che compongono il suo diametro con ago e filo. Punto dopo punto, sta prendendo forma sopra quel buco una toppa composta di tutti luoghi dove ho abitato, delle persone a cui sono legata, dei chilometri percorsi in cerca di una casa, o di una direzione.

 

Forse la mancanza di una casa, allora, non è solo un vuoto da colmare, ma un rammendo che ci si impegna a fare giorno per giorno, nel tentativo di coprire quello stesso vuoto, rendendolo più sopportabile, quasi invisibile.

 

 

A giudicare da quello che dice sua nipote, siccome Rachele Maggiolini ha una casa a Milano e una in Lussemburgo, deve essere necessariamente ricca. Ma non lo è. Lavora come traduttrice e nel tempo libero aggiorna la rivista online di viaggi NoBordersMagazine, oppure viaggia.