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Tu chiamala se vuoi integrazione

laRepubblicaMilano.it

La multiculturalità è una cosa bellissima, ma non tutti sanno accettarla e trarne benefici. Specie nei piccoli centri (ma non solo). Angela ci racconta di quella volta in cui partecipò con entusiasmo ad una celebrazione sikh e qualcuno non si risparmiò nelle lamentele.

È una splendida domenica di sole. Una domenica di sole di metà ottobre: classica giornata da “ottobrata romana”, se solo ci trovassimo a Roma. Invece siamo nella provincia di Latina, a metà strada tra Napoli e la Città Eterna, in quella che un tempo chiamavano Terra di Lavoro.

Oggi sono contenta. A parte perché è domenica e di domenica di solito mi impongo di non lavorare – sono una freelance e come tale non ho ferie né malattie, né domeniche né rossi sul calendario –  ma anche perché oggi nel mio paese si celebra la festa dei Sikh.

I Sikh, per chi non lo sapesse, sono devoti di una religione che viene dal Punjab. Sono riconoscibilissimi, per via del turbante che non tolgono mai, per i capelli e per la barba lunga. Sono anche, per la maggior parte, la principale comunità che coltiva le terre nel mio paese e nei campi dei paesi circostanti, se non dell’intera provincia, lavorando instancabilmente in ogni stagione dell’anno. A differenza delle numerose altre comunità che vivono qui però, quella Sikh ha il “privilegio” di poter festeggiare ogni anno un’importante cerimonia religiosa. Non so molto della loro religione, ma ho capito ormai da anni che è una giornata molto importante per loro, perché si radunano da ogni parte della zona e festeggiano in centinaia per le strade della città con balli, colori e profumi.

Per questo mi piace questa domenica. Perché i Sikh passeranno davanti casa mia e io, come ogni  anno, uscirò in strada ad ammirarli. Dietro le donne, nei loro abiti colorati, che camminano in gruppo assieme ai loro bambini; davanti gli uomini e poi il carro con il loro guru, al quale si avvicinano non prima di essersi tolti le scarpe. Camminano scalzi in strada, d’altronde la puliscono al passaggio del carro e cospargono petali di rosa lungo tutto il percorso; la musica è quella tipica dei film di Bollywood che io adoro e che mi fa venire tanta voglia di ballare, ma non lo faccio per non sembrare irriverente e irrispettosa. E poi c’è la frutta, che regalano ai passanti: in un attimo ti ritrovi con le mani stracolme di succhi di frutta, mele, banane e sacchettini di mandorle e anacardi. Insomma, un bello spettacolo per occhi, cuore e palato.

Durante il corteo, il mio pensiero fisso – anche se sarebbe meglio definirlo fesso –  è sempre lo stesso. Cioè: che bello. Che bello che almeno qui, nel mio paese, non è come in televisione, che l’integrazione non è solo un’idea ma una realtà, che la multiculturalità esiste, così come la convivenza pacifica tra comunità.
Il pensiero fesso cresce e si gonfia come una piccola rana della pioggia. Mi dico, sì è bello e io ne sono la prova vivente: io ci ho sempre creduto nella multiculturalità, anzi, io non me lo pongo proprio il problema di differenziare o isolare, perché per me vivere in una società-calderone è qualcosa di logico e naturale.
Mi piace conoscere e scoprire le altre culture, le tradizioni, le lingue, i pensieri. E mi piace che ci sia uno scambio di idee e credo che la multiculturalità sia una fortuna, perché ci pone tutti i giorni davanti a uno specchio e ci fa notare le differenze, arricchendoci.

In realtà non penso questo mentre passa la processione, diciamo che ormai è il mio concetto di default che tiro fuori ogni volta che mi trovo ad affrontare discorsi razzisti. Durante la processione dei Sikh apro semplicemente il cancello di casa e invito le donne a ripararsi dal sole – c’è sempre il sole durante le loro cerimonie – e loro puntualmente accettano senza problemi. Ci mettiamo lì, sulla soglia della porta di casa a guardare gli altri sfilare, mentre battiamo le mani e muoviamo la testa al ritmo della musica bollywodiana, tutte assieme.

Questa volta, poi, si è avvicinato un bambino con il suo particolare copricapo, ha preso una decina di brick di succo al mango – così dolci, così ipercalorici – e mi ha detto Tiè!, tieni. Altro che multiculturalità, altro che integrazione, questo è lo step successivo, sono le terze generazioni di immigrati che parlano come noi, pur mantenendo quelle che a loro sono più care: le radici.

La processione prosegue verso altre vie, io saluto le donne, chiudo il cancello e rientro in casa felice, positiva. Propositiva. Ho fatto qualche scatto durante la cerimonia, voglio postarle su Facebook e condividere con tutti questa mia emozione. Accedo alla pagina più social del mondo, ma scopro che qualcuno ci ha pensato prima di me. Con altri, orribili intenti.

C’è una foto, molto simile alla mia, ma presa da un’altra angolazione. E non sto parlando di spazio, bensì  di punto di vista. Si parla di questa festa, ma le parole ingannano, non sono gioviali. C’è scritto “rumore” e poi “fastidio”, addirittura “puzza”. Si lamentano di persone bloccate in macchina per mezz’ora in attesa che passasse il corteo, che non è improvvisato ma legalmente autorizzato e scortato da vigili e polizia. Si lamentano che quella sfilata così chiassosa ha impedito loro di fare il pisolino pomeridiano. Qualcuno subito approfitta dello spazio per buttarci in mezzo anche i “negri” e i “soldi che rubano”, più una serie di stereotipi che ormai da troppi anni leggo. E non solo leggo.

Lo stesso giorno, qualche ora più in là, sullo stesso percorso di petali di rose è passata la processione della Madonna. E ovviamente non c’è stata nessuna lamentela. A nessuna signora è stato turbato il sonno, nessuna via è stata bloccata, nessun percorso deviato, tutto perfetto, pacifico, religioso.

La premessa, a questo punto, è d’obbligo. Non sto facendo come i bambini piccoli alla Madonna sì e al Guru no. Non è una gara religiosa. Assolutamente no. Anzi. Generalmente io non faccio il tifo per nessuna divinità di nessun continente. Non sono credente, non lo sono mai stata. Da piccola ho fatto la comunione solo perché mi avevano spifferato che mi avrebbero fatto un sacco di regali (e così fu), ma poi all’età della cresima ho lasciato stare perché sentivo che stavo facendo qualcosa di cui non capivo il significato.
Io non credo, ma credo che ognuno sia libero di professare la propria religione. Religione che essendo parte del tuo essere, del tuo bagaglio culturale, devi inevitabilmente portarti dietro, come un qualcosa di indispensabile e necessario. Il Ventolin per l’asma dei credenti che hanno fame di fede.

E allora mi arrabbio e mi chiedo perché accanirci contro  l’Altro anche quando non fa nulla di male, se non coinvolgerci in qualcosa di bello e positivo. E mi arrabbio ancora di più perché proprio noi, italiani, i nostri santi e le nostre madonne li abbiamo messi nella valigia di cartone, quella con lo spago, e li abbiamo imbarcati secoli fa per portarli dall’altra parte dell’Oceano, in America, oppure un po’ più giù, al caldo del Venezuela o dell’Argentina, o ancora più vicino, in Germania, in Belgio, o più in là, in Australia.

Le risposte non me le so dare: se riuscissi a capire perché la gente è così ignorante forse non starei qui a scrivervi di quella domenica d’ottobre quando mi sono fatta il “sangue amaro” che nessun succo al mango è stato in grado di addolcire. Però ci penso, continuamente. Penso e temo. Ho paura che se non si trovi una risposta, una soluzione a tutto questo in tempi più veloci e nei modi più pacifici possibili, arriveremo ad un sovraccarico di odio e che prima o poi salterà tutto, come succede quando attacchi phon, forno e lavatrice. Un black-out di intolleranza dal quale neanche un barlume di speranza potrà salvarci.

Ps. Qualche mese  fa c’è stato il Columbus Day. Per capirci, è il giorno in cui in America si festeggia l’arrivo di Cristoforo Colombo. Un giorno di festa, soprattutto per la comunità italoamericana che si vanta di avere un connazionale così famoso da quelle parti.  Così si scende in strada, a Los Angeles come a New York, si festeggia, ci sono parate nelle principali città d’America. E tutti sono contenti.
Alla colonizzazione, ai conquistadores, agli schiavi neri importati dall’Africa, al genocidio di intere comunità indigene, a tutte queste cose qua non ci pensa nessuno. E non c’è nemmeno un pellerossa a scagliarci una freccia o a inveirci contro perché con la nostra parata stiamo bloccando il traffico. Tu chiamala se vuoi integrazione.

 


Angela Iannone è nata nel 1982, ma non l’aveva chiesto a nessuno. Da piccola voleva fare la giornalista, da grande si accontenterebbe di fare la giornalaia. Laureata in comunicazione, ha la fissa di dover sempre raccontare, con mezzi diversi, dalla penna alla chitarra, quello che le capita sotto gli occhi. Collabora con Blogo, La Voce di New York e con chiunque le chieda una storia. Su Twitter è @AngelinaGiolina.