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Tredici prime volte

Emmanuelle l'antivierge

 

Qualche volta una storia intera è troppo. Meglio sminuzzarla e ridurla in poltiglia per fare in modo che somigli il meno possibile agli ingredienti che la componevano in origine. Come un minestrone, o un frullato, o semplicemente come quei vecchi appartamenti costruiti in modo che da una stanza si entri in un’altra, e da questa in un’altra ancora, e poi ancora. In Argentina li chiamano “chorizo”, perché le stanze si infilano una dietro l’altra come le salsicce. Entro in questi racconti di prime volte come potrei entrare in una casa con molte stanze: senza stare troppo in nessuna, senza concentrarmi sui dettagli e ignorando a bella posta i divani, le sedie, i luoghi in cui sarebbe possibile fermarmi più di qualche minuto.

 

La prima volta che ho visto la mia casa avevo tre anni, era l’80 e i miei genitori abitavano in una baracca dal ’68. Bella, americana, funzionale nel suo genere. Avrei imparato che anche per le baracche, come per tutto il resto, c’è una gerarchia: quelle molto povere, quelle così così, quelle di buona qualità. Comunque, io fino ai tre anni non avevo mai visto una casa, nessuna meraviglia che quel gigante a quattro piani mi impressionasse. Fino a un attimo prima non volevo lasciare la mia baracca: in fondo chi ne sapeva qualcosa di quello che c’era fuori? Adesso però la casa mi piaceva, e il paese aveva un’aria incompiuta ma promettente. Basta, immagino che pensai da qualche parte nella mia testa, vada per la casa. Genitori, nonni, entriamo.

La prima volta che sono andata in ospedale è perché avevo succhiato a lungo l’incavo del braccio e ne era venuto fuori un bubbone. Il bubbone aveva cominciato a crescere, ma tutti noi ne avevamo ignorato l’esistenza. A me di lui non importava niente, la trovavo una presenza inutile nel mio corpo. Quando però aveva cominciato a sanguinare avevamo capito che dovevamo andare in ospedale. In ospedale ad agosto faceva molto caldo, ma le donne ricoverate erano molto gentili con me, mio padre mi aveva portato una Biancaneve di plastica e avevo tantissime camicie da notte da sfoggiare con le altre pazienti. La mia sfilata di camicie da notte ebbe molto successo, ricordo.

La prima volta che mi è nata una sorella aveva un nome che non le avevo dato io. Ho chiesto a nostra madre e a nostro padre spiegazioni sulla questione del nome, ma nessuno mi ha dato risposte. Mio padre era sdraiato su una panchina davanti all’ospedale e non parlava con nessuno. Mia sorella era malata, avrei capito dopo, e non era possibile giocarci insieme. Non giocare con lei era una grave tristezza, ma ero abituata a stare da sola.

La prima volta che mi sono toccata avevo in mano Emmanuelle l’Antivergine, best-seller erotico dell’epoca. A pagina 52, ero nuda sul tappeto. Ricordo di aver pensato che il libro era dotato di un grande potere.

La prima volta che ho baciato qualcuno lui ha pianto. Credo sia successo perché non era sicuro che l’avrei baciato anch’io, ma si sbagliava. Per molto tempo ci siamo piaciuti molto, e ci siamo baciati anche molto. Poi, non so cosa sia successo, forse il fatto di aver cominciato a giocare a Trivial Pursuit è stato l’inizio della fine.

Ho fatto l’amore con lui, la prima volta. Eravamo nel casolare della sua famiglia, in mezzo alla campagna. Al muro erano appesi gli attrezzi agricoli, e in mezzo alla stanza svettava un trattore. Le lenzuola pizzicavano, e il letto era scomodo, ma con quella persona mi sentivo una cosa sola. Avevo aspettato tanto tempo, perché sono una persona che fa le cose in modo ponderato. Ma dopo ho pianto lo stesso.

La prima volta che qualcuno mi ha chiesto se non ci saremmo lasciati mai, io ho risposto: No, mai. Certo. Mai. Solo che mentivo. E ho mentito anche la seconda, la terza e le successive.

La prima volta che mi sono tuffata da uno scoglio ero già grande. L’infanzia era passata, ma la mia conoscenza del mare era recente. L’uomo che era con me voleva tuffarsi, ma aveva paura e non si fidava né del mare né di se stesso. Anch’io avevo paura, ma volevo conoscere meglio sia lui che il mare. Mi sono tuffata per dimostrare un teorema.

La prima volta che ho fatto un colloquio di lavoro non sapevo esattamente che lavoro era. Solo tanto tempo dopo ho capito che ci sono lavori che ci somigliano solo in apparenza. Il mio esaminatore aveva una camicia gialla e una cravatta a fumetti. Apparteneva chiaramente, nonostante la cravatta, a un mondo di adulti che sanno tutto, che se la terra si sposta loro gli vanno dietro. Forse non era così, ma il brutto delle prime volte è che ti colpiscono senza darti il tempo di una risposta.

La prima volta che ho lavorato ho pensato: Questa è davvero la realtà? Non è male. Un po’ difficile, ma si può fare.

La prima volta sulla tangenziale Est di Roma ho pensato che il cielo era molto vicino e che con tutta quella luce potevo cadere, ma perdermi mai.

La prima volta che ho fatto il bagno in un lago avevo un grandissimo vestito a fiori. Non sapevo se immergermi, poi una mano mi ha spinto giù. Avevo paura dell’acqua al buio, avevo paura di toccare coi piedi creature minacciose. Sulla riva, c’era un uomo che mi piaceva, solo, seduto su una pietra. Anche se ero adulta, non avevo ancora imparato di chi avere paura.

Ho preso il primo treno per fuggire – sono dettagli da chi fuggivo, e da chi andavo, come una sedia di una stanza in cui sostiamo soltanto – il primo giorno di un anno di molti anni fa. Ero come un animale che deve trasformarsi in essere umano, e per questo ha bisogno di un nome. I tanti nomi che ho preso da quel giorno in poi, me li ricordo tutti, perché mi servono.

La prima volta che qualcuno mi ha spezzato il cuore tutte le cellule di cui sono fatta hanno cambiato forma, consistenza e colore. Sono cambiate la voce e la postura, si sono bloccati i canali che spingevano l’energia verso l’esterno. Sono stata ferma per molto tempo, e stando ferma ho imparato il silenzio, e nel silenzio altre voci hanno preso il posto della mia. Ho imparato che la gioia atroce del silenzio è la prima cosa che devi imparare, qualunque cosa succeda.

 

 

Marilena Renda è nata a Erice, ha vissuto a Roma e Palermo e vive (per il momento definitivamente) a Milano, dove insegna, scrive e traduce. È laureata in Lingue e ha conseguito un dottorato in Italianistica con una tesi su ebraismo e letteratura nel ‘900. Ha scritto e pubblicato in rivista e volume saggi su Giorgio Bassani, Primo Levi, Anna Maria Ortese, Jolanda Insana e Amelia Rosselli. Nel 2010 è uscita per Gaffi la monografia Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano e nel 2012 per dot.com press il poema “Ruggine”. Collabora a doppiozero, Alfabeta2 e Bookdetector.