Crea sito

Hanno scritto il mio numero di cellulare su un traghetto

 

C’è stato un periodo della mia vita in cui il mio telefonino è stato bollente. Una linea calda, caldissima. Notte e giorno, festivi e feriali.

 

Era un periodo in cui credevo nel concetto sopravvalutato e molto anni ’80 di fare carriera e con eccezionale tenacia davo il meglio di me nei miei quattro lavori: redazione di articoli per le pagine di un settimanale regionale, ufficio stampa di eventi culturali, scrittura e conduzione di programmi radiofonici, editing e correzione bozze per un’agenzia letteraria che sta ancora scontando i miei anatemi.

Soldi? Zero. Non pochi, non pochissimi, non gettone di presenza, proprio zero. Neanche un accredito stampa decente, ché almeno ci fai un aperitivo gratis di tutto rispetto. E dire che di accrediti fruttuosi ce n’erano stati nei miei primi anni da collaboratrice di giornali. Ma la crisi aveva sensibilmente ridotto i benefits per la classe operaia della penna, e tutti noi redattori e giornalisti ci ritrovavamo a rimpiangere le forniture di cancelleria con il marchio della Provincia o della Regione.

Ad ogni modo, urgeva trovare un’entrata: tutti i miei soldi si stavano esaurendo nel mantenimento di queste quattro attività senz’altro gloriose, ma insomma non è proprio così che dovrebbe andare.

Sparse per il mondo c’erano circa 380 copie del mio curriculum – con residenza in almeno quattro città italiane, non si sa mai – accompagnate da altrettante lettere di presentazione in cui mi giocavo la mia carta vincente, e cioè la campagna pubblicitaria creata da me e da un photoshop tarocco come progetto di accompagnamento alla mia tesi di laurea in Sociologia della Comunicazione, dallo strabiliante titolo  “Il ruolo sociale della pubblicità. Un’analisi dei processi di promozione della moda” (me la sto giocando anche adesso, se non si era capito). Rispondevo quotidianamente a decine di annunci online attribuendomi competenze che in teoria avrei anche potuto avere. Studiavo, mi informavo, scrivevo moltissimo, e intanto continuavo a fare volontariato con i miei quattro lavori con cui mi riempivo la bocca alle feste piene zeppe di medici a cui mi portava il mio fidanzato.

Ad ogni squillo del telefono il mio cuore palpitava animato dalla segreta speranza che Franca Sozzani in persona, incuriosita dal titolo della mia tesi – letto chissà dove: le vie di internet sono infinite – mi volesse nella sua redazione almeno come stagista.

Ero scoraggiata, vacillavo e mi sembrava di girare a vuoto, tic tac tic tac, stanca nel fisico e nell’anima. Dovevo trovare una via d’uscita.

 

– Pronto?

– Buonasera. Sono il signor Luigi.

– Buonasera. Mi dica tutto.

– Ecco … Io chiamo per l’annuncio.

Incastro il telefono tra faccia e spalla, afferro la Moleskine e tolgo il tappo alla penna.

– Lei è la signora Katia?

Perplessità. – Sì. In un certo senso – . Caterina, non proprio Katia. Ma andiamo avanti. – Mi dica.

– Ecco, vede – (risatina) – io sarei interessato.

Ok. Calma e sangue freddo. In due ore di volo posso raggiungere qualunque città italiana. Per il colloquio, niente di troppo serio o scollato o maculato e assolutamente no al tailleur, che peraltro neanche ho. Camicia bianca. Posso arrivare con un quotidiano sotto il braccio, ma lo devo spiegazzare bene, sennò sembra fatto apposta. È tutto sotto controllo.

– Sono contenta. Mi dica tutto – .  Mi hanno insegnato a sorridere al telefono: chi sta dall’altra parte in qualche modo lo percepisce.

– Ecco, come le dicevo, ho letto l’annuncio e … ma lei è di Messina o di Reggio Calabria?

Alt. Fermi tutti. Che il signor Luigi abbia letto l’annuncio già mi puzza perché a leggere gli annunci in genere è chi il lavoro lo cerca, non chi lo offre. Poi, che sono di Messina lo si evince al secondo rigo del mio curriculum. È scritto in alto, residente a … Che domanda mi fai, signor Luigi?

Tuttavia, rispondo titubante – Messina – . Davvero questa telefonata sta diventando troppo strana. Decido di tornare in me e chiedo gentilmente al signor Luigi di illuminarmi sulla questione dell’annuncio, che proprio non riesco a capire cosa …

– L’annuncio, signora Katia, l’annuncio sul traghetto.

Oh. Merda.

Dunque le cose stanno così: qualcuno si è divertito a trascrivere il mio numero di cellulare su una parete di un traghetto che circa venti volte al giorno fa la spola tra Messina e Reggio Calabria, trasportando una media di centodieci, centoventi persone a traversata. Tra questi: camionisti e autotrasportatori in genere, un buon quantitativo di pazzi e depravati, padri di famiglia disperati, e poi gente come il signor Luigi che, per carità, distinto è distinto, ma la telefonata alla potenziale puttana l’ha fatta.

– Guardi, signor Luigi –  , mi sento quasi sua madre,  – deve esserci stato un equivoco. Quell’annuncio non l’ho messo io.

Silenzio. La sua delusione mi arriva forte e chiara, si sente mortificato, lo so, si sta vergognando come un ladro, povero signor Luigi, per una volta che aveva trovato il coraggio di appuntarsi un numero di telefono, magari sul retro di uno scontrino, furtivo, cercando di non farsi vedere.

 

Da quel giorno, il mio telefono squilla in continuazione, e mai che sia Franca Sozzani.

I più sono diretti, chiari, non vogliono perdere tempo – “chiamo per l’annuncio” – poi ridono e riattaccano senza neanche chiedere scusa quando faccio loro notare che è uno scherzo e stanno toccando alte vette di ribrezzo.

La maggior parte chiama col numero privato – vigliacchi – mentre ad alcuni non importa di nascondere l’identificativo – idioti.

Non chiamano spesso di notte, come mi sarei aspettata, ma prediligono la tarda mattinata e le prime ore del pomeriggio, probabilmente per avere la possibilità di organizzare l’incontro per la serata, con cenetta romantica nei peggiori bar di Caracas.

Se a rispondere è il mio fidanzato, non si tirano indietro, anzi sono piacevolmente sorpresi di scoprire che è possibile anche una cosa a tre (che il mio fidanzato gli risponda – mi dispiace, abbiamo chiuso l’attività – e che ne rida moltissimo, è un altro discorso).

A Katia danno del tu, perché Katia è una zoccola, mica la direttrice della scuola dei loro figli, e alle zoccole si dà del tu.

Il top è quando accanto all’interessato c’è un amico che ride in sottofondo e che inevitabilmente fa scoppiare a ridere l’altro, per cui oltre a sorbirmi una telefonata disgustosa devo prendermi anche il telefono chiuso in faccia.

Se fossi una giornalista seria, farei un sondaggio tra i chiamanti con un questionario a risposta aperta per individuare età media, residenza (nord, centro, sud e isole), professione, ceto sociale e livello di istruzione; potrei farci un articolo completo di statistiche da vendere a Panorama, altroché.

Sono esasperata, non rispondo più alle chiamate da numeri sconosciuti, mi viene da piangere per la tristezza che si portano dietro tutti quelli che mi hanno chiamata negli ultimi mesi, e nessuno per dirmi che la mia tesi era un capolavoro. Quando scoprirò chi è il burlone che mi ha fatto questo, gli rovinerò la vita. Anzi, se sta leggendo questo pezzo, voglio dirglielo: ti rovinerò la vita.

Un giorno rispondo a una telefonata di un numero che mi sembra di conoscere.

– Pronto …

– Ciao. Chiamo per l’annuncio.

Ora basta.

– Senti. Io non so come spiegarlo a te e a tutti gli squallidoni luridi che mi hanno chiamata per mesi. È uno scherzo, mi fate pena quando non schifo, per cortesia … Non chiamare più … Non … Anzi, ti dispiacerebbe farmi un favore? Non è che per caso puoi cancellare il numero?

La soluzione. Avrei dovuto pensarci mesi fa: trovare un’anima pia che sposasse la mia causa.

L’anima pia in questione si profonde in scuse, mi assicura che in qualche modo farà e mi chiede se può richiamarmi per darmi conferma di avvenuta cancellazione.

Dopo cinque minuti mi richiama: pare che il numero fosse stato scritto con un pennarello ad inchiostro talmente indelebile da essere diventato un tutt’uno con il ferro delle pareti del ponte di passeggiata della nave, capace di resistere pertanto ad acqua, salsedine e vento.

– Sono riuscito a cancellare solo gli ultimi tre numeri con le chiavi della macchina. Ora non ti dovrebbe chiamare più nessuno. Cioè, l’ultimo ad averti chiamato dovrei essere stato io.

Quanta tenerezza, quanto profondo rispetto e gratitudine per l’anima pia, grazie! Che Dio ti abbia in gloria!

Così, il tormento finisce come era iniziato: con una persona gentile in mezzo a decine di bifolchi.

 

Ancora adesso, a distanza di un paio d’anni, ricevo telefonate random che attribuisco al pizzino sbucato fuori da qualche giacca che non conosce lavanderia o addirittura allo scorrimento della rubrica del cellulare, vedi alla voce “Katia zoccola traghetto”.

 

p.s. Burlone, ci sei? Te lo voglio ripetere: ti rovinerò la vita. Anche da dietro una scrivania nella redazione di Vogue.

 

 

 

Caterina Mittiga vive e lavora a Messina. La potete trovare su Twitter.