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Susanna Marlowe

Candy Candy

 

 

Quando ero una bambina e mi hanno spiegato “il ciclo” avevo il terrore che quando mi fosse arrivato la prima volta sarebbe successo a scuola, in classe, in modo plateale e urlato, e tutti se ne  sarebbero accorti e io sarei morta di imbarazzo prima ancora che dissanguata. Ovviamente non andò così ma il terrore di essere colta in quella vulnerabilità, di essere presa in giro, di lasciare segni su sedie e pantaloni che immaginavo sempre bianchi è qualcosa che mi accompagna da sempre.

È la settimana della moda, Milano è ancor più frenetica, ancora più in posa, perfetta, impeccabile. Il tempo come al solito non è clemente, ma Milano ha troppa fretta per accorgersene. Che colori andranno quest’anno?

Piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale.

Una donna alta, in lacrime, con i jeans inzuppati di sangue fino alle ginocchia.

Quella donna sono io. Non mi siedo da nessuna parte, non voglio lasciare tracce della mia vergogna, penso solo “meno male che ho messo il maglione lungo”, non riesco a muovermi, sono inzuppata solo la metà di quanto sono imbarazzata e un quarto di quanto sono impaurita, sto in piedi e piango, spaventata, piccola così io che piccola non sono mai, accanto a un amico che chiama l’ambulanza.

Grigio ghiaccio, la paura ha quel colore lì.

 

Una banale biopsia la mattina. Verde acqua il pavimento, le pareti guscio d’uovo.
– Potresti notare qualche piccola perdita – . Rosa la perdita, aveva detto rosa.
Ma questa cosa qui che sento non è qualche piccola perdita rosa, questa cosa sono io che mi sto squagliando fuori da me stessa, mi sento una busta della spesa rotta da cui viene fuori tutto. Una busta rosso cupo.

Sono lì in piedi e penso non è sangue, questa cosa che sto perdendo sono i miei giorni futuri, sono risate, sono mani addosso e corpi amati, sono albe invernali, sono il libro che non ho mai scritto, mi stanno uscendo dal corpo tutte le scelte che non ho saputo fare, tutto quello che non avrò più tempo di prendere, mi inzuppo i pantaloni di quelle me che ho sempre rimandato di essere, non è sangue, quella cosa che sto perdendo è la persona che non sono mai diventata, per pigrizia, paura, procrastinazione, incapacità, mi sto abortendo da sola, mi sto perdendo.

Ogni passo che faccio un fiotto caldo, ogni fiotto un pianto, ogni pianto una paura.

Arriva l’ambulanza. Finalmente mi posso sottrarre dallo sguardo di Milano, che essendo Milano non si è neanche accorta di me, ma io vivo ancora nel terrore di essere seduta al banco coi pantaloni bianchi che diventano rossi e la classe che ride.
Finalmente posso chiudere la mia vergogna inzuppata dentro quattro lamiere sicure. La paramedica è giovane, ha le unghie smaltate di argento e blu in diagonale, il viso tondo, la scrittura da sedicenne, mi aspetto di veder comparire qualche cuoricino a fare da puntino alle i. Scambia due battute con il suo collega, ridono, certo che ridono loro, sono io che mi sto squagliando e non so come dirglielo, pensavo bastassero i miei jeans ormai di un colore indecifrabile a parlare per me.
Rispondo alle domande, non svengo ma mi viene da piangere. Guardo fuori dal vetro smerigliato e vedo solo la statua del Pegaso su questo lato della stazione centrale. Beige il cielo, beige il Pegaso e la Stazione.
Ma siamo ancora qui? Ma perché non partiamo? Azzurre due bombolette di spray per la pulizia dell’occhio davanti a me, gialla una sedia in metallo, tutto intorno un gran casino a cui non so dare i nomi, è strano trovarsi in un ambiente in cui non sai nominare le cose che ti circondano, deve essere come si sentono i bambini piccoli ogni giorno, io me ne sto seduta lì dentro, ferma dentro l’ambulanza ferma, e mi sento come quando da piccola ho fatto un tratto di strada nel bagagliaio della Renault 4 dei miei genitori, scomoda, fredda, accartocciata, bluette. Stiamo lì per quella che mi sembra una vita, mentre io la vita avevo paura che fosse quella cosa lì che ormai mi stava scivolando via tra le gambe.
Ma non sono svenuta e siccome anni di serie medical ci hanno insegnato, evidentemente non solo a me ma anche ai paramedici, che se non svieni sta ancora andando tutto bene mi assegnano un codice verde e con tutta calma mi portano in ospedale.
Scendo dall’ambulanza a piedi, entro camminando al pronto soccorso, manca poco che mi metta a ripulire dove ho sporcato. Rispiego tutta la situazione e la dottoressa guardandomi i jeans mi fa passare immediatamente dal verde al giallo, e mentre lo fa mi sorride e mi rassicura, e io mi sento stranamente orgogliosa, promossa al contrario, cioè uno stato di avanzamento che però non c’è proprio niente da ridere.
Mi accompagna in bagno per farmi spogliare e lì mi promuove ancora: sono un codice rosso. Più vengo promossa, più vengo rassicurata. Sorrisi di denti bianchi su camici ospedalieri di vari colori pastello, lilla azzurro verde menta.

Da lì è tutto molto veloce.

Flebo, sedia a rotelle, intervento di elettroqualcosacoagulazione, sedia a rotelle, i miei jeans inzuppati in un sacchetto verde-bandiera, le mie gambe del colore che si ha solo in ospedale – bianche con le venature viola a vista – coperte da un lenzuolo verde-chirurgia. C’è troppo verde in questa giornata per essere una bella giornata, là fuori dalla porta c’è la Milano fashion week e il verde, ne sono certa, non va neanche quest’anno.

Ho visto tutti i colori del triage, ho un pigiama nuovo pied de poule e non sono neanche morta. Ho pensato che forse è arrivato il momento di muovere il culo e diventare qualcuna di quelle me che ho procrastinato tanto, di prendere uno dei colori che sono stata oggi e usarlo mescolato a altri per fare la base di qualcosa che prenderà forma nel coraggio che deriva dalla paura. Dovevo solo squagliarmi via per capire che è proprio ora.

Quando ero una bambina avevo uno spirito Susanna Marlowe molto accentuato. Susanna Marlowe, il personaggio di Candy Candy: il dramma che vince Terence. Mi immaginavo spesso malata grave circondata da tutte le persone che amavo che erano ovviamente disperate della mia malattia grave, e c’era sempre anche quel ragazzino – il mio Terence della situazione – che mi piaceva e che non mi ricambiava ma che improvvisamente in quella mia malattia grave si accorgeva che ero la persona più importante della sua vita e poi per miracolo mi salvavo sempre e mi prendevo con forza la possibilità di vivere quella storia col Terence che finalmente si era accorto di me. E tutti commossi intorno a gridare al miracolo e meno male che nonostante la malattia grave mi ero poi salvata.

Ho chiamato persone che non sentivo da una vita per raccontare di questa mia avventura coi colori del triage, della paura e di me, per sentirmi l’affetto intorno, per prendermi con forza l’amore tangibile fatto almeno di parole, per dare sfogo al mio spirito Susanna Marlowe che continua a essere molto accentuato, questa volta incredibilmente per un motivo reale. Mi sono presa l’attenzione delle persone che amo per farmi dire che mi vogliono bene e per sentire che sono contenti che nonostante il dramma mi sono salvata. Crescere non significa necessariamente cambiare.

Rosso, tutto questo, ma non rosso sangue, rosso affetto.

 

 

 

Lara Aldeghi scrive, corre e lavora a Milano. Ha un blog. La potete trovare anche su Twitter.