Crea sito

Le suore non vanno al supermercato

Photo Credit: Stuck in Customs via Compfight cc

Ho il terrore delle suore.

Quando avevo tre anni, mia madre minacciava ogni sera di portarmi dalle suore se non smettevo di fare quello che stavo facendo in quel momento.

Alzava la cornetta, digitava il numero e diceva – pronto, c’è posto per mia figlia? Mmm… sì… sì… bene, allora sabato gliela portiamo – . E poi mi diceva che non dovevo preoccuparmi perché comunque la domenica mi sarebbero venuti a trovare.  Ma io avrei abitato tutta la settimana con le suore in una specie di collegio per bimbi cattivi.

Poi alle elementari sono stata veramente portata a una scuola di suore. Ed è stato tristissimo.

La scuola aveva una scalinata di pietra larghissima; sarebbe potuta salire tutta la classe insieme, senza bisogno di fila indiana, come un esercito alla conquista.

Mi ricordo che per tanti anni non ho messo i pantaloni stretti perché ci bloccava la crescita, e anche accavallare le gambe opprimeva il sangue e non potevo lavarmi le mani con il rubinetto aperto, dovevo aprirlo e chiuderlo in modo schizofrenico ogni volta che non avevo le mani sotto l’acqua, anche per due secondi, anche per prendere il sapone o sfregarmi le mani. Tutte le persone che stavano nel parchetto davanti a scuola spacciavano caramelle cattive o droga e non dovevi parlargli. Io ho fatto voto di silenzio fino a quindici anni, poi, per recuperare il tempo perso, ho iniziato a parlare anche con i pali in strada e a ingozzarmi di caramelle fino ad avere overdose di zuccheri.

La mia era una suora vestita tutti i giorni uguale, di nero, il colore della noia e della sottrazione. Quella suora mi ha costretto a stare in un banco da sola gli ultimi tre anni delle elementari perché parlavo. Ma non perché parlavo tanto, solo perché parlavo, perché domandavo, perché mi chiedevo cose. E un giorno mi ha buttato lo zaino fuori dalla finestra. Ma credo volesse buttare me, il punto è che era suora e non poteva farlo perché sarebbe andata all’inferno. Ho tanti ricordi terrificanti di questa suora. Abbracciava in un modo asfissiante, ti opprimeva la faccia contro le sue tette che però non erano morbide né dolci come quelle di mia madre, ma dure come un blocco di marmo. Aveva un tic al collo per il quale muoveva in continuazione la testa tipo bambola rotta e la pelle del viso (non so il resto del corpo perché essendo tutta coperta non le ho mai visto niente altro che non fosse il viso) scorticata come la corteccia di un albero o la superficie della luna, così tutta mezza bucata, con solchi e parti secche, pelle arida, avida, agreste. Mentre spiegava in classe si grattava in continuazione, si raschiava la faccia e io immaginavo che mettesse tutte quelle pellicine in una scatola e se le mangiasse di notte.

L’odore della mensa al piano di sotto era un odore penetrante di minestra e di salsa di pomodoro che saliva fino alle classi e poi saliva nelle narici fino alla testa e ti sembrava di vivere perennemente dentro al calderone.

Mi diceva che dovevo comportarmi meglio, che Lui mi guardava e si sarebbe ricordato, mi avrebbe punito, e così io me ne tornavo a casa e quando giocavo in camera avevo paura di questa presenza che per me stava nell’armadio o sotto il letto o dietro le cortine della doccia e mi guardava mentre tagliavo i capelli alle Barbie e sapevo che un giorno mi avrebbe castigato per questo, per rasare a zero le bambole come Sinead O’Connor.

Non ero brava a scuola, o meglio, non ero la più brava. L’unica attività in cui eccellevo era ginnastica dove il maestro era uno normale, un essere umano vestito con pantaloni e maglietta. Uno che potevi trovare al supermercato. Sono sempre stata la migliore negli sport individuali, nuoto, equitazione, atletica. Ero sempre la prima, tra l’altro con poco sforzo. Tutti gli altri sport in cui dovevo coordinarmi con altre persone ero una vera frana: pallavolo, zero; danza, meno di zero. Però questo non c’entrava con il farmi stare da sola nel banco. A me le persone piacevano solo che non capivo perché dovevamo fare tutti la stessa cosa nello stesso momento. Potevo essere una campionessa, sono sicura che lo sarei diventata, invece a quattordici anni mia madre mi ritirò da tutto perché una suora le aveva detto che fare così tanto sport bloccava lo sviluppo e non sarei cresciuta in altezza. Così a quattordici anni tornai a essere una qualunque, una che prendeva 7 in storia.

Per me le suore non esistevano sulla Terra, si creavano dentro agli istituti, si auto-producevano come il muschio del Natale e lì abitavano tutta la vita perché io non vedevo mai una suora comprare dei meloni al supermercato o una suora prendersi un caffè al bar. Loro non avevano le nostre stesse necessità, loro vivevano d’altro. Questo “altro” che hanno cercato di trasmettermi con insegnamenti metaforici e metafisici io non sono riuscita a capirlo. La vita austera del rubinetto chiuso, dei pantaloni larghi, della minestra, della divisa nera. Ma soprattutto non ho mai accettato che il mistero della Fede fosse uguale per tutti. Non era possibile che tutti pensassero la stessa cosa su un qualcosa di sconosciuto, non era possibile che la storia non cambiasse, che a nessuno fosse venuto in mente di variarla un po’ o di aggiungere qualcosa di nuovo. Perché quando si giocava al telefono senza fili una semplice frase cambiava completamente e questa incredibile e trepidante storia invece no? Loro erano austere anche nell’immaginazione, anche nel pensiero. Se nella vita non sei curioso, fatti suora.

Per anni e anni, ogni volta che entravo a scuola tutta trafelata, accaldata dalla sciarpa d’inverno e con la frangetta sudata d’estate, mentre sfrecciavo verso la classe come una pallina impazzita, e passavo davanti alla portineria dove viveva perennemente suor Maria, l’unica suora buona, urlavo la parola “cristoregni” più veloce della luce, come se fosse una password. E solo qualche anno fa, quando mi hanno detto che suor Maria era morta, ho pensato a lei e a “cristoregni”, e ho capito tutto.

Ho sperato che il Paradiso esista davvero perché suor Maria se lo merita, ha vissuto tutta la vita in una grotta chiamata portineria e si è presa cura di me tante volte nel doposcuola quando aspettavo che mia madre venisse a prendermi e fuori non potevo uscire perché c’erano quelli delle caramelle drogate. Ho capito che l’abito non fa la suora e che ci sono suore buone e suore cattive, che se vesti di nero non devi essere suora per forza; puoi fare anche l’architetto, come il mio compagno, e non essere noioso.

Mi sono costruita un’immagine di un Lui più buono, uno capace di perdonare e di accettare anche le ragazze dai capelli rasati.

Dopo la morte di suor Maria sono tornata all’istituto, ma l’ho guardato da fuori perché comunque entrare mi faceva brutto, e mi è sembrato così piccolo, così inoffensivo, così passato.

E all’improvviso sono rimasta sconvolta dalla visione di una suora che rientrava con la busta della spesa.

 

 

 

Elisa Sabatinelli (1985) è laureata in Sceneggiatura, per questo adora leggere e scrivere storie. Curatrice del festival Cortili Letterari dedicato agli autori italiani under 35, lavora nell’editoria occupandosi di coordinamento editoriale, redazione e traduzione. La potete trovare anche su Twitter.