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Straniera in lingua straniera

the dark knight rises

 

Sto pensando in inglese. Sto pensando in italiano.

Non sono sicura di star pensando, onestamente.

Questa notte la mia voce è stata registrata in un podcast. Parliamo di fumetti: diciamo comics, non graphic novels, si traduce sempre fumetti? Parliamo di queer representation: come lo traduco questo, mi serve una tessera ArciGay? Mi presentano come a special guest from WicDiv land. Un codice concordato per concentrare in un tweet The Wicked + The Divine  e chiocciola-autori-del-fumetto.

Codici ovunque. Espliciti, impliciti.

Una vita da socialmente inetta, qui ho una scusa: culture gap. Non mi sento sicura lo stesso, ma ho una scusa.

Le signore in chiesa passano la Pace: “Peace be with you, m’love.” Sono qui da nove anni e mi sono entrati nelle ossa, quei m’love. Posso raccontarli. Non posso dirli, mi manca la loro storia. Non passo l’esame. Mi rimangono nelle ossa.

Chiedo se si capisce quando leggo le preghiere. “Parli bene, sei solo conservative nel vocabolario, come è normale per i foreigner.” Penso alle parole in versione originale. Sento le parole con i sottotitoli.

Ascolto il podcast di questa notte. Mi piace la mia voce inglese tanto quanto detesto la mia voce italiana. Le registrazioni della mia voce, dovrei dire: nessuno sente mai la propria voce.

Nella registrazione della mia voce inglese non suono italiana. Suono come un cattivo lussemburghese di James Bond. Con il raffreddore.

Ho il raffreddore davvero, penso sia colpa della pioggia alla Midsummer Fayre di Hilly Fields Park. Non ho preso l’ombrello, sono gone local e l’acquerugiola non mi dà fastidio. Mi è sempre piaciuta la parola acquerugiola, qui ce n’è tanta, il tempo cambia cinque volte al giorno.

Ho trovato il modo di citarlo nel podcast, Hilly Fields Park: il panorama migliore di South London, si vede nella prima tavola del numero undici di WicDiv.

Vivo in una location esotica. Non per chi ha vissuto qui, si intende.

Mi sento più straniera che esotica.

L’esotismo ha i suoi vantaggi: la mia pasta fredda con la mozzarella, ricetta ovvia a qualunque italiano, tempo di preparazione 30 minuti, ha fatto furore al pranzo della chiesa. Il mio pane di pasta madre, ricetta del New York Times, tempo di preparazione due giorni, era “it’s very good ”. Traduzione dal britannico: “Mi lascia totalmente indifferente.”

Sono esotica. Non per me stessa, però.

Sono la sorella di chiesa dalla città della moda nella terra di Montalbano, hai visto la serie, che mare azzurro, che cucina splendida. Provo a spiegare le differenze, è “interesting.” Traduzione dal britannico: “Non hai capito: non mi interessa.”

Grace mi racconta che nord e sud della Nigeria sono di fatto due Paesi diversi. Ci capiamo al volo quando il Vangelo racconta di famiglie a tavola.

Ho sempre odiato le famiglie come concetto turistico. Ho una fitta nelle ossa, credo si dica nostalgia.

Sono la cugina che vive nel Paese di Mary Poppins.

Odio Mary Poppins come concetto turistico. Non ho un briciolo di nostalgia per quando pensavo che Londra fosse quel cartongesso.

Conosco il linguaggio dei postcode di South East London. SE23, SE13, SE4. So parlare dei prezzi delle case, so perché quando non si parla del tempo sempre variabile si parla dei prezzi delle case.

(Classe. La risposta è: classe. Classe sociale. Karl Marx è sepolto a Highgate Cemetery: codice postale N6 6PJ.)

Mi chiedo da dove mi venga quell’accento mitteleuropeo. Penso ai fratelli del mio bisnonno morti per il Kaiser. Si racconta che quando mio padre ha presentato mia madre alla famiglia suo nonno abbia detto: “L’è ‘na brava tosa, ma propri ‘na taliana te dovevi tor?” 

Potrei aver sbagliato a trascrivere la frase, in casa non si parlava un dialetto comune.

Amo i dialetti. I linguaggi. Le parole. Qui hanno tante parole. “Alcune lingue prendono parole in prestito. L’inglese trascina le altre in un vicolo, le pesta e ruba tutto il loro vocabolario.”

Ho letto la battuta in un libro su cui studiavo un linguaggio di programmazione.

Il libro era in inglese, tutti i miei libri tecnici dopo il secondo anno di università erano in inglese. Non saprei dire il titolo della mia tesi di master in italiano.

Complexity of the Gale String Problem for Equilibrium Computation in Games. Penso che il tema importi a venti persone in tutto il pianeta. La rockstar del campo è un greco, a un pranzo ho fatto colpo su di lui raccontando che il padre dell’Alice di Carroll era l’autore di un celebre vocabolario Greco Antico – Inglese. Non ho tradotto le implicazioni di “ho fatto il classico,” ci siamo messi a discutere di algoritmi.

Non so che lingua parlo, ormai. Con gli italiani londinesi alterniamo le lingue nella stessa frase. Ho visto su Wikipedia che c’è un termine tecnico: code switching. Stavo leggendo la pagina di Gibilterra. Forse non tutti sanno che: Gibilterra fa parte dei British Overseas Territories, in italiano Territori Britannici d’Oltremare, frase che sembra uscita dai sospiri su Salgari della mia infanzia.

 

Ho trentasette anni e non so più se ho preso una lingua, se ne ho persa un’altra, se sono esotica, se so chi sono.

So che mi reggono le ossa. Non ci penso. Mi godo il panorama.

 

 

 

Marta Maria Casetti   è milanese e da quasi dieci anni londinese. Spesso è su Twitter.