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Storia del perché volevo sempre essere qualcun’altra

Giulia ci racconta di quegli anni in cui essere sé stessa non le bastava mai. Meglio essere una principessa.

Per parecchio tempo, prima d’imparare a leggere e a scrivere, sono stata convinta di non essere la vera figlia dei miei genitori. Non perché loro fossero cattivi o distaccati nei miei confronti, anzi. Oltretutto ero – e sono – la copia spiccicata della mia defunta nonna paterna, il cui ritratto ad olio troneggia sulla parete del salotto.
Dunque non avevo assolutamente alcun motivo valido per supporre la mia estraneità genetica nei confronti dei miei familiari.
Eppure credevo fermamente di essere in realtà la figlia legittima di qualche monarca, un re che prima o poi avrebbe bussato alla nostra porta di casa reclamandomi per educarmi e prepararmi ad essere un’erede al trono esemplare.
Non avevo mai fatto parola con i miei (veri) genitori su queste convinzioni che avevo perfezionato giorno dopo giorno, neppure quando mi era apparsa innegabile la somiglianza con il ritratto della nonna. Oltretutto i suoi grandi occhi verdi dovevano essere una sorta di marchio di famiglia, perché anche mio padre li aveva ereditati. Così ho realizzato di non essere una papabile regina.
Ma la rassegnazione non doveva essere esattamente il mio forte perché a quel punto ho iniziato a cercare prove concrete e tangibili che dimostrassero la nobiltà della mia famiglia.
Forse uno dei miei due genitori era un duca o magari un conte.

Forse avevano scelto di tenermi nascosto il titolo per farmi crescere come una bambina qualunque, per farmi studiare e non viziarmi troppo.
Interrogavo per ore ed ore i miei, facendo domande su tutti i nostri parenti, senza mai riuscire ad estorcere un’informazione utile al mio scopo. A otto anni mi sono arresa: non sarei mai stata regina, tanto meno duchessa o contessa.
Non c’era nessun titolo nobiliare a rendermi più interessante o desiderabile agli occhi altrui. C’ero io e basta. Questo mi terrorizzava.
Più o meno in questo modo è iniziata la ricerca di chi ero ma soprattutto di chi sarei potuta essere.
Avevo un quaderno nel quale scrivevo tutte le possibili carriere da intraprendere: da cuoca a veterinaria, da maestra a pittrice, da agente segreto a fumettista.
Unico alleato nella mia ossessiva indagine, Joshua, il mio amico immaginario. Nessuno ha mai saputo di Joshua. Probabilmente in parte perché l’ho sempre relegato ad una sfera d’intimità che avevo deciso di rendere inaccessibile a chiunque, in parte per paura di cosa potessero dire le persone.

Insomma, quale disturbo poteva celarsi dietro un innocuo amico immaginario? Cosa potrebbero riportare i manuali di psicologia al riguardo? E cosa avrebbero pensato i miei genitori? Che avevano una figlia sociopatica, che manifestava chiari sintomi di rifiuto della realtà, preferendo un universo parallelo e inesistente nel quale però si sentiva in pace e in armonia?
Non mi ricordo neanche come Joshua sia stato partorito dalla mia mente. Ricordo che un giorno c’era e poi un giorno di qualche anno dopo non c’è stato più. Come se fosse tornato da dove era venuto.
Sono sempre stata una bambina particolare. Non voglio elevarmi o sostenere la mia unicità nel mondo, semplicemente non ero una bambina comune.

Non ero una bambina con cui era facile relazionarsi.
Non mi piacevano gli altri bambini, o almeno la maggior parte di loro, li trovavo prepotenti. Non mi piaceva il Mc Donald con la sua puzza e le sue patatine flosce.

Non mi piacevano le feste di compleanno e quando qualche bambino mi invitava mi portavo sempre un libro dietro, dicendo a mia madre “Così se mi annoio so cosa fare”.
L’adolescenza non è stata di certo più semplice. Iniziavo a capire chi potevo essere ma era estremamente difficile conciliarlo con chi volevo essere.
Potevo essere come le mie compagne di classe, che sapevano truccarsi, scegliere i reggiseni e anche i ragazzi di cui infatuarsi. Che andavano al centro commerciale nei fine settimana, che conoscevano le canzoni del momento e avevano sempre un lucidalabbra nella tasca dello zaino. Potevo esserlo e ci ho anche provato, era molto facile.

Potevo provare a truccarmi, ma gli occhi mi sembravano sempre gli stessi, quelli troppo grandi della nonna che mi guardava tutti i giorni dalla parete del salotto. Potevo mettere i reggiseni di pizzo, ma mi vedevo comunque spigolosa e poco attraente per quel tessuto che alludeva il contrario. Potevo lasciarmi baciare da qualche ragazzo, ma il senso di una lingua estranea nella bocca mi sembrava totalmente innaturale.
Dentro sentivo sempre quel senso di incompletezza che si traduceva nella continua e intima ricerca di chi volevo essere per davvero.
E il tutto non si limitava più nell’interrogarsi e nel valutare possibili carriere da intraprendere in un futuro prossimo, bensì coinvolgeva la mia intera persona. Mi piaceva guardare le cose. Ma non soltanto con gli occhi, mi piaceva guardarle con il cervello. Soltanto più tardi ho capito che si trattava non tanto di analizzare, ma semplicemente di soffermarsi. Mi piaceva soffermarmi su tutto ciò che mi accendeva un guizzo, una scintilla nella testa.
Come era stato per Joshua, conservavo queste scintille nel mio ripostiglio segreto nascosto in qualche posto dell’anima o del cervello o quello che era.

Ero diventata brava a dissimulare. A fare discorsi normali, a dire quello che credevo le persone si aspettavano io dicessi e a fare quello che credevo le persone si aspettavano io facessi.
Avevo preso poi l’abitudine di mentire sui dettagli. Quando incontravo qualcuno di nuovo che mi faceva domande, spesso buttavo lì una storia del tutto inventata.
“Ho una sorella gemella”, “sono allergica alle carote”, “mio padre lavora nei servizi segreti”, “sono un’abile spadaccina”, “la mia famiglia ha origini francesi”, “l’anno prossimo i miei genitori vogliono mandarmi in un collegio in Svizzera”.
Quando ho incominciato a frequentare i locali e qualcuno mi si avvicinava per chiacchierare e offrirmi qualcosa da bere, spesso la situazione mi sfuggiva totalmente di mano. Davo un nome ed un cognome diverso, raccontavo d’essere tutt’altro da chi ero veramente, un po’ perché probabilmente nemmeno io ancora lo sapevo chi io fossi.
La verità è che la maggior parte delle persone mi annoiava e mi annoiava anche la versione di me in loro compagnia, che forse era diventata un po’ la mia armatura. Forma di difesa del tutto personale per attenuare – o annullare – l’impatto col mondo.
Con una certa rassegnazione e la totale confusione su chi io fossi, ma soprattutto chi stessi diventando, mi sono iscritta all’università. Il primo anno è stato come essere stata buttata in una vasca di squali. A poco a poco ho imparato a sopravvivere e a scegliere da me per me. E senza accorgermene neanche conoscevo gente con cui trascorrevo molto tempo. E un po’ mi cercavo nei loro occhi. In quegli anni mi sono circondata di persone che più o meno mi avevano inquadrata, straordinariamente, in qualche modo. Si erano fatte un’idea di me. Anche io volevo farmi un’idea di me, ma ero sempre stata talmente brava a creare mille false identità che non sapevo da dove cominciare a cercare.
Avevo smesso di inventarmi vite che non avevo mai vissuto e mi sforzavo per lasciar trapelare qualcosa della vera me, quella che sentivo, sapevo sepolta da qualche parte sotto un cumulo di macerie. Mi sentivo smarrita al punto da chiedermi dov’è che stessi andando, dov’è che mi avrebbe portata quella strada che lentamente avevo iniziato a tracciare, ammesso non si trattasse di un vicolo cieco.
Ero al secondo anno di università quando ho incominciato ad uscire con un gruppo di miei compagni di corso. Per me era una novità imbattermi in persone con i miei stessi interessi.
Per la prima volta ho iniziato a fare cose che mi piaceva fare, cose che volevo fare, che avevo sempre voluto fare con qualcuno e che invece avevo fatto da sola.
Parlavamo di libri che avevamo letto, libri che avremmo voluto leggere, andavamo alle mostre, guardavamo vecchi film.
Ci confrontavamo su progetti, sul futuro che a me iniziava inspiegabilmente a fare meno paura.
Così ho imparato a mettere da parte sempre più spesso e sempre più a lungo quelle finte me che avevo costruito con tanta abilità. Non me ne accorgevo nemmeno. Ogni mattina mi svegliavo e non indossavo nessuna maschera.
Sono stati quelli gli anni in cui, senza nemmeno accorgermene, ho capito chi volevo essere, chi volevo diventare, ma soprattutto che non avevo più voglia di nascondermi dietro sembianze che non mi appartenevano.

Mi sono spogliata e mi sono lasciata vedere, così. Con gli occhi troppo grandi e con il corpo spigoloso.

Ho sperimentato la novità più azzardata di tutte: stare bene nei miei panni. Senza voler essere un’altra. E ci sono riuscita. Ho capito di esserci riuscita quando mi sono sentita felice per davvero di essere me, me e nessun’altra.

Felice e libera.
Finalmente consapevole di essere pronta per il dopo, qualsiasi cosa ci sarebbe stata ad aspettarmi.

 


Giulia Mirimich è nata e cresciuta a Roma dove si è laureata in Lettere per poi specializzarsi in Editoria e Scrittura con una tesi sul giornalismo corsaro di Pier Paolo Pasolini. Appassionata di letteratura e giornalismo, di cinema e moda, sogna di scrivere per vivere. Per ora si accontenta di vivere per scrivere, ma anche per cucinare torte e accarezzare gatti grassottelli. Potete continuare a leggerla sul suo blog, giulia, uova e farina, e la trovate su Twitter come @GiuliaMirimich.