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Ci vuole uno stomaco forte

A Girl Walks Home Alone At Night

 

Lo prendevano dal collo e lo infilzavano con qualcosa di simile a un uncino molto spesso, poi gli ficcavano un punteruolo nel petto, giù bene, dritto nel cuore, infine lo sdraiavano sul pavimento, per scotennarlo.

Noi bambini non potevamo vedere, ma credo che comunque lo sapessimo. C’è qualcosa che accade in un momento imprecisato dell’infanzia di ciascuno di noi e che ci fa diventare grandi, nonostante i nostri corpi siano ancora piccoli. È un intuito, come un lieve sussurro dentro quelle nostre orecchie sempre sottoposte a controllo perché raramente ci si ricordava di lavarle. È quando sappiamo, anche se nessuno ci dice nulla. A volte dura un secondo solo, come saltare a toccare il punto più alto del muro del salotto per vedere quanto si è cresciuti in altezza. Altre volte dura un pochino di più e ti scuote dentro, come quando mamma ti stropiccia bene la testa con l’asciugamano dopo che ti ha lavato i capelli. Succede. In un modo che non ci eravamo immaginati, arriva e basta.

Forse un po’ ce lo spiegavano, non so, non ricordo. Certo è che sentirsi dire dalla bocca tiepida di mio nonno, mentre ci guardava con quei due sassolini blu che aveva al posto degli occhi, che prendevano un maiale all’amo come se fosse stato un grosso pesce e che gli piantavano un paletto nel cuore come si fa con i vampiri, non faceva tanta paura. Vederlo con i miei occhi, invece. Quello sarebbe stato ben altro tormento.

Forse, se avessi insistito per guardare, alla fine avrebbero acconsentito. O se almeno avessi provato a sbirciare dal portone bianco del garage adibito a mattatoio per un giorno. Chissà, forse adesso sarei vegetariana. Ora che ci penso, non ricordo poi tutta questa rigidità nel dirci che non potevamo guardare. In fondo eravamo gente di campagna abituata a certe crudezze, così come ai solchi nelle mani. Se ormai non si davano più tanta pena di negare che mio nonno, quando partiva verso il Po con un sacco in spalla, era perché stava andando ad annegare i gattini in esubero, perché così si faceva, senza tante storie, allora forse, pestando un po’ i piedi, mi avrebbero fatto vedere anche un cuore di maiale grondare sangue.

Ma quel sussurro, quell’intuito dei grandi, ci diceva che certe cose ancora era meglio non saperle, non vederle. Diventi un po’ più grande da sentire i sussurri, ma per vedere con gli occhi no, per quello ci vuole uno stomaco forte.

Era più bello del Natale. Non di Santa Lucia, ma del Natale sì.

Noi bambini stavamo fuori senza giacca, perché tanto si era a casa, anche se si stava all’aperto. Stare senza giacca dava quel non so che di libertà, forse perché la giacca era ancora mamma che te la infilava e, non contenta, te la sistemava finché non sembravi insaccato come un salame. Se poi pensavi di schizzare fuori casa lasciando almeno la cerniera aperta per darti un tono, ti sbagliavi di grosso, perché lei te la tirava ben su, fino al mento, con un’energia tale da farti sentire per un attimo i talloni staccarsi dal pavimento.

Era buio perché faceva buio presto, nebbiolina, luci soffuse, fuoco acceso, guance calde e nasi freddi.

Mangiavamo i ciccioli caldi, fatti sul momento con gli scarti di quella bestia di cui ormai non rimaneva più nulla, se non il sangue sul grembiule bianco del norcino e le chiazze sul pavimento del garage. Erano buoni. Ce ne davano un po’ per ciascuno e li gustavamo lì, in piedi intorno al fuoco, disegnando con le nostre teste un cerchio immaginario, che perdeva la sua rotondità perfetta, facendo un picco verso l’alto, quando alle nostre se ne aggiungeva un’altra, ricciola, fresca di permanente e tinta rossa e attaccata ad un corpo con gambe decisamente più lunghe delle nostre. Mia madre ne andava pazza. Li assaporava in silenzio e ogni tanto diceva piano, – si sciolgono in bocca – . Ma ecco che subito si sentiva risuonare il suo nome da dentro casa, che non era lo stesso nome con cui firmava i documenti, e lei fuggiva, via di corsa per sbrigare qualche faccenda da adulti. A me faceva strano perché era come se io ne avessi due di madri: quella che conoscevano tutti in casa e quella che mi firmava le giustificazioni di scuola, che era sempre madre ed era sempre adulta, ma che era solo mia e mangiava le stesse cose che piacevano anche a me.

 

 

Ho sedici anni. Non sono tanti, ma se non hai mai limonato e vai al liceo sono già troppi. Un pensiero costante ormai, nessun’altra attività sembra più degna di nota se non quella di perdere pomeriggi su qualche panchina o muretto a farsi venire le labbra gonfie, mentre pensi con ansia a dove dovresti mettere le mani, a dove dovrebbe metterle lui, a quel brufolo che hai cercato di coprire e boh, speriamo non si veda troppo. No, non ho mai limonato e non so, mia madre dice di no, ma secondo me si vede di brutto, me lo si legge in faccia. Ormai l’hanno capito tutti che il primo bacio non l’ho dato tre anni fa a uno più grande, quando mi avevano spedito in settimana bianca con la scuola salesiana insieme a mio cugino.

F.C., queste le iniziali del principe designato per il mio primo bacio immaginario di sfigata, di sera, durante una fiaccolata sulla neve.

Ho sedici anni, vivo in provincia e non ho mai limonato. La vita può fare più schifo?

A volte dopo la scuola mi fermo a fare i compiti e poi anche a dormire da una mia compagna di classe. N. ha padre italiano e madre argentina, ma dei due chi sembra sudamericano è il capofamiglia, con quella lunga barba nera e la pipa sempre in bocca nei momenti di relax. È solo suditaliano invece. Di simile al mio ha il cipiglio e il fatto che quando si siede in poltrona a leggere il giornale accavalla le gambe, lasciando la pantofola del piede che sta sopra a penzolare nel vuoto, proprio sulla punta delle dita. La guardo e mi chiedo se tutti i padri del mondo sono accigliati e con una ciabatta a penzoloni, come se fosse scritto nel manuale di comportamento del padre che si rispetti. Sua madre invece parla raramente, riesco a sentire la sua voce solo quando si incazza moltissimo perché N. non c’è verso di farla studiare, per il resto affida tutto ciò che deve dire agli occhi. Piccoli, scuri e dolci come caramelle. Davvero, io quando mi guarda con quegli occhi lì non so bene cosa fare e sorrido, timidamente. Lascio fare anch’io agli occhi, ma ci aggiungo un pochino di denti, che non sono mai troppo sicura che i miei occhi da soli facciano bene il loro dovere.

Casa di N. è quanto di più esotico e cosmopolita mi riservi per ora il mondo. La vita in città, in un appartamento molto piccolo ma che costa tanto, si vede, prendere i mezzi pubblici, sorseggiare il mate dopo cena, le vacanze di Natale all’estero, in Argentina. Che cos’hanno tutte queste cose di più bello e interessante di casa mia? Non lo so, è sufficiente che siano diverse. Di certo hanno poco a che fare con una casa in campagna di trecento e oltre metri quadri, con una magnolia gigantesca in giardino su cui arrampicarsi, nebbia, nonni e invece dell’autobus sotto casa passa sempre il camioncino del casaro.

 

Siamo su un tram che passa per via della Repubblica, anzi un filobus, che a Parma non ho mai sentito nessuno chiamarlo tram.

N. da un paio di mesi si è messa con A., uno dei più fighi della scuola: faccia perfetta, monocromatica, capelli perfetti sempre ingellati all’indietro e sacrificati sotto un cappellino da baseball.

Io da poco mi sono accodata e mi sono messa col migliore amico di A. , o per lo meno sono cominciate le manovre di avvicinamento.

La doppia coppia. Il telefilm. La Brandon-Kelly-Dylan-Brenda. Il siamo fighi e voi no. Il sogno sospirato da tutti i liceali negli anni novanta, in un tripudio di frange bombate come paraurti di una jeep dopo ore di phon e calzini bianchi di spugna, duri come il muro e schiumanti fuori da anfibi Dr. Martens dalle tinte ormai fuori ogni controllo.

C’è stato un prelievo all’uscita da scuola con relativo accompagnamento della sottoscritta alla fermata della corriera.

– Prendi la corriera? Quindi non vivi in città?

No, non vivo in città. Probabilmente, mentre qui parliamo godendoci una rara giornata di sole e pensiamo che potremo raccontare ai nostri figli che quando mamma e papà s’incontrarono erano immersi in una luce meravigliosa e il torrente sotto di loro luccicava come l’argento, a casa mia c’è solo la nebbia. Esattamente come dicono allo stadio, solo la nebbia. E il Po è nero pece.

Lui, D., è carino. Non quanto A. ma è carino. Magro. Frequenta il liceo linguistico e fa danza. Madre ballerina e mezza francese, anche se io sospetto, dai suoi racconti, che sia soltanto mezza figa di legno. Magrissima prima delle magre, vegetariana e salutista prima dei vegetariani e del salutismo, così francese, prima della Francia e anche senza la Francia, questa donna cerca di tirare su un figlio frocio prima dei… no, prima dei froci no.

D. è fissato per i capelli. Sedici anni e va per i diciassette e teme che i suoi bellissimi (a detta sua) capelli lunghi della consistenza dello zucchero filato (come se fosse quella la consistenza che dovrebbero avere i capelli) possano cadergli precocemente.

C’è stata una seconda uscita, al cinema a vedere Prima dell’alba. Ero già pronta lì, ma lui non stava zitto un attimo e ogni inquadratura era un’occasione imperdibile per rimarcare la sua notevole somiglianza col protagonista del film. Come contraddirlo e giocarsi così un primo bacio da manuale, al cinema durante la visione di un film romantico? Purtroppo non c’è stato nessun bacio, perché Ethan Hawke dei poveri era troppo preso da sé stesso.

Il filobus dove siamo seduti, lui sulla poltroncina io sulle sue ginocchia ossute, sta passando sotto l’arco delle luminarie di Natale che sovrasta la via.

Tutti intorno a noi sembrano felici, io penso alle Forche Caudine. Sì dai, quella storia degli antichi Romani e dei Sanniti, che prima gli fecero il culo in battaglia e poi, per umiliarli ancora di più, fecero passare i soldati sconfitti sotto i gioghi, insultandoli.

Ecco il racconto dello storico Livio (Storie, IX, 5): «E venne l’ora fatale dell’ignominia; (…) prima i consoli, quasi nudi, furono fatti passare sotto il giogo; poi gli altri in ordine e grado furono sottoposti alla stessa ignominia; infine ad una ad una tutte le legioni».
Oltreché morale, la pena fu pure fisica: infatti i Romani, consoli in testa, vennero sodomizzati. L’episodio sembra essere all’origine del modo di dire che associa la fortuna alle dimensioni del sedere: chi aveva un grosso ano soffriva meno la violenza dei Sanniti ed era perciò più fortunato degli altri.

Insomma, una giornatina leggera per le truppe romane.

A proposito di fondoschiena, cerco di non appoggiarmi troppo. Dio che imbarazzo. I jeans mi stanno stretti, ho insistito a prendere quel modello attillato, perché per una volta tanto volevo dei jeans come quelli di N., belli aderenti. Anche il culo di N. secondo me non è mica tanto piccolo, ma lei sembra non curarsene, e nemmeno i ragazzi. Lei ai ragazzi piace molto. Sento il rotolino di grasso che straborda davanti e trattengo un po’ il respiro. Così non esce troppo. Così non mi appoggio troppo. Ecco. Così.

Chissà cosa direbbe sua madre, la sua bellissima, magrissima e leggerissima madre. Cosa ne penserebbe quella silfide del mio sedere enorme di mangiabraciole posato qui, a minare la carriera di queste agili e fibrose gambe di ballerino di cui lei ha dotato il suo figlio adorato?

Le luci formano una galleria luminosa per tutta la via. Lui parla di sua madre, del Natale in FRanscia, di Pariji, di sciampagne…bolliscine…buf! (Sì, ok, non parla proprio così.) Io penso che potrebbe essere un momento molto romantico ma sono grassa, inadeguata, e per colpa mia questo Ethan Hawke danzante della Pianura Padana scenderà da questo bus in sedia a rotelle. E poi non mi piace nemmeno così tanto. Nemmeno io mi piaccio. E nemmeno il Natale.

Intanto, N. e A. limonano come se la lingua non dovessero poi più usarla per nient’altro in tutta la vita.

Ok, va bene. Ci vuole uno stomaco forte: lo guardo. Lui mi bacia. Visto? Non era poi così difficile. Brenda ha avuto il suo limone prima di uscire dal gruppo. Brenda… forse sarebbe meglio essere realisti e dire Andrea Zuckerman, perché oltre che ad avere il culone sono anche miope, sì.

Mentre sento la sua lingua e sto lì con gli occhi chiusi penso a mia madre che svolazza con una testa di capelli rossi dalla consistenza di riccioli di burro (a mio avviso ben più adatta per dei capelli di quell’insulso zucchero filato). E prima di sparire oltre la porta bianca di quella sala operatoria, mi guarda, socchiude appena gli occhi e sussurra,  mmm…si sciolgono in bocca.

 

D.D.R., queste le iniziali di colui che mi diede il mio primo bacio vero, prima che sparissi di nuovo al di là del muro di nebbia, che faceva sembrare le luci della città meno invadenti e pallide e belle come lucciole fuori stagione.

 

 

Stefania Iemmi è nata e cresciuta con i piedi ben piantati in Emilia e si è allungata fino ad arrivare sotto la Madonnina. La potete trovate su twitter e su tumblr. In carne ed ossa è quella con il collo lunghissimo e un occhio pigro.