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Ho salvato un carrellino mobile

Photo Credit: Alexander Rentsch via Compfight cc

 

Stella non ha mai smesso di essere Stella.

Anche quando è entrata in ospedale e le hanno fatto fare tre giorni di dieta liquida, è rimasta lei. Una delle prime cose che ha fatto quando ci siamo viste è stata farmi sapere che La Signora Del Letto Di Fronte aveva una figlia che lavorava a Bruxelles. Cioè. Che non solo lavorava. Ma a Bruxelles. Il che per Stella significava: brillante funzionaria / professionista benvestita, ben truccata, pronta ogni mattina ad entrare dentro palazzi imponenti con pavimenti in marmo; sui quali possibilmente far risuonare un paio di tacchi discretamente alti (vedere alla voce “Gruber, Lilli” – a Stella era sempre piaciuta Lilli Gruber, nonché i suoi completi dal marchio “sobria femminilità”). Che poi nei fatti la figlia che lavorava a Bruxelles fosse una spiantata che vendeva crack agli adolescenti agli angoli delle strade, o che si avvinghiava ogni sera ad un palo in compagnia soltanto di un perizoma a lustrini, poco importava. Sta a Bruxelles, non ti basta?

Parlo della Signora Del Letto Fronte del tredicesimo piano. Perché poi c’è stato lo spostamento al quindicesimo. E lì c’era la figlia / professoressa di matematica. Una tipa rigorosa che si portava dietro i compiti da correggere; li piazzava su letto della madre e stava lì piegata due ore ogni pomeriggio, e “ma che simpatica!” e “uh, come ci dà giù con la penna rossa!” “e spiega ogni cosa a sua madre! …E che bene! Così bene che ho preso appunti pure io!”. Anche la figlia / professoressa lavorava. Posto fisso. A scuola. Mica come noi, mio fratello ed io: entrambi senza lavoro stabile, ma soprattutto entrambi ad anni luce da tutte loro. Da tutte le brave figlie di tutti gli ospedali del mondo.

Quando Stella parte con questo genere di parentesi io di solito mi piazzo il pollice e l’indice sulla fronte e ascolto i miei nervi che vibrano. Divento una cerniera di centosettanta centimetri. Mi chiudo dentro: gambe accavallate, braccia conserte, testa girata. Divieto d’accesso ai non addetti. Assetto da difesa. E più lei prova ad addossarmi il suo sguardo, più io stringo i dentelli della lampo, l’incrocio delle braccia.

Da quando sono via di casa, però, e ancora di più nell’ultimo anno, abbiamo iniziato a cedere. Così quando mi dice della figlia de La Signora Del Letto Di Fronte, proprio quando sto per iniziare a succhiarmi i denti, mi viene in mente l’immagine di me che torno a casa e racconto la cosa, l’ennesimo aneddoto sui Super Figli Altrui, e riesco a vedermi mentre mi viene da ridere, e distendo i muscoli.

 

Stella mi parla delle sue compagne di stanza, e lo fa come se non ci fossero.

Le sue lamentele riguardano: la signora del letto a fianco che passa tutto il giorno al telefono; la signora vicino la finestra che le ha passato una rivista “piena solo di attori e divorziati”; la signora serba che non parla italiano ma alla quale ha comunque rivolto una parola gentile, dicendole – anche il suo Dio l’aiuterà.

Ad un certo punto dico a Stella – guarda che ti sentono, sono qui, presenti.
La madre della professoressa in realtà sta tenendo la testa sotto il lenzuolo. E le altre hanno gli occhi chiusi.
Lei minimizza e dice, – dormono.
– O forse evitano di parlare con te – , dico io, e metto su un sorrisetto. E Stella mi fa uno sguardo che dice che sta allo scherzo (lo scherzo di questa sua “pungente” figlia). E intanto si tira dietro la flebo trascinandola sul linoleum, perché vuole accompagnarmi all’ascensore. E ha una mano che pare quella di un orco perché l’ago oggi, ad un certo punto, le è uscito, perché si muoveva troppo, e le si è gonfiato tutto il dorso e le dita.

Un giorno Stella ha una nuova vicina di letto. Non ha ancora scoperto la professione della figlia, ma la tiene sempre d’occhio. Soprattutto perché la Signora Nuova continua a scambiare il suo comodino (un carrellino mobile) con quello di Stella.

Succede che si volta verso di noi e dice – devo prendere il pettine – , e mette la mano sul bordo del comodino.
– Non qui – , dice Stella.
– E’ qui il pettine? – , ripete.
– No -, risponde Stella, mettendo a sua volta la mano sul comodino.
– Mi serve il pettine -, fa la vicina. E aggiunge: – Viene Maria?
Stella mi guarda. Io non so che faccia fare. Stella inizia ad avvicinare a sé il comodino. La Signora Nuova fa altrettanto. Il comodino inizia a viaggiare tra i due letti, con Stella che tira da una parte e la Signora Nuova che tiene duro dall’altra, ma quasi senza accorgersene. La scena, se lo si vuole, diventa da ridere, e io rido, perché ridendo – non so come facevo a saperlo, ma l’avevo capito – ridendo, o facendo una cosa che assomigliava a ridere, per un momento, tutto quanto l’ospedale si sarebbe rimpicciolito; sarebbe diventato più maneggevole, vicino, reale. Quindi lascio che la mia faccia si allarghi; rido, ridacchio, emetto versetti.
Stella vorrebbe ridere anche lei, ma vorrebbe anche tenersi il carrellino. Motivo per cui mi guarda e dice – prendiglielo! – , il che mi costringe ad alzarmi e fare qualcosa. Spostiamo il comodino dall’altro lato del letto. La Signora Nuova resta girata sul fianco verso di noi, a guardarci. Ogni tanto chiede di Maria e risponde al posto nostro. Segue quello che diciamo. Parla. Interviene.

Dopo quei primi dieci minuti diventa molto meno divertente.

 

Prima che la operino porto a Stella una gallina di pezza, perché non so cos’altro fare, e perché gli animali e la natura le piacciono, le ricordano una parte bella della sua infanzia. Il regalo però non le piace. Non vuole roba in ospedale. Perché non vuole restare in ospedale. E più roba le porti e più lei ti scruta. S’insospettisce. Si sente minacciata.

Ha un senso.

 

Dopo l’operazione mio fratello parla col medico. Mi viene incontro e sembra che sorrida. Ed è così.

Ma non è così.

Ci sta arrivando addosso una cosa a lunga gittata, partita da lontano, e ora la stiamo vedendo. La possiamo guardare mentre inizia la sua discesa. E mio fratello ride come a dire “guarda cosa arriva adesso” “non poteva andare peggio” “ovviamente” “ci credi?” “figurati” ”figurati se non ci prende in pieno”.

Ma questo lo capisco dopo.

Prima che parli riesco comunque ad illudermi. Dopo averci parlato invece, mentre le sue parole mi arrivano in testa, perdo qualcosa. Mi ritraggo dal presente. Zoom indietro. Sensazione di stacco. Palpitazione forte, e irregolare.

Non esiste una faccia giusta, comunque, un protocollo, per certe cose.

 

Undici mesi più tardi guardo Stella e penso che assomiglia ogni giorno di più a E.T., l’alieno in fuga. I capelli le stanno ricrescendo. Sono una peluria morbida. Ero sicura che sarebbero ricresciuti. I suoi capelli sono come lei. Incazzosi. Ostinati. Di un’inspiegabile innocenza infantile.

A Natale era a casa.

Per fare il ragù di carne come lo voleva lei, ha cercato il numero del supermercato sull’elenco e si è fatta passare il macellaio (“quello scuro coi baffetti”). Ha ordinato la carne, in un misto di italiano e croato, perché il macellaio era di qualche zona dell’Ex Jugoslavia e Stella è nata in Istria. Al contempo ha dato ordini dettagliati a me e mio fratello sulle cose da fare e da comprare. E, sempre stando a letto, ha sminuzzato carote, cipolla e sedano. Tagliava anche senza la tavoletta, con l’arte di una ricamatrice. Ogni tanto si fermava, a prendere fiato. Non avresti detto che le mancava.

Una volta le ho detto che per avere sessantasette anni è una bella signora. L’ho detto semplicemente perché l’ho pensato. Stella si è dimostrata invisibilmente soddisfatta e ha cercato di sottrarsi al complimento, perché per lei, come per chiunque ne abbia ricevuti pochi, un complimento è come una specie di immenso, ingestibile mare; poco pratico, troppo esteso, anche quando è bello da guardare.

 

Faccio il conto del tempo. Calcolo da quanto va avanti. Mi accorgo che succedono cose strane. Mi dimentico di tagliarmi le unghie su una mano. Verso il caffè direttamente sulla maglietta, pensando sia appoggiato alla bocca. Mi ustiono con la moka. C’è un nervo nell’interno coscia che si fa sentire; brucia.

 

La compagna di stanza che passa tutto il giorno al telefono un pomeriggio ha detto: – come si dice… Se dobbiamo ballare, balliamo.

 

 

 

Tarin Nurchis è nata e cresciuta a Trieste. Impiegata fulltime. Blogger dal 2003. Scrive per Soft Revolution ed è fra gli autori di “Storie di amore e follia“, edito online da ISBN. La trovate anche su Twitter.