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Sette diari

Image credit: Clara Mazzoleni

 

L’infermiera Giovanna mi teneva a braccetto mentre a piccoli passi mi dirigevo verso la porta a vetri: tremavo, ma tremavo sempre, perciò, sentendo il mio braccio sudato vibrare sotto la stoffa bianca e profumata del suo camice, doveva essere difficile per lei distinguere tra l’effetto del Serenase e l’emozione. La porta a vetri si aprì, io trattenni il respiro. Di là non c’era nessuno. Probabilmente mi aspettavano di sopra, sui divanetti.

Quando si aprirono le porte dell’ascensore, li vidi. Era chiaro che, anche se aspettavano da più di mezz’ora, non si erano mai seduti. Mio padre, che guardava fuori dalla finestra, si voltò di scatto e rimase fermo, come pietrificato, con in faccia un sorriso strano. Mia madre, che stava parlando con un’infermiera, improvvisamente iniziò a piangere, come se avessero premuto in lei un interruttore. Mi lasciai stritolare dal suo abbraccio, lei affondava la testa nel mio collo e io guardavo mio padre, ancora fermo vicino alla finestra, con lo stesso sorriso strano. Poi si avvicinò e mi abbracciò, e l’imbarazzo del contatto fisico tra noi fu l’unica cosa normale e familiare in quella serie di nuove espressioni e strane gestualità.

Fuori il sole era accecante e mio padre mi diede i suoi occhiali. Anche questo era un gesto inedito: normalmente, non avrei mai indossato dei ridicoli occhiali da ciclista, con le lenti arancioni a specchio. Ma il sole mi dava davvero fastidio e in più ero contenta che loro non potessero vedere il mio sguardo.

Ci sedemmo in un ristorante sul lago e mangiammo pesce. Mia madre chiacchierava continuamente, cosa che permetteva a tutti di ignorare il tintinnio continuo della mia forchetta sul piatto. Quel giorno tremavo più del solito. Mi rovesciai mezzo bicchiere d’acqua addosso, mia madre rise e disse: – Tanto fa caldo! – . Ma non era vero, non faceva affatto caldo.

Mi misi a fumare mentre loro ancora mangiavano. Normalmente me lo avrebbero impedito, normalmente la cosa li avrebbe disgustati, invece continuarono a sorridere e a chiacchierare. Facevano domande, interrogavano, come quando venivano a trovarmi nel mezzo del campo Scout, durante la Giornata dei Genitori. – E il Dottor Ravera? È simpatico?

– Si, è molto bravo – , rispondevo io. Per me erano tutti molto bravi. Nel senso che non avrei mai immaginato di poter accedere ad una serie di cure del genere, cure che, lo sapevo, avevo sempre desiderato ricevere, cure di cui, lo capivo solo ora, avevo sempre avuto bisogno: parlare sempre e solo di me e delle mie paure, mangiare, dormire, fumare, dormire, creare braccialetti pescando con le dita in secchielli di plastica colmi di perline scintillanti, fumare, dormire: il paradiso.

– Bellissimi i tuoi braccialetti – , disse mia madre, poco prima che mi rovesciassi addosso anche il caffè – per fortuna la mia felpa era nera, come al solito. – Ne faccio tre al giorno – , risposi.

Ne avevo nove per ogni braccio. Gli altri li tenevo sul tavolo della mia stanza, sparpagliati. Mi piaceva guardarli appena mi svegliavo. A volte il sole li colpiva e loro risplendevano traslucidi emettendo piccole forme di luce colorata sulla plastica grigia.

Ci sedemmo su una panchina che dava sul lago, io sempre in mezzo. Fino a quel momento l’amore ci aveva frastornato – certo, io ero già frastornata di mio. Ma ci amavamo così tanto, così tanto, che la luce, quel brutto lago da cartolina triste, gli occhiali a specchio, la mia faccia così gonfia che me la sentivo pesare addosso e le loro occhiaie profonde, segnale che, mentre io dormivo sorvegliata dall’infermiera Giovanna, loro restavano distesi ognuno nella sua stanza – dormivano separati ormai da anni – a fissare il lampadario o il soffitto galleggiare nell’oscurità, e i piatti e i bicchieri e i gamberetti in salsa cocktail, tutto sarebbe rimasto incastonato dentro di noi, noi tre, come dettaglio indispensabile di un qualcosa di luminoso, terribile, che mai più sarebbe stato intaccato o messo a rischio.

Lì sulla panchina, dopo quasi due ore che stavamo insieme – ce ne restava una – quell’amore emise un ultimo bagliore, un ultimo flash, nel silenzio, mentre tutti e tre guardavamo il lago davanti a noi, senza parlare, io fumando, e mia madre mi teneva una mano.

Fu dopo quel momento che tornai nella realtà, nello scorrere del tempo e nella mia natura mortale e dissi: – quando verrete la prossima volta mi dovreste portare il maglione nero con i profili oro, dei jeans e le Doctor Martens. Non ne posso più di girare in tuta.

– Non so se possiamo, lo chiederemo al Dottor Ravera – , disse mia madre.

– E mi servono anche tutti i miei diari, voglio rileggerli. Sono quei sette quaderni grossi nella scatola a fiori. Non leggeteli però.

Mia madre si irrigidì e riprese a guardare il lago. Capii che aveva paura. Ma di cosa?

– Li abbiamo buttati tutti – , disse mio padre.

Il primo l’avevo cominciato in terza elementare. L’ultimo lo stavo scrivendo poco prima che mi portassero in clinica.

– È stato il dottore a dirci di farlo – , si giustificò mia madre. – Non è possibile – , dissi io, e non dissi nient’altro per tutto il viaggio di ritorno.

Mi limitai a fumare e mi feci abbracciare e non mi girai a guardarli mentre sparivano dietro alla porta a vetri. Soltanto in bagno mi accorsi che mi ero tenuta addosso quei ridicoli occhiali. Li tolsi e li guardai a lungo, non sapevo che farmene.

 

 

 

Clara Mazzoleni è nata a Lecco e vive tra Roma e Milano. È laureata in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali all’Accademia di Belle Arti di Brera. Collabora con ATP Diary e ha pubblicato una raccolta di racconti, “La missione” (Lanfranchi Editore).