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Al corso di scrittura creativa ero l’ultima della classe

Photo credit: Traci Hines / The Real Little Mermaid

 

Ovviamente era settembre, per cominciare la stagione buona è sempre quella. Che poi a settembre magari non inizia niente, al più qualche quaderno. O un corso. E in quel caso il corso era quello di scrittura creativa. E il quaderno pure.

Il corso lo teneva Paolo, ”quello del ruggito del coniglio”. E a me tanto bastava.

Paolo sembrava un uomo buono, aveva la pancia. E la barba. Poi però parlava. E sentivi che tutte le letture di cui t’eri bardata nel presentarti alla classe non contavano più, che di Moravia a lui non gliene fregava niente, perché adesso era tutto concentrato su quel foglio titolato Esercizio, la data scritta a penna, che gli avevi lasciato sul tavolo.

Per l’occasione avevo tirato fuori uno scritto vecchio, lui voleva solo capire cosa scrivevamo, come scrivevamo. Doveva essere un esercizio a piacere. (Doveva essere «un piacere»). Dicevo – in questo scritto che non potevo chiamare racconto – della stazione Termini di Roma, dell’umanità (e sì, scrivevo proprio ”umanità”) che vi si riversava di continuo, di quella che invece lì ristagnava perenne.

– E di chi sarebbero ”le anime maleodoranti”? Cioè tu scrivi che alla stazione c’erano ‘sti disgraziati che dormivano per terra, so’ loro ”le anime maleodoranti”?

– Sì ma non nel senso che…

– Ah sì? So’ loro? E perché ‘maleodoranti’? So’ i corpi che puzzano, mica le anime. Che è, ‘a morale cattolica? Puzzano perché so’ cattivi?

Paolo, dicevo, sembrava un uomo buono.

Fu un esordio disastroso ma tornai. Sempre. Con la febbre, con la pioggia. Con l’angoscia. Entrare in quella stanza era l’unica cosa da fare. Prendere le legnate di Paolo, condividerle, continuare a tormentarsi una volta a casa. E scrivere, esercitarsi, trovare una storia.

”Trovare una storia”.
Io una storia non ce l’avevo, io non vedevo altre storie che la mia, e la mia era troppo grande, o forse troppo piccola, per stare dentro un Esercizio.

– C’hai ‘sto problema, tu, che devi sempre di’ tutto. E va a fini’ che non dici mai niente: senti ‘n po’, ma a un corso di poesia c’hai mai pensato?

Avevo mai pensato a un corso di poesia? No.
Avevo pensato, piuttosto, che gli esercizi degli altri erano pieni di donne banalmente belle, di uomini banalmente affascinanti, di case banalmente accoglienti.
Ma loro avevano una storia. E io, che la ”seta frusciante” piuttosto che scriverla mi ci sarei impiccata, io, una storia non ce l’avevo.

Poi un giorno, caracollando sui sampietrini del centro per raggiungere lo studio della dottoressa, mi venne incontro un’idea. O meglio, mi venne incontro la merciaia di Vicolo del Vantaggio, con le mutande nuove in mano.
Le dissi che sarei passata più tardi, che ero in ritardo, e così feci. E mentre lei mi sventolava davanti pizzi e fiorellini, io pensavo che in fondo avevo finalmente La Storia.

Lo dissi a Paolo la volta dopo: – Ho la storia, sai. C’è questa donna che va in analisi e ogni volta che esce dalla terapia va a comprarsi un paio di mutande. Come per coprirsi, come per…’
– Forte! Dai, sviluppala.

Fu la serata più bella della mia vita, o almeno di quell’inverno.
Avevo una storia. Così Adele cominciava a prendere forma. Naturalmente dentro le sue mutande.

Ogni lezione più fiduciosa, lasciavo i fogli sul tavolo e tornavo al mio posto.

Paolo leggeva, a voce alta, poi tirava su la faccia e barriva.
Ancora una volta, per dire tutto non dicevo niente.
Adele cominciava a prendere forma ma non era la forma giusta, diceva Paolo. E se lo diceva Paolo, era sicuramente vero.

È che io non sapevo proprio dove mandarla, Adele. Non sapevo chi era, che faceva. Non sapevo cosa pensava. Non sapevo se era alta, bassa, se aveva un tic, un difetto di pronuncia. Non sapevo se era malata, se era povera o se invece aveva ereditato un patrimonio. Non sapevo se aveva paura, se la sua vita era inchiodata forte ai paletti madre/padre/morte/amore. Se quei paletti gli si conficcavano nello sterno di notte, o se invece Adele era una donna libera, leggera come le sue mutande, licenziosa e trasgressiva, orgogliosamente grassa o, persino, ”felicemente sposata”. Non sapevo se alla fine avrebbe rinunciato alle sue mutande. O se invece ne sarebbe rimasta sommersa, soffocata. Avviluppata.
E così, Adele moriva ogni giorno un po’. Insieme alla sua credibilità.
Mentre le storie degli altri diventavano via via sempre più giuste.

Una sera, a fine corso, andammo a mangiare una pizza. Tutti insieme. Quelli con la storia e quelli che no. Cioè io. Ero seduta vicino a Paolo. Chiacchieravamo. Gli raccontavo di quanto mi piacesse scrivere benché, ormai era palese, non lo sapessi fare. Di come su quel forum su cui passavo le ore le mie ”cose” venissero apprezzate dagli altri, di come scrivere a lampi fosse così diverso dallo scrivere per davvero. Gli raccontavo del virtuale, degli incontri di chat. Di quella volta che presi il treno che andava a Piacenza per incontrare Yankee, che poi si chiamava Franco, e aveva una moglie e tre figli biondi con gli occhi azzurri, banali come i personaggi che animavano le storie dei miei compagni di corso. Di come il treno, al ritorno, stette fermo le ore perché uno s’era buttato sui binari. Di come piangevo perché yankee-che-poi-si-chiamava-franco non aveva voluto saperne di continuare quel nostro rapporto. Di come, infine, la gente pensava che piangessi per quel poverocristo aspirante suicida e aveva persino preso a consolarmi un po’.

Paolo si girò e mi guardò a occhi larghi.

– Ma eccola, la storia! Di questo, devi scrivere!

Il messaggio era arrivato ma il corso, ormai, era finito.
Adele non esisteva più, anche se sarebbe più corretto dire che non era mai esistita: io andavo sempre in analisi; la merciaia di Vicolo del Vantaggio, al ritorno, mi aggiornava sempre sulla mutanda della settimana.

Una volta vidi per caso – era passato qualche anno, ormai – che Paolo quel suo corso di scrittura lo teneva ancora.
Era cambiata la sede, non era cambiata la mia voglia di provarci.

E così mi ripresentai. Di nuovo principiante in mezzo ai principianti.
Paolo non mi riconobbe. E io mi guardai bene dal farmi riconoscere.

Inesorabile arrivò il momento della lettura dell’esercizio.

Stavolta raccontai di un uomo. Vecchio. Zoppo. Lo portai dentro una sala giochi, lo incollai a una slot. Lui che viveva per quell’unica ragione. No, non vincere: giocare. Aspettare la sirena, la coda argentata, il busto indifeso, le ciglia bagnate.
Raccontai della sua bruttezza. E della bellezza in cui restava impigliato.

– Bello – commentò Paolo. – Non vuole dire niente, ma è scritto bene.

– Non vuole dire niente – , mi ripetevo tornando verso casa.
Sorridendo.

 

 

Alessandra Mureddu vive (poco) al Fleming e lavora (molto) a Testaccio. È sola. Con un cane. La potete trovare su Twitter.