Crea sito

Cinque storie vere tranne una

Why'd You Only Call Me When You're High?

 

1.

Una volta, avrò avuto dodici anni, stavo andando all’oratorio, uno dei primi percorsi casa-fuori che facevo da sola. Avevo appena attraversato la strada. Ero stata molto attenta, avevo guardato sia a destra che a sinistra, ed ero arrivata sana e salva sul marciapiede opposto. Stavo per girare l’angolo e arrivare all’oratorio, quando una signora ferma sul marciapiede. Mi dice, C’è un coniglio nel cestino della spazzatura. Osservo questa signora. Chi è? A colpo d’occhio mi sembrava una barbona. Poi ho pensato che era una pazza, una di quelle che parlano da sole per la strada, poi ho guardo il suo foulard e in quel momento mi era sembrata una specie di cartomante, perché aveva uno strano foulard che le copriva i capelli. E poi la mano, con le vene in rilievo, e il dito che finiva con un’unghia rossa che indicava il cestino.
Poi la signora senza dire altro, ha girato l’angolo e se n’è andata.
Allora ho fatto un passo verso il cestino e ho guardato dentro. C’era un sacchetto color kiwi di quelli che ti danno al mercato per portare via la frutta. Dentro al sacchetto, un occhio rosso, rosso sangue mi guardava.
Una palla di pelo bianca, bianchissima come la neve, era veramente lì e mi guardava e muoveva compulsivamente il naso e i baffi bianchi.
Allora sono corsa a casa, sono salita su da mia mamma, le ho detto che c’era un coniglio nel cestino e così è venuta con me e lo abbiamo portato a casa.

 

2.

Una sera ero in piazza Duomo, non so cosa avevo fatto prima e dopo, ricordo che a un certo punto ero in piazza Duomo con un amico, lo conoscevo da poco, era molto più grande di me. Io avrò avuto ventidue anni, lui quaranta. Con noi c’era anche un’altra persona, amica di questo mio amico, il direttore generale della Rai in quel momento. Non so davvero come fosse possibile che io mi ritrovassi con un mio amico e col direttore generale della Rai, ma un certo punto succede che il direttore mi dice, Vuoi una domanda da Marzullo? Io mi ero messa a ridere, pensavo mi prendesse in giro, allora gli ho risposto, Certo come no. E lui ha preso il telefono. Dopo qualche secondo sento che dice, Sono qui con una mia amica, potresti farle una domanda? Io lo guardavo, pensavo, questo è matto, e quando mi ha avvicinato il telefono io ho riso e ho detto, No dai, lasciamo stare. Però lui ha insistito e così ho preso il telefono, ho detto pronto, e dall’altra parte c’era veramente Marzullo.
Mi sarebbe piaciuto finire questo racconto con la domanda che mi aveva fatto Marzullo, purtroppo non me la ricordo, ed è strano perché io mi ricordo sempre tutto.

 

3.

Ero seduta per terra sulla moquette di casa di mia mamma a Milano, era pomeriggio e c’era il sole. Ero appoggiata contro il calorifero che mi si conficcava nella schiena e mi faceva un po’ male. Di fianco a me c’era un ragazzo che mi stava baciando. Si chiamava Lesley. Ci eravamo conosciuti in un villaggio turistico in Francia. Lui lavorava al bar, io facevo l’animazione per i bambini. Parlavamo in francese, anche se lui non lo conosceva tanto bene, perché essendo belga parlava solo il neerlandese. Ma anche io il francese non lo sapevo benissimo, lo stavo ancora studiando al liceo. La tv era accesa, non ricordo più su che canale, a un certo punto sento le parole di una giornalista. Smetto di baciare Lesley e vedo in tv l’immagine delle torri gemelle. Mi alzo subito per andare a vedere, poi anche Lesley. Eravamo lì in piedi davanti alla tv quando abbiamo visto l’esplosione della prima torre. Era stranissimo per un sacco di motivi, primo perché sembrava un film, secondo perché non era un film, terzo perché non conoscevo nessuna parola in francese per commentare insieme a Lesley quello che stavamo vedendo, quarto perché di lì a un’ora Lesley doveva prendere un aereo per tornare in Belgio.
E così dopo siamo andati all’aeroporto, ricordo che era deserto, e alla prima persona che mi sembrava lavorasse lì avevo chiesto, Scusi, partono gli aerei? Dentro di me ricordo che speravo mi dicesse di no, speravo li avessero bloccati tutti. Invece mi disse, Sì partono.
E così dopo che avevo salutato Lesley, io ero sull’autobus, e un signore in piedi di fianco al conducente ha detto, È caduta anche la seconda torre.

 

4.

Ero a casa mia, era l’ora di pranzo, stavo entrando in cucina per farmi da mangiare e poi andare a lavorare. Suona il telefono. È mia mamma. Subito mi preoccupo perché mia mamma mi chiama poco sul cellulare. Rispondo, ha la voce strana non riesce molto a parlare, mi sta dicendo che sono venuti i ladri in casa. Prendo la bici, corro da lei e la chiamo di nuovo mentre vado, ha la voce rotta, è agitatissima. Capisco subito che hanno rubato i computer. Quando arrivo a casa, trovo tutto fuori posto, robe rotte buttate per terra, e sul letto matrimoniale vedo una cosa che ci abbiamo messo un bel po’ prima di capire perché era così.
In pratica c’erano gli aghi da maglia di mia mamma sparpagliati sul letto, sembravano spaghetti. Nella confusione generale nessuno si era chiesto come mai erano lì, solo dopo un po’, quando avevamo capito che i ladri erano entrati dal balcone, siamo riuscite a ricostruire quella scena.
In pratica gli aghi da maglia stavano tutti dentro una borsa blu che mia madre teneva nell’armadio. E siccome i ladri avevano bisogno di una borsa per portare via i due pc portatili, avevano svuotato in fretta quella borsa e buttato tutto il contenuto sul letto.
Ricordo che a furia di guardarci intorno e chiederci, Ma hanno preso anche quello? E quello? E quell’altro? A un certo punto dico alla mamma, Mamma, ma il pettine verde?
Improvvisamente sento una grande angoscia dentro di me per via di questo pettine.
Un pettine normalissimo di plastica, con i dentini strettini da un lato e quelli più larghi dall’altro. Solo che quel pettine ce lo abbiamo in pratica da quando sono nata, è il pettine con cui sono cresciuta. Era sempre stato lì, sulla cassettiera, in camera da letto, di fianco allo specchio. Se mi hanno anche rubato il pettine verde, mi ero detta, sentivo salire un sacco di rabbia. Ricordo i quattro passi che ho fatto prima di arrivare in camera, ero tristissima, sentivo che mi avevano portato via tutto e se avessi perduto anche il pettine verde sarebbe stato veramente orribile.
E poi entro in camera e lui era ancora lì, nella sua posizione trentennale, di fianco allo specchio, tutto lungo tutto verde tutto tranquillo. Allora l’ho preso, l’ho avvicinato alla guancia, gli ho dato un bacio e l’ho rimesso lì al suo posto.

 

5.

Quando ero piccola, ma così piccola che non ricordo niente, mia mamma mi ha raccontato che per qualche mese abbiamo avuto in casa una scimmia. Si chiamava Cristina. Certi giorni ripenso a questa storia che mi ossessiona. Com’è possibile trovare una scimmia a Milano? E perché l’ha presa? E io come posso non ricordarmi nulla? E poi quanto l’ha pagata? E come si trovava in casa? Puzzava? E la pipì, dico, la pipì dove la faceva? Mangiava le banane? E se sì, quante?
Allora una volta le ho chiesto, Senti ma’perché Cristina non ce l’abbiamo più?
Perché buttava giù tutto dagli scaffali, mi aveva risposto.

 

 

Sarah Spinazzola è nata a Milano nel 1983. Ha pubblicato racconti nell’antologia “Scontrini. Racconti in forma d’acquisto” (Baldini Castoldi Dalai, 2004) e “L’accalappiacani” (Derive Approdi, 2010). Nel 2012 ha esordito con il romanzo “Il mio regalo sei tu” (Marcos y Marcos). Collabora con la rivista Rolling Stone e con Doppiozero. Sta lavorando al suo nuovo romanzo. La potete trovare anche su Twitter