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il più grande ematologo del Pleistocene

Photo Credit: Wonderlane via Compfight cc

 

 

Con questo mio orecchio napoletano tendo a sussultare davanti ai cognomi tronchi che finiscono in consonante. Sono esotici e lontanissimi, lontanissimi tipo il Veneto. Chi a Napoli ha il cognome tronco che finisce per consonante forse ha avi veneti, quindi probabilmente è una personalità nel proprio campo d’azione, capace di sbaragliare la concorrenza piana. 

Quando un anno fa mia nonna stava morendo, il cardiologo ci consigliò di consultare alla svelta il grande ematologo con il cognome tronco che finisce per consonante. 

Ormai non lo vediamo da un anno, ma volevamo molto bene al cardiologo. Era uno che ti diceva di fare le cose alla svelta anche se la paziente è una centenaria spacciata, e questo deficit di cinismo ci faceva tenerezza. 

Stringevamo nelle mani i risultati di certe analisi del sangue: se leggi analisi del sangue ogni settimana diventi molto esperta. Esperta tipo che hai imparato a memoria i valori di riferimento, ma non esperta tipo che ti viene da associarci, come fece lui, immagini bellissime che verrebbero bene in una foto da postare su Tumblr. 

È come una goccia di sciroppo alla granatina diluita in una bottiglia d’acqua da due litri: nemmeno rosa. 

Non è la quantità di globuli rossi che ti aspetteresti nel sangue di una persona viva. 

Il grande ematologo con il cognome che finisce per consonante abita proprio in questo palazzo, qualche piano più sotto , questo che parla è il cardiologo, spero gli vediate il sorriso in faccia. In effetti ci stava dava una buona notizia, perché la situazione sarebbe potuta sfuggirci di mano in poche ore, nemmeno il tempo di chiamare l’ambulanza o di riuscire a leggere, alla pagina successiva, i valori dell’urinocoltura. Il grande ematologo era esperto in trasfusioni e aveva pubblicato molti studi e aveva curato una sua vecchia zia che dopo la convalescenza si era distinta nientemeno che nel beach volley a livelli agonistici. 

 

Nessuno conosce mia madre, me o mia sorella, siamo un trio piuttosto silenzioso ed estraneo alle chiacchiere da pianerottolo, con l’aggravante di essere un acquisto recente del condominio. Ma tutti conoscono mia nonna, che ha abitato questa casa dal 1967, prima inquilina, nuova costruzione, pezzi igienici ancora imballati, chiavi in mano direttamente dal costruttore. Non ci saremmo mai sognate di suonare il campanello del grande ematologo, pur nell’emergenza: citofonammo perciò alla portinaia in modo che intercedesse per noi con il luminare tronco. Disse che eravamo fortunate perché l’aveva visto rincasare proprio qualche ora prima. 

 

Sua signoria, Grande Ematologo del Sacro Ordine del Cognome Tronco, è invitata al gran ballo del settimo piano, nella dimora della sig.ra Maria Francesca, classe 1918. Seguirà a questo invito contatto telefonico per procedere alle necessarie presentazioni e concordare successivi adempimenti. 

 

Il grande ematologo si negò. 

La moglie si confrontò col marito coprendo il citofono con il palmo della mano e poi comunicò alla portinaia di non aver piacere a divulgare il suo numero di telefono – era sull’elenco, se proprio volevamo. 

La portinaia non se l’aspettava, considerato che ci aveva consigliato di presentarci direttamente alla porta e noi avevamo invece insistito per farci annunciare da lei. Si scusò a nome del luminare, mortificata. Non c’era altro da fare: liberammo dal cellophane l’elenco telefonico mai usato e chiamammo.  

Al telefono la moglie ci confermò che il luminare non era in casa. Avremmo potuto concordare una visita non prima del pomeriggio successivo. Mia madre precisò prontamente che non si tratta di una visita, ma soltanto di fargli vedere le analisi del sangue, per capire come muoversi e, ovviamente, onorando il disturbo. 

Domani pomeriggio. E comunque mio marito non c’è. 

Ma la portinaia l’ha visto rincas – 

Le-ho-detto-che-mio-marito-il-luminare-non-c’è. 

Mia nonna morì un paio di giorni dopo, per il sangue e un sacco di altra roba andata a male. 

È passato un anno esatto. Due giorni fa torno a casa dall’ufficio e infilo uno dietro l’altro i soliti gesti come in una coda di azioni dei Sims: citofono, vado all’ascensore, lo vedo che sale al mio piano, lo richiamo giù, ci trovo dentro un sacchetto d’immondizia, vado a buttarlo nel cassonetto. Intanto il portone si chiude, ma evito di citofonare ancora: apro con le chiavi e sulla via dell’ascensore controllo la cassetta della posta. 

Aprendola mi cade in mano una manciata di bigliettini elettorali, siamo in quel periodo lì. Guardo distrattamente e leggo il cognome tronco che finisce per consonante del grande ematologo. 

Guardo ancora. 

Vuole prendersi cura della sua circoscrizione. 

Nella borsa trovo una penna. Su uno dei bigliettini scrivo MAGARI UN ALTRO GIORNO, poi cerco il cognome tronco e li infilo tutti nella sua cassetta della posta. 

 

 

 

Marianna Crasto nasce a Napoli nel 1984, già munita di occhiali. Si distingue nella lotta contro i portatori di lenti a contatto. Un giorno ha urlato al cielo “Se non posso fare la scrittrice allora non mi importa più di niente, farò un lavoro qualunque!” e infatti adesso fa un lavoro qualunque. Scrive cose belle come questa bio sul blog Cose che non esistono e fa parte della redazione di Inutile