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Salvare le persone, prima di Anne Frank, era semplice

Keystone View/FPG/Getty Images

Tornano i ricordi d’infanzia con la storia vera di Claudia, detta la Mangialibri, e il suo rapporto da lettrice con un famosissimo Diario.

A otto anni avevo già salvato la vita di parecchie persone, tra cui quella di mio papà, mia mamma, mia sorella e maestra Marinella. Maestra Marinella era minuta con delle gengive gigantesche, i capelli cortissimi ed era andata in viaggio di nozze a Cuba. A volte ci faceva il labiale delle parole che dovevamo scrivere e allora quelle gengive diventavano padrone assolute della scena, un rosso imponente che articolava parole mute.

Alle scuole elementari “Giuseppe Garibaldi” le classi sino alla terza erano al piano terra e tutti i bambini guardavano con ammirazione l’imponente fila-per-due-presi-per-mano delle quarte e quinte classi, alle quali era riservato tutto il primo piano. Quelle poche scale mi sembravano l’ingresso in un mondo finalmente adulto, responsabile e spaventoso, fatto di lunghe equazioni e interrogazioni di geografia molto più accurate.
Io intanto mi aggiravo baldanzosa per il lungo corridoio, custode di un segreto tutto mio: potete prendermi in giro per le labbra a gommone sino a sfinirvi, tanto siete tutti vivi per merito mio e tutti i vostri papà e mamma e nonni sono vivi solo grazie a me.

Maestra Marinella all’inizio non ci credeva che leggessi così in fretta i libri che prendevo in prestito e mi interrogava – raccontami la storia, chi sono i protagonisti, come finisce – fino a quando non iniziò a chiamarmi la Mangialibri, un nome che mi sembrava solenne e perfetto, di quelli da annunciare quando il sipario si alza: ecco la Mangialibri, e tutti giù ad applaudire. Ma all’improvviso mi inceppai: continuai a leggere e rileggere per mesi, per anni, lo stesso libro, sera dopo sera. Non riuscivo a salvare la protagonista, non riuscivo a farla vivere. Non importava cosa facessi o quale rituale mettessi in atto, le ultime pagine mi paralizzavano sempre con “QUI FINISCE IL DIARIO DI ANNE FRANK”, seguito da pagine dettagliate nelle quali non solo Anne non si salvava, ma veniva descritta la sua morte e quella di sua sorella, di sua madre, di suo padre, di tutti quanti. Era inaccettabile.

Salvare le persone, prima di Anne Frank, era semplice: bastava spazzolare i denti cento volte, non dormire mai sul fianco sinistro, leggere con molta attenzione tutte le parole di un libro inclusa la biografia dell’autore, l’indice, la prefazione e la postfazione, senza dimenticare i singoli numeri delle singole pagine; era sufficiente entrare a scuola saltando l’ultimo gradino, contare velocemente sino a cento mentre si temperavano lentamente i pastelli, usare sempre lo stesso pezzo di carta carbone; o ancora dividere il cibo dentro la bocca mentre si masticava – una pennetta di qua, una pennetta di là -, dire le preghiere la sera sempre nello stesso ordine, contare sino a cento ogni volta che un aereo diretto alla base militare mi passava sopra la testa. In generale “cento” era un numero grasso e bello e funzionava sempre in situazioni spinose: se gli zii si picchiano è semplice non morire, si sta in camera e si ripete ero-in-bottega-tic-e-tac cento volte – visto com’è semplice? Salvo sempre tutti così, io faccio tutto quello che devo fare ogni giorno tutti i giorni e quelli a cui voglio bene non muoiono.

Poi qualcuno morì, qualcun altro scomparve e anche Anne Frank continuava imperterrita a morire a un giorno di distanza da sua sorella Margot.

Leggevo il Diario seduta sulle scale con le gambe incrociate, scomodissima, ma quello era il posto nel quale si leggeva. Quali disgrazie sarebbero successe se mi fossi spostata, se non mi fossi seduta esattamente lì in quel gradino ogni sera d’inverno? Ormai conoscevo perfettamente tutte le pagine, ogni cara carissima Kitty: la routine quotidiana con le ore accanto, i racconti sulle patate da sbucciare, la riga di concentrazione sulla fronte di Pim, la codeina, il regolamento dell’Alloggio Segreto, le tre paia di mutande estive cadauno 0.50, i battibecchi, i regali di compleanno e le poesie, i passanti osservati dalla finestra, i sogni su Hanneli, il bacio di Peter tra i capelli di Anne.

Papà, ma tu sogni mai di essere un’altra persona? Io ci penso sempre – dissi una mattina con la massima serietà. Mi sembrava ormai incontrovertibile: avevo usato troppo i miei poteri, non funzionavano più. In qualunque modo cercassi di vedere la situazione, era chiaro fosse colpa mia. Erano colpa mia i morti, gli scomparsi e Anne Frank.

Lasciai il Diario nello scantinato di casa, non lo toccai per un tempo che mi parve lunghissimo.

Un pomeriggio iniziò a piovere e non smise per tre giorni. Una sera, a casa di nonna, la sentii sussurrare la sua preoccupazione a mia zia: temeva che i miei genitori e mia sorella morissero nel tentativo di tornare a casa. Mi chiusi in una delle stanze al piano di sopra, mi sedetti sul grande e scomodo letto matrimoniale e pregai incessantemente, mettendo in atto ogni tipo di rituale. Quando l’acqua iniziò a entrare in casa, allagando il piano terra, mettendo fuori uso i telefoni e la luce, iniziai a battere compulsivamente le mani contro le cosce cento volte, cercando di contare per cento volte fino a cento; per piacere, per piacere, non far morire nessuno, io posso contare anche tutta la notte, mi sta bene spaventarmi moltissimo, basta che poi non muoio e la diga tiene e la scuola non crolla.

La mattina successiva il nostro scantinato era completamente pieno d’acqua, ma la mia famiglia era riuscita a tornare a casa: mia madre non sapeva spiegarsi esattamente come, a mio padre invece aveva dato un passaggio un agricoltore con il suo trattore –  aspetto, questo, molto avventuroso e rurale. Quando anche io tornai a casa erano tutti alle prese con gli scatoloni contenenti quello che erano riusciti a salvare dall’alluvione.

Tra i primi oggetti messi in salvo, appeso con cura ad asciugare su un filo, con la copertina quasi completamente staccata e con le pagine dure e croccanti rigonfie d’acqua, eccolo, eccolo!, il Diario si era salvato.

 


Claudia Puddu è nata in Sardegna nel 1989, vivendo ben due mesi dei gloriosi anni ottanta. Fino ai venticinque anni ha vissuto a Uta (senza h finale), famosa nel mondo per la festa di Santa Maria. Da sempre negata per la tecnologia, la moda o la cucina, annovera tra i suoi talenti l’essere talvolta riuscita a superare le apixedde in bicicletta. Da due anni vive, lavora e studia a Roma, dove sta ultimando gli studi della magistrale in Editoria e scrittura alla Sapienza. La sua collaborazione più importante e duratura è stata quella con Redox, magazine online di fotografia. Ama tutto ciò che le fa provare emozioni contrastanti, soprattutto Sanremo o la pasta ai fagioli. Su Twitter è @claudiapuddu11.