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La penultima donna che ho amato

Photo Credit: kevin dooley via Compfight cc

 Bentornati a Import/Export, dove traduciamo le migliori storie personali apparse su giornali, riviste e portali stranieri.

 

Quando avevo diciannove anni, ho fatto coming out con i miei genitori al telefono. Ero nel deserto, lontano da loro, vivevo con una coppia che conoscevo a malapena e facevo quel genere di lavoro che avrebbe scandalizzato chiunque mi conoscesse. Ero a pezzi, letteralmente. Avevo lasciato il mio college Ivy League e mi ero “data alla macchia”, avevo interrotto i contatti con tutte le persone che conoscevo e amavo e che mi amavano. Ero nel mezzo di un crollo emotivo, ma non conoscevo le parole giuste per potermi spiegare o per capire perché stessi facendo quelle scelte.

 

La penultima donna che ho amato, Fiona, alla fine ha compiuto quel gran gesto che ho sempre desiderato facesse dopo che avevo voltato pagina, o mi ero convinta di aver voltato pagina, perché non mi aveva mai dato quello di cui avevo bisogno – dedizione, fedeltà, affetto. Eravamo ancora amiche, ma mi stavo vedendo con un’altra persona, Adriana, che era bellissima e gentile, anche se a conti fatti saremmo risultate incompatibili anche noi. Adriana viveva dall’altra parte del paese e mi stava facendo visita nel Midwest. Ce la stavamo spassando. Non conoscevamo ancora le peggiori cose l’una dell’altra. Come spesso succede in questi casi, qualcosa della presenza temporanea di Adriana in città fece realizzare a Fiona che le stavo sfuggendo dalle mani.

La nostra relazione era stata in larga parte priva di parole. Passavamo tutto il nostro tempo insieme. A volte eravamo intime. Conoscevamo le nostre rispettive famiglie. Lei era single e si infatuava di altre donne e talvolta cominciava relazioni con loro, eppure io c’ero. Noi c’eravamo. Bastava, finché ad un certo punto non bastò più. E c’era Adriana. Lei voleva darmi di più e io la lasciavo fare, anche se non potevo ricambiare nello stesso modo.

Mentre Adriana era in visita, Fiona continuava a chiamarmi. Nella sua voce c’era un’urgenza che avevo sempre desiderato sentire. Aveva bisogno di me e io mi trovavo in una situazione complicata in cui sapere che qualcuno ha bisogno di te è particolarmente allettante. Ad un certo punto durante la sua visita ho portato Adriana in una libreria e sono corsa da Fiona perché mi aveva detto che aveva solamente bisogno di vedermi. Non ricordo nemmeno di cosa abbiamo parlato, ma mi ricordo perfettamente che quando sono andata a prendere Adriana mi sentivo in colpa e non riuscivo a guardarla in faccia.

Vedete, avevo preso l’abitudine di uscire con donne che non avrebbero mai potuto darmi quello che volevo, che non avrebbero mai potuto amarmi abbastanza perché ero una ferita aperta bisognosa di attenzioni. Non riuscivo ad ammetterlo con me stessa, ma c’era uno schema di intenso masochismo emotivo, di buttarmi nelle relazioni più drammatiche possibili, di avere bisogno di essere una vittima di qualche tipo ancora, ancora e ancora. Perché quello era qualcosa di familiare, qualcosa che capivo.

 

C’era stato un episodio con alcuni ragazzi, anni prima, e non riuscivo a superarlo. Talvolta lo chiamo un episodio perché anche adesso brucia ammettere la verità su cosa fosse accaduto. Allora i ricordi erano ovunque, persistenti, e avevo paura di tutto. Pensavo che scappare mi avrebbe fatto lasciare tutto alle spalle. Pensavo che mi sarei liberata di quello che era successo e di quello che mi aveva fatto diventare.

Nella mia versione di fuga sono andata prima a San Francisco, poi in Arizona, con un uomo più vecchio di me che si dimostrò un amico molto gentile proprio quando avevo bisogno di un amico molto gentile. Ancora oggi sono grata per la generosità che mi ha mostrato. Sono stata fortunata che non fosse un serial killer o in ogni caso una persona terribile perché ci siamo conosciuti online ai tempi in cui si aveva accesso alla rete con modem da 2400baud. Mi ha fatto conoscere persone interessanti e mi ha aiutato a sistemarmi in un genere di vita che non assomigliava neanche lontanamente alla vita ordinata che conoscevo. Mi ha dato spazio per provare a dimenticare chi ero e diventare qualcosa di diverso, di migliore, più libero.

Non so come, dopo qualche mese dalla mia scomparsa i miei genitori sono riusciti a rintracciarmi, perché sono bravi genitori e amano i loro figli in modo viscerale. Non mi avrebbero mai lasciata andare, non in quel modo almeno. Ero troppo giovane e incasinata per rendermi conto di cosa stessi facendo passar loro. Me ne rammarico ancora.

Quando ci siamo sentiti, i miei genitori volevano solo sapere perché fossi scomparsa. Non sapevo cosa dir loro. Non potevo dire, – mi sento soffocare e sto impazzendo perché mi è successa una cosa orribile – , anche se era la verità. Ho pensato alla loro fede e alla loro cultura. Ho detto loro quell’unica cosa che avrebbe potuto definitivamente troncare i rapporti fra di noi. Non che non volessi i miei genitori nella mia vita, ma non sapevo come essere a pezzi e al tempo stesso essere la figlia che loro pensavano di conoscere. Ho sbottato, – sono lesbica – . Anche di questo mi vergogno, non del mio essere queer, ma della poca fede che ho riposto in loro e di quanto fosse distorta la mia conoscenza di cosa significasse essere queer.

Dire di essere gay non corrispondeva alla verità. Non era neanche una bugia però. Ero e sono attratta dalle donne. Le trovo piuttosto intriganti. All’epoca non sapevo che a questo mondo potevo essere attratta sia dalle donne sia dagli uomini. Inoltre in quei primi tempi mi piaceva uscire con le donne e farci sesso, ma contemporaneamente ero terrorizzata dagli uomini. La verità è sempre caotica. Volevo fare tutto quanto fosse in mio potere per rimuovere dalla mia vita la possibilità di finire a letto con degli uomini. Non ci sono riuscita, ma mi sono detta che sarei potuta essere gay e non essere ferita mai più. Avevo bisogno di non essere ferita mai più.

I miei genitori non erano elettrizzati all’idea di sapere che la loro unica figlia femmina fosse gay. Mia madre disse una cosa del tipo che lo sapeva perché una volta le avevo detto che mi sarei sposata in jeans. Non capivo il nesso fra le due cose. Mi aspettavo che i miei genitori mi avrebbero voltato le spalle, ma non fecero niente del genere. Non avrei mai dovuto dubitare di loro. Mi chiesero di tornare a casa, ma non me la sentivo, non ancora. Non potevo mostrar loro quanto fossi incasinata. Almeno però ci parlavamo di nuovo. Qualche mese dopo sarei tornata a casa e mi avrebbero accolta a braccia aperte. Per un po’ di tempo le cose fra di noi non sarebbero andate bene, ma neanche male. E dopo un bel po’ di tempo, le cose sarebbero andate bene e mi avrebbero vista per quella che sono, avrebbero accolto nella loro casa le donne che ho amato e avrebbero amato me per quella che sono. Mi sarei resa conto che era sempre stato così.

La prima donna con cui sono stata a letto era grossa e bella. Mi ricordo ancora il suo profumo. La sua pelle era così soffice. Era gentile proprio quando ero affamata di gentilezza. E’ stata l’avventura di una notte a una festa. Sono suonati svariati cd durante il nostro incontro segreto. E’ stata un’esperienza. La mia lingua si agita quando ripenso al suo nome. La donna successiva con cui sono andata a letto la chiamavo la mia ragazza, anche se ci conoscevamo a malapena. Ci eravamo conosciute su internet, avevo fatto i bagagli ed ero volata in Minnesota per stare con lei in pieno inverno. Avevo una valigia con me, nessun vestito invernale e faceva talmente freddo che si era congelata la serratura dell’auto. Non sapevo nemmeno che potesse succedere una cosa del genere. Viveva in un appartamento in un seminterrato buio e angusto, dove non potevo stare in piedi del tutto perché ero troppo alta. Eravamo giovani e ridicole. Siamo durate due settimane.

Durante gli anni successivi sono uscita con una serie di donne terribili in modi nuovi e diversi. C’è stata la donna che mi ha stretto il braccio così forte da lasciarmi il segno. C’è stata la donna a cui piaceva stare all’aria aperta, andare in campeggio e ai festival di musica womyn, tutte cose che trovavo orripilanti. C’è stata la donna che mi ha tradito e lasciato le prove della trasgressione nella mia auto. C’entrava il bagno di un Olive Garden, il che ha semplicemente aggiunto un danno alla beffa. C’è stata la donna che mi ha detto che si vedeva insieme a me nel suo futuro, ma non sapeva come stare con me nei giorni che sarebbero intercorsi fra quel momento e un ipotetico futuro.

Io stessa ero terribile in modi nuovi e diversi. Ero ugualmente se non più colpevole in queste relazioni. Ero troppo insicura e bisognosa di attenzioni, in costante ricerca della conferma di essere amata, di essere degna di essere amata. Ero emotivamente manipolativa nel cercare di ottenere quel genere di conferma. Il mio terribile giudizio nei confronti delle donne derivava dal mio essere vittima dell’illusione che le donne non potevano ferirmi, non come poteva ferirmi un uomo. Se una donna si dimostrava minimamente interessata a me io ricambiavo, di riflesso. Ero caduta nella pericolosa trappola dell’essermi innamorata dell’idea di essere innamorata. Volevo essere desiderata e che qualcuno avesse bisogno di me. Di tanto in tanto finivo con donne che non potevano o non volevano darmi una frazione di quello che desideravo. Finivo con donne a cui non potevo o non volevo dare una frazione di quello che desideravano.

Mettevo in scena il mio essere queer in modo da poter credere a questa mezza verità che avevo raccontato a tutti, che avevo raccontato a me stessa. Ero lì ed ero queer. Come si usava fra la gioventù queer dei miei tempi anch’io indossavo troppi anelli, spille e cose a tema del genere. Avevo tappezzato la mia macchina di adesivi. Ero diventata una fervente attivista per svariate questioni senza sapere veramente perché.

A peggiorare le cose c’era il fatto di essere ancora attratta dagli uomini, e non poco. Quando andavo a letto con le ragazze spesso fingevo di essere con qualcun altro, qualcuno con un corpo più duro in certe parti e più piatto in altre. Mi dicevo di smetterla. Mi dicevo che tutti hanno delle fantasie. Mi odiavo perché desideravo gli uomini, quegli uomini che mi avevano ferita così tanto. Mi dicevo di essere gay. Mi dicevo che quello era ciò che mi era concesso avere per non rischiare di farmi male. Mi dicevo di essere una roccia. Per un bel po’ di tempo, toccavo ma non mi lasciavo toccare. Ero una roccia ed ero intoccabile. Fremevo. Ero rigonfia di desiderio, di un bisogno disperato di essere toccata, di sentire la pelle di una donna contro la mia, di trovare liberazione tramite il piacere. Mi negavo anche quello. Mi punivo. Ero una roccia. Non potevo sanguinare. Mi dicevo un sacco di cose.

 

 

Al termine della visita di Adriana sono tornata a casa dopo averla accompagnata in aeroporto, salutandola con la promessa che ci saremmo riviste presto. Quella è una promessa che ho mantenuto prima di infrangere un’altra promessa e poi il suo cuore. Fiona mi aveva scritto lettere stupende dicendomi tutto quello che avevo sempre voluto sentirmi dire da lei. Stavo sul divano a leggere e rileggere le sue parole, tremante, perché, finalmente, avevo tutto quello che volevo da lei nel palmo della mia mano, e perché anche allora sapevo che l’avrei allontanata da me. Mi sarebbe bastato alzare la cornetta e comporre un numero. Mi sarebbe bastato dire, – Sì – .

 

 

 

Roxane Gay è l’autrice del romanzo “An Untamed State” e della raccolta di saggi “Bad Feminist“. Insegna alla Purdue University. Ha fondato la casa editrice indipendente Tiny Hardcore Press e ha curato la rivista letteraria PANK Magazine. Ha collaborato – tra gli altri – a Salon, The Rumpus, Time, The Los Angeles Times, The Nation.  La potete trovare anche su Twitter

Questa storia è apparsa su Autostraddle con il titolo “The Second to Last Woman I Loved”: noi la ripubblichiamo qui con il gentile consenso dell’autrice.

Francesca Caracciolo (versione italiana) è nata a Ferrara e ha una laurea in traduzione che non sa ancora bene come sfruttare. Nel frattempo scrive dei libri belli che legge sul suo blog e perde il suo tempo su Twitter e Tumblr