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Roma + autobus = morte certa

trick or treat

 

 

Durante il mio periodo romano, anche noto come il primo anno del dottorato, un non meglio identificato mix di istinto di fuga / iperattivismo / disperazione /curiosità mi spinse a fare un tirocinio al Ministero degli Esteri. Uno dei luoghi della capitale, per chi non lo sapesse, non raggiunti dalla metropolitana. Cioè uno dei luoghi che mi costringono a violare il mio credo sugli autobus romani: se li conosci, li eviti.

Non dimenticherò mai l’espressione di mia madre quando venne a trovarmi e mi vide sedermi sul marciapiede alla fermata, in attesa dell’autobus che doveva passare ogni 20 minuti ma passava sempre in coppia ogni 40. Sì, gli autobus romani hanno anche annientato la mia femminilità. Comunque mi facevano arrivare al lavoro tutte le mattine. Ad un variabile punto della mattinata, che tutto sommato non era neanche troppo tardi quando nella stessa settimana non si susseguivano il Gay Pride, la visita di Stato di Bush e la banda dei carabinieri, che verso le 9 di un giorno feriale pensava bene di esibirsi in mezzo alla strada, con tanto di donne carabiniere ben esposte sul fronte e sui lati del gruppo, cioè nelle posizioni più adatte a sentire nonostante la musica tutti gli insulti provenienti dai miei vicini di banchina, che avevano scorto il nostro autobus fermo al vicino semaforo prima che tutto il traffico fosse bloccato e in un silenzio irreale si udisse un tamburo. Alle 9 del mattino, zona Prati, così.

Nonostante tutto c’era un autobus che avrebbe avuto le caratteristiche per scardinare i miei più forti principi in tema di trasporto pubblico: quello che faceva capolinea vicino a casa mia, a S. Giovanni, e al Ministero, offrendomi l’ignota possibilità di stare seduta per tutto il percorso. Passava solo due volte al giorno, troppo tardi all’andata e troppo presto al ritorno.

Ma un giorno uscii in anticipo. Non mi ricordo neanche il motivo. Ricordo la gioia di vedere un autobus che era lì ad aspettarmi, semivuoto e diretto a casa senza cambi. Una gioia tale da farmi considerare solo un po’ bizzarro il fatto che l’autista mi chiedesse se l’avevo preso anche al mattino, perché lui non conosceva né il percorso originale né le deviazioni da fare.

Era la prima volta su quella linea sia per me che per tutti gli altri passeggeri, questa volta al posto dei carabinieri, di Bush e del Gay Pride c’era una sessione della FAO e non credo che l’autista avesse mai fatto un giro per Roma neanche come turista. Magari mi sbaglio, ma, ecco, presumo che chiunque abbia una minima conoscenza di Roma sappia che la FAO sta al Circo Massimo e che se ti dicono che devi fare una deviazione perché le strade lì intorno sono chiuse, l’idea migliore non è costeggiare il Circo Massimo in direzione FAO per poi farsi fermare dai vigili e doversi girare in mezzo alla strada, in centro a Roma, con un autobus.

Tuttavia fino a lì le cose erano andate piuttosto bene. Non saprei dire se il percorso fosse proprio quello giusto, ma la direzione c’era e avevamo anche azzeccato parecchie fermate, alle quali l’autista si esibiva invariabilmente in un orgoglioso “Ma vieeeni!”, con tanto di gesti machi che a quanto pare stavano a significare che frenare ad ogni fermata per controllare se c’era il numero della nostra linea scritto sui tabelloni fosse un segno di virilità.

L’orologio lo avevo tolto da un pezzo.

Il blocco di fronte alla FAO, con conseguente e vano tentativo di chiedere consiglio ai vigili, si tradusse in una salita in collina direzione Basilica di S. Saba, dove l’autobus prontamente si incastrò cercando di girare intorno alla piazza. Dopo numerose manovre e l’approdo in un punto dove la strada era un po’ più larga, il prode autista decise di chiamare la centrale dell’ATAC, dichiarando che non solo non sapeva dove andare, ma non sapeva dove si trovava.

La sua faccia alla mia menzione dell’indirizzo preciso a cui ci trovavamo – ricavato da un manifesto elettorale che riportava l’indirizzo della sezione di un partito ed era affisso di fronte ad essa – avrebbe meritato da parte mia una replica dei suoi gesti precedenti, ma i trasporti pubblici romani non avevano ancora azzerato la mia femminilità.

Intanto una passeggera straniera faceva chiamate su chiamate per dire che non sapeva né dov’era né quando sarebbe arrivata e io sognavo la mia Berlino in cui scorrevano fiumi di latte, miele e autobus.

L’indirizzo da me prontamente fornito e riferito (in viva voce) al responsabile della centrale operativa si rivelò utile, nell’ordine, a:

– fargli chiedere all’autista se aveva già percorso il lungotevere (che sta da un’altra parte di Roma);

– fargli affermare che non riusciva a localizzarci perché il satellitare era rotto;

– fargli concludere la comunicazione con “ah capo, se sbagli, nun t’arrabbià”.

La soluzione per il proseguimento del percorso ci fu prontamente offerta da un altro autobus di passaggio, che l’autista decise di seguire fino all’arrivo alla Garbatella, per poi rivolgersi ai passeggeri superstiti: – Beh, per oggi l’autobus è nostro, dove volete andare?

Continuo a chiedermi perché la mia proposta del lido di Ostia non sia stata accettata. Faceva caldo ed eravamo anche nella direzione giusta.

 

 

 

Francesca Zilio ha passato anni a studiare lo spostamento delle virgole nei testi diplomatici, ma in cambio può farsi chiamare Frau Doktor. Nel tempo libero si dedica a spedire i genitori in giro per il mondo. Se la cercate in rete, trovate soprattutto le sue omonime e il diario dell’ultimo viaggio familiare.