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La faccenda del salame

Photo Credit: karenchristine552 via Compfight cc

 

Era il 1945. Leda non ne capiva molto di politica, tanto che l’anno dopo avrebbe per sbaglio votato per la monarchia al referendum del 2 giugno, tra le prese in giro dei suoi fratelli. Una cosa però la capiva benissimo: aveva fame. Era affamata da così tanto tempo che le sembrava di non ricordarsi cosa volesse dire non esserlo. Anni e anni dopo me l’avrebbe descritta come una sensazione di perenne mancanza, un mostro silenzioso che pareva divorarle costantemente lo stomaco. Erano in sette in famiglia: suo padre, tre fratelli e tre sorelle, e il cibo su cui riuscivano a mettere mano da quando la guerra era cominciata bastava a malapena per tre. La notte sognava di mangiare e si svegliava il mattino seguente insoddisfatta, nervosa, con un senso di giramento di testa e nausea che non riusciva a scacciare. Sognava in particolare la panna montata: cialde ripiene di panna coperta di cannella, tazze di cioccolata sormontate da ciuffi di panna candida come la neve, pasticcini farciti. Una volta finita la guerra, sarebbe andata in una Milano ancora semi-distrutta e avrebbe fatto indigestione di panna montata con sua sorella Giovanna, rigettandola poi tutta nella tazza di un water. In quelle notti di angoscia, però, ancora non lo sapeva. Sperava solo sarebbe finita la guerra, e con lei la fame.

I nazisti avevano preso Voghera immediatamente dopo l’armistizio, due anni prima. Leda aveva paura di passare accanto a loro perché le guardavano le gambe e le urlavano cose che non capiva in tedesco. Quando faceva la fila per la farina a cui aveva diritto doveva passare davanti a un posto di controllo. Cercava sempre di farsi accompagnare da uno dei suoi fratelli, ma spesso era costretta ad andarci sola e correva, con i geloni nelle mani ben nascoste nelle tasche di un cappotto rammendato troppe volte. Quegli uomini in divisa dagli zigomi alti che parlavano una lingua dura e crudele non le piacevano per niente, così come non le piacevano i “mongoli” arrivati al seguito delle truppe tedesche nel rastrellamento del ’44.

Era marzo, e i suoi fratelli bisbigliavano di Repubblica Sociale, dei GAP e della cosiddetta battaglia delle ceneri. Lei continuava a saperne poco, temere sempre di più i tedeschi e i fascisti e avere lo stomaco vuoto. Aveva ventisei anni e mangiava cardi tutti i giorni. Le poche volte che trovava qualcosa di più sostanzioso da mangiare dava la precedenza ai fratelli minori, e a lei rimaneva sempre ben poco. Poi era successa la faccenda del salame.

 

Non si sa come, un pomeriggio suo fratello Paride era tornato a casa con un fagotto avvolto nella giacca. Sotto gli occhi attoniti della sorella, aveva tirato fuori un pacco bislungo in carta oleata, in cui era avvolto un salame. Leda lo aveva guardato sbalordita. Lo aveva preso in mano, soppesato, toccato più volte per assicurarsi che fosse vero. La tentazione era stata quella di addentarlo e finirlo a morsi, come un cane rabbioso, ma si era limitata a prenderlo, riavvolgerlo lentamente nella carta oleata e riporlo in una credenza. Aveva fatto un rapido calcolo: le era rimasto un po’ di pane duro come un sasso, un pezzettino di formaggio che sapeva di segatura e qualche erba aromatica. Con un po’ di ingegno avrebbe potuto ricavarne delle polpette che, assieme ai soliti cardi e foglie d’insalata, avrebbero sfamato tutta la famiglia. Le sembrò che il mostro che aveva nello stomaco si fosse risvegliato più prepotente che mai, ma l’idea di metterlo a tacere in un paio d’ore la rese euforica.

Erano le sei quando bussarono alla porta. Leda si irrigidì. “Sanno del salame,” pensò all’inizio. “Sono i tedeschi,” pensò subito dopo. Non riusciva a muoversi, era come paralizzata dalla paura. Ghigo s’alzò e andò ad aprire. Davanti alla porta stava, stremato, un ragazzo vestito di stracci, con un fucile che spuntava malamente da uno zaino rattoppato e le scarpe distrutte. Fu un attimo. Ghigo l’afferrò per un braccio, lo fece entrare, chiuse la porta assicurandosi che nessuno avesse assistito alla scena. – Chi sei? – , gli chiese. I ricordi di Leda qui si facevano confusi: era troppo terrorizzata per riuscire a capire esattamente cosa stesse succedendo. “È un partigiano, se ci scoprono ci ammazzano,” si disse mentre i fratelli parlavano concitati, cercando di farsi raccontare cosa stesse succedendo sulle montagne, a Pavia, sul fronte dell’Oltrepo. L’uomo, stremato, dava loro informazioni vaghe. Conosceva qualcuno che gli aveva indicato con sicurezza che lì non lo avrebbero denunciato, che erano amici, ma non riusciva a fidarsi del tutto. Disse che doveva raggiungere il Ponte Rosso senza essere visto dai tedeschi prima che si facesse mattina, col favore della notte, per raggiungere gli altri compagni di battaglione e partecipare a un’imboscata; che erano giunte notizie che a Bologna le cose si stavano mettendo malissimo per i nazi-fascisti; che stava venendo finalmente il momento dell’Insurrezione. Poi si girò verso Leda e le disse, con uno sguardo dolce e stanco, che non mangiava da giorni. Leda riconobbe la fame negli occhi di quel ragazzo. Le fu subito dolorosamente chiaro cosa fare. Mentre gli uomini parlavano di cose che non capiva prese il salame, il formaggio e il pane e si mise a preparare le polpette che sarebbero dovute finire nel suo stomaco. Una volta cotte, le mise in un piatto e le posò davanti al partigiano. Durarono una manciata di minuti: a ogni polpetta che l’uomo trangugiava, lo stomaco di Leda protestava con veemenza. Quando non rimase che briciole, le sembrava di aver inghiottito un macigno. Posò il piatto sul lavandino, inghiottì saliva e sospirò.

Quando scese la notte, Ghigo si offrì di accompagnare il partigiano al Ponte Rosso, percorrendo una via che sapeva sarebbe stata sicura se percorsa al buio. I due ragazzi si vestirono e si avviarono verso la porta. Prima di uscire, il partigiano si rivolse verso Leda, le prese le mani e le disse: – Grazie – . Poi aprì la porta e fu inghiottito dalle tenebre.

 

Dal 24 al 27 del mese successivo, la provincia di Pavia fu liberata dall’occupazione nazi-fascista.

Il contributo di mia nonna alla Liberazione fu un piatto di polpette offerto a un ragazzo vestito di stracci che non avrebbe mai più rivisto. Mi piace pensare che qualche altro nipote si sia sentito raccontare, in una qualsiasi città italiana, di quella volta che suo nonno, vestito di stracci, mangiò un piatto di polpette preparate da una ragazza bionda di cui non ricordava nemmeno il nome.

 

 

 

 

Eugenia Durante ha cominciato a scrivere per colpa di Roald Dahl. A Londra si occupava di music business, ora vive a Bologna e, oltre a tradurre cose belle e cose noiose, scrive di musica e cultura sul Mucchio e altre testate. La potete trovare su Twitter  o sul suo sito.