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Di quella volta in cui ho smesso di nuotare

Per la serie Ricordi d’infanzia, Sara ci racconta di quel giorno in cui prima sapeva nuotare e poi proprio no.

“Io nemmeno ci volevo andare”.

Ho raccontato questa storia poche volte; in quelle poche volte, nella testa ho sentito la eco inflessibile di un “io nemmeno ci volevo andare” e il tono dei ricordi farsi cupo, biasimevole.

Per molto tempo, è stato sufficiente accontentarmi di questa approssimazione emozionale; è stata una specie di profilassi, come quando due giorni prima di partire per un viaggio ingoi altrettante pasticche di Malarone, anche se il rischio ambientale è piuttosto marginale e poi a te le zanzare, ma seriamente, non ti hanno mai punto.

Io avevo nove anni, ero una bambina esile, sapevo sciare e sapevo anche nuotare, non che amassi il mare in modo manifestamente avvinto, piuttosto gli interminabili bagni con Olimpia e i nostri instancabili rituali: “sono trascorse due ore e mezza dal pranzo, noi si va”, “vince chi arriva prima in acqua”, “prima di tuffarci insabbiamoci tutte” (un piccolo e crudele presagio: iniziare dall’insabbiare la pelle e poi, negli anni a seguire, pezzetti di memoria), “fammi toccare e contare quante pieghette hai sui polpastrelli” (in quelle ore estive, scoprivamo una rara forma di ruvidità giocosa e innocua).

Insomma, io avevo nove anni e in quei giorni avrei saputo sciare e nuotare nella stessa giornata, che in effetti è una cosa suggestiva da immaginare, ci voleva anche una discreta fortuna nel combinare assieme neve e acqua nell’epoca pre centri-benessere, centri-termali, centri-spa, eccetera.

Per la precisione geolocalizzata, io, in quei giorni, ero in settimana bianca a Tarvisio, che è in provincia di Udine, che dista solo 32,5 km da Villach, che è in Austria e che secondo me, a quel tempo, si chiamava laPiscinaDiVillach tutto attaccato.

Non era una comune piscina, almeno non di quelle impresse nel mio immaginario; era qualcosa di più simile a un parco acquatico al coperto, con scivoli e ciambelloni giganti e vasche con le bolle e un vociare chiassoso, ma altrettanto ovattato dal rumore ipnotico e circolare dello scorrere dell’acqua.

L’impianto era rigoroso, ordinato e sicuro tanto da rassicurare i patemi dei grandi; la traduzione di questo conforto erano poche semplici parole, scandite prima lentamente, benevolmente, poi, sul finale, accompagnate da uno sguardo insidioso che avevamo imparato a riconoscere bene e che, per lungimiranza intellettuale, col cazzo avremo ignorato: “certo, andate a giocare, ma ci vediamo qui ogni mezz’ora”.

Io lo avrei rispettato il mio personale accordo coi grandi, mi era sembrato anche un onesto patteggiamento assicurarmi la libertà di deambulazione in cambio di un appuntamento ogni mezz’ora con i miei superiori (ché poi, alla mia disciplina sarebbero stati concessi dai quaranta ai quarantacinque minuti, perché non ho mai posseduto un orologio e dispongo di una formulazione del tempo congenitamente difettosa).

A pensarci bene, avrei difeso con lealtà la mia adesione a quel patto perché io non è vero che non ci volevo nemmeno andare.

Al contrario, ero incontenibile, esagitata, tanto da non esser riuscita a trattenere l’eccitazione frenetica un attimo dopo aver varcato le porte de LaPiscinaDiVillach: signori, ecco a voi uno straordinario fenomeno di occupazione simultanea di ogni centimetro cubo calpestabile.

Registrando una noia pressoché immediata dai rassicuranti ciambelloni, avevo dirottato tutte le mie energie (e ogni forma di umano interesse) nell’atto del salire le scale, raggiungere la sommità più alta della mia indipendenza – l’ingresso allo scivolo – e da lì lasciarmi scorrere giù.

Avevo calcolato, con meticolosità inedita, che potevo salire e scivolare tre volte consecutive prima di dovermi presentare davanti all’ente riscossore e pagare il dazio per il mio privilegio; dovevo completare le mie tre volte, era vietato trasgredire, avevo accolto e assolto la mia dipendenza dall’azione del sali-e-scivola moltiplicata per tre.

Io sapevo nuotare, lo avevo fatto in tutti i multipli di tre della mia ormai brevettata e inossidabile formula, lo avevo ripetuto a ogni tutti-giù-dallo-scivolo-e-dritti-in-acqua, lo sapevo fare dall’età di quattro anni.

Io sapevo nuotare e non ci volevo nemmeno andare.

Oppure, tutta un’altra equazione.

Io ci volevo andare, ma poi non ho saputo nuotare.

Non l’ultima volta in cui ho prestato ai movimenti del sali-e-scivola le gambe, le braccia, i tendini, i muscoli (nessuno escluso) e la fiducia di averne assorbito ogni dettaglio, ogni incastro, ogni ingranaggio.

Prova a ricostruire i singoli segmenti Sara: allora, sì, accade che salgo l’ultimo gradino, sono lì, davanti all’ingresso dello scivolo, entro, prima sono seduta, poi mi stendo, lascio cadermi giù e con un colpo infrango l’acqua.

Ma a quel punto: non nuoto e anzi annaspo, vado a fondo, forse affogherò.

In un secondo la mia memoria tattile è schiacciata dalla profondità dell’acqua, non ne avverte più la potenza, l’impatto e la fine, i miei piedi non riescono ad ancorarsi saldissimi al fondo e i polmoni interrompono la mia collaudata empirica del misurare il respiro attraverso la capacità di “toccare” (allarme: aperta falla nel sistema rallenta-riprendi-togli-aumenta-inspira-espira), il cervello ostruisce l’ingresso di ossigeno, cessa di agognarlo.

Il corpo autonomamente dimentica di saper nuotare.

No, non è vero: brutalmente, io dimentico di saper nuotare; tecnicamente, smetto di farlo.

Io avevo nove anni, con le braccia mi dimenavo, alternavo imposti e stomachevoli sorsi di cloro a incerti e labili respiri, ma non ritornavo a nuotare; nemmeno oggi conosco il suono della parola aiuto in tedesco, non lo conoscevo allora, ma forse esiste un linguaggio, analogico, di disperazione universale.

Una mano, enorme e possente, mi afferra da una spalla e con un gesto meccanico e fulmineo mi adagia sul bordo piscina; ora sono a terra, aderente alla superficie, sono di nuovo sulla terra.

Non ho mai saputo attribuire un volto a quel provvedimento d’urgenza preso nei miei confronti; ho ripreso fiato, mi sono rimessa in piedi e con gli occhi trattenuti in fessure strettissime sono corsa verso il mio arrendevole momento di subordinazione, senza fermarmi a pensare cosa di me avrei, di lì a poco, davvero affogato. Senza prestare la voce a nessun grazie.

“Eccomi” e mi sono fatta spazio accanto ai miei genitori; inconfessabilmente, ho barattato le ultime ore di libertà con il bisogno di fingere che non fosse successo nulla.

Non è successo nulla, Sara, non è successo nulla e così, dentro la vasca, il suono delle bolle mi aveva suggerito (o forse imposto) solo un’altra storia da raccontare: di quella volta in cui abbiamo fatto un rilassante idromassaggio familiare.

Io non ci volevo venire al mare, è un lamento che ripeto di frequente dall’età di nove anni e la durata dei miei bagni si è drasticamente assestata ad appena qualche minuto, sempre col sollievo dei piedi attaccati al fondo; di me e del nuotare non ho più avuto nulla da dire e io davvero non lo sapevo se ero ancora capace di farlo.

Poi, qualche anno fa, in un pomeriggio estivo a Cuba, mi sono ricordata del mio primo giorno senza braccioli e di quando non ho detto grazie a chi mi ha salvata con uno slancio primordiale, un moto istintivo, autentico; allora eccomi, sono pronta per il momento in cui può accadere di nuovo.

Ma non è, e non è stato, solo questo il punto.

A nove anni io ho scoperto di possedere il talento nel saper nuotare ma smettere di farlo e questa cosa non è proprio una cosa da riderci sopra e archiviarla nella cartella “ilarità aneddotistica”.

Credo sia un po’ come provare vergogna (ci siamo, la parola è vergogna) per essere fatta di marzapane e, appunto, il marzapane, secondo me, a contatto con l’acqua si scioglie, si sgretola, forse non rimangono altro che granelli sottilissimi e vanno giù e affondano e ora, proprio adesso, non riesco a immaginare un’unione più riuscita tra i granelli sottilissimi di marzapane e il fondale del mare; tra me e un fondo qualsiasi.

 

Chissà se anche LaPiscinaDiVillach è sopravvissuta, o se l’hanno convertita in un centro benessere, termale, qualcosa del genere; forse non ci sono più gli scivoli e io, quel pomeriggio, ho fatto snorkeling dove l’acqua era molto alta e non potevo proprio toccarlo il fondo.

Tutto sommato, e con qualche resto di me sgretolato a dimensione di granello sottilissimo di marzapane, è andata bene.

Quanto è bastato per tenere gli occhi aperti.

 


Sara Mariotti è abruzzese dal 1982 e, prima di trasferirsi a Roma, ha vissuto in un piano rialzato a Bologna dove si è laureata in Giurisprudenza. Si occupa di leggi, codici e scritti difensivi. Alla scuola elementare le hanno insegnato la parola arcolaio e a leggere il dizionario prima di addormentarsi. ​Qualche volta​ ricorda di avere un blog, più spesso un profilo Twitter, tutti i giorni di aver scritto con Babalot i testi per Dormi o Mordi.  Ad oggi, è capace di nuotare.