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Quel che vi dico e quel che non dovete chiedermi

Ricominciamo in grande stile: Antonia Caruso ci spiega qualcosa della vita di una donna trans*. La donna si chiama Antonia Caruso, e il primo pezzo di divulgazione autobiografica di Abbiamo le prove non poteva essere in mani migliori.

Che lo vogliate o no, le persone trans* esistono, al di là della vostra inclinazione volitiva, e io, più o meno (molto più che meno), lo sono.

Per prima cosa eviterò di parlare delle origini. Non sono una supereroina investita da raggi cosmici, anche se sarebbe molto bello essere la Fantastica Uno. Non racconterò dei miei disagi fino a quando ho deciso di iniziare, in un’età compresa trai 18 e i 31 anni, una cura ormonale che avrebbe cambiato un bel po’ di cose, anche perché altrettante ne hanno cambiato l’aver preso nello stesso periodo due gatti, per dire, li saluto, ciao. Non mi soffermerò su che giochi preferissi durante la mia infanzia, se giocavo a pallone e mi prendevo a mazzate o se maneggiavo riproduzioni irrealistiche di esseri umani. Non cercherò di convincervi del fatto che ci sia una qualche origine genetica o psicoanalitica. Che ci sia o meno un gene, una predisposizione cromosomica, un rapporto conflittuale con mia madre, mio padre, i parenti tutti, non importa, perché, attenzione: l’importante è quello che sono ora. Peraltro, lo stesso diritto a essere esenti da un continuo rimando e rimestio del passato dovrebbe valere per voi e per tutti, salvo casi di comportamenti criminali recidivi e lesivi della persona.

Non mi vergogno del mio passato, ma non dovreste chiedermi il mio nome di battesimo, anche se è pericolosamente identico a quello che ho; così come non dovreste chiedermi di farvi vedere la foto di com’ero prima, nonostante per il mio primo anno ho messo su facebook una foto prima&dopo. Non dovreste chiederlo per delicatezza: non tutte e non tutti rispondono senza imbarazzi e dolori, anche a quelle che sono spesso candide curiosità precedute da scuse o altrettanto candide e oneste dichiarazioni di ignoranza. Non dovreste chiederlo per principio: l’importante è quello che siamo ora (mi arrogo il diritto del plurale). Poi, nel mio caso, spesso sono io per prima che non esito a sollecitare e a rispondere a qualsiasi tipo di domanda, perché una delle mie missioni è quella di educare il prossimo alle gioie del gender. E anche perché, almeno finora, è stato quasi divertente vedere la faccia che fa la gente quando sente nell’ordine: che sono trans, e che magari sono la stessa persona che avevano conosciuto tempo prima. Come è capitato al tipo del piano di sopra, che non aveva capito che l’inquilino scontroso che abitava di sotto e l’amica di una sua amica, quella lì che gli stava facendo praticamente un coming out a schiaffo sul tram, erano la stessa persona.

Ma, soprattutto, non dovreste interrogarvi sullo stato dei genitali. È la prima regola del trans* club (perdonatemi): non chiedere di genitali e operazioni. Anche se volete avere tipo una relazione, fatelo solo se non avete un feticismo molto pronunciato verso i genitali delle persone trans*. La gestione dei genitali non dovrebbe riguardare nessun altro se non me e le mie mutande. Allo stesso modo, sono questioni private: la scelta o meno di volere figli, relazioni, confessioni religiose. Comunque non vi dirò lo stato dei miei genitali perché, di nuovo, attenzione: io non sono i miei genitali. O meglio, lo sono: ma lo sono anche le mie ginocchia a punta e il mio stomaco indolenzito.

Purtroppo allo Stato italiano i miei genitali sembrano importare molto, al momento, nonostante una nuova vita da uomo o da donna o da qualsiasi cosa tra i due, solo dall’operazione deriva la modifica anagrafica che permette di scegliere nome e genere. Fino ad allora vecchio nome su documenti ufficiali e nome nuovo sulle tessere fedeltà. Non è che ci sia un reale interesse, in verità, perché davvero non gliene frega a nessuno molto di noi, se non per creare scandali, morbosità e cosette brutte del genere. È semplicemente uno dei tanti vuoti giuridici e di senso, come sono state le unioni civili e la cittadinanza italiana per migranti.

Il passing è un’altra cosa che ha un suo senso, diciamo, peculiare. Indica qualcosa di simile a un test di ammissione ad una facoltà di Gran Prestigio e allo stesso tempo al gioco del limbo. Quanto più la stecca è vicina al terreno, tanto più aumenta la difficoltà e la perizia nell’avere un aspetto femminile socialmente accettabile e apprezzabile. Si deve dimostrare continuamente che al nuovo aspetto gender-gestaltico corrisponde una scelta (corrisponde una scelta anche se fosse determinata da un qualche gene queer) e che sotto non si nasconde nulla, che l’apparenza non dovrebbe ingannare, che ci si deve fidare dell’autodeterminazione altrui. Non siamo affette da una malattia mentale (vedi alla voce: depatologizzazione), non ci svegliamo la mattina sostenendo di sentirci un pony tigrato a cinque zampe e non pretendiamo di essere presa sul serio (animale d’invenzione; ragionamento squalificante tristemente verosimile). Sono quello che ho deciso di essere, o almeno ci provo. Quindi non venitemi a dire che sembro una donna.

In tutto questo, io sono mezza fortunata.

Ho una casa, per cui non devo sentirmi sbattere il telefono in faccia se cerco una stanza.

Ho un aspetto complessivo (altezza, corporatura, lineamenti, varie ed eventuali) che mi permette di passare, quindi non sono immediatamente definibile e discriminabile come trans.

Ho anche dei genitori che seguitano a volermi parlare e, in maniera indiretta, sostenere.

Però, ecco, un lavoro, al momento, non ce l’ho. Se già prima ad annuncio rispondevo e come risposta ricevevo il suono di una stella morente, adesso che devo mandare un curriculum col doppio nome, sento il rumore di intere galassie risucchiate da un buco nero. Però non sono costretta a prostituirmi, come molte prima di me, e posso permettermi un’assistenza sanitaria decente.

Per concludere il breve compendio della mia altrettanto breve esperienza: situazione civile disastrosa, palate di cose da non dire e da non chiedere, stuoli di idee balzane dettate da ignoranza e confuse pulsioni erotiche. Ma anche inusitate libertà da conquistare e difendere, nuove prospettive e tante, tantissime erosioni del patriarcato.

In tutto questo vorrei anche avere, come tutti, una vita decente, e sto solo all’inizio.


Per andare avanti…
Everyday Feminism – LGBTQIA
Hari Nef – #FreeTheFemme: The Aesthetic of Survival
The Transgender Dating Dilemma
Dibattito su Reddit

 


Antonia Caruso scrive qua e , ma vorrebbe scrivere di più. Perlomeno per dormire di meno.