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the reading bench

Quattro parole

from The Reading Bench by David Hodgson - CC BY 2.0

Conosco poche donne che leggeranno questo racconto senza dubitare che sia una storia vera. Conosco poche donne che l’avrebbero scritta come Giulia Maestrini: siamo fortunate ad averla con noi.

Perché storie così se ne vadano, invece, non basta la fortuna: si deve lottare. Si deve dirlo.

Cazzo, si è rotto.

Quante volte puoi dirle, queste quattro parole? Lo dici se ti è scivolato un bicchiere. Se la spesa troppo pesante sfonda il sacchetto del supermercato. Se il mazzo dei fiori non ha resistito al trasporto. Cazzo, si è rotto. Quale insidia possono mai celare, quale monito di tragedia? Quale vampata di panico si può mai nascondere in quattro parole banali?

Sabato notte. Ho diciotto anni e sono sul divano del nostro rifugio antiatomico, mio e del mio fidanzato. Sono al sicuro e felice come solo a diciotto anni si può essere felici, nel nostro amore destinato e totale come non si vedeva dai tempi di Pretty Woman. Quelle quattro parole mi si abbattono sul collo come un colpo di ghigliottina e in un momento vedo la mia testa rotolare giù da tronco, giù dal divano, fino in mezzo alla stanza. Cazzo, si è rotto.

Schizzo in piedi con il mio tronco senza testa e nei tre minuti che impiego a rivestirmi vedo scorrere lungo il muro del rifugio antiatomico le diapositive tristi del mio futuro fottuto: ho diciott’anni, un discreto cervello, una marea di cose da fare nella vita e, da questa sera, una creatura che arriva a tradimento a buttare all’aria tutti i miei progetti. Sì, lo so, non è sempre detto. C’è tanta gente che fa un mucchio di cazzate e non gli capita nulla. Poi ci sono io. Ipocondriaca, melodrammatica e vittimista fino da che ho l’età della ragione, io che se una volta parcheggio sulle strisce, mi portano via la macchina e, quindi, io che se faccio sesso sicuro col mio fidanzato e mi si buca il preservativo, rimango incinta alla velocità della luce. È matematica. Forse voi lo sapete cosa è il panico a diciotto anni. Io non lo sapevo fino a quelle quattro parole. Cazzo, si è rotto. Con quelle quattro parole io mi sono presentata al panico e ho imparato a riconoscerlo.

È sabato notte, ho diciotto anni, e sono nel panico più completo mentre corro a casa e, insonne, cerco solo un modo per arrivare alla mattina dopo senza spaccarmi la testa nello spigolo del muro. Non so niente, l’unica cosa che so è che certamente, in quel momento esatto, una creatura sta crescendo dentro di me pronta a sbudellarmi la vita e che io devo prendere in mano la situazione da sola e in fretta. Che ho 48 ore di tempo al massimo. E che quattro parole mi possono salvare, quattro parole di antidoto alle altre quattro parole. Le seconde quattro parole magiche sono: pillola del giorno dopo.

Domenica mattina: mi chiudo in camera e chiamo il mio ginecologo che in realtà è il ginecologo di mia mamma, quello che mi ha fatto nascere e che io ho visto una volta sola ma di cui, fortunatamente, ho il numero di cellulare. Non è fortuna. È stato lui che, previdente, me l’ha dato l’unica volta che mi ha visto, dicendomi che se avessi avuto bisogno avrei potuto fidarmi di lui e che ovviamente c’era il segreto professionale e tutto il resto. Incidentalmente lui vive in un’altra città, ma in questo momento è l’ultimo dei miei problemi. Lo chiamo, la faccio breve, ritiro fuori la faccenda del segreto professionale giusto per essere sicura che comprenda bene la questione, voglio la pillola del giorno dopo dico tutto d’un fiato, mentre credo che mi stia per venire un infarto. Lui mi tranquillizza: non hai bisogno di me, dice, basta il tuo medico curante che faccia la ricetta.

Ottimo. Il mio medico curante è una donna e la conosco parecchio meglio e ovviamente vive nella mia città. La cosa sta inaspettatamente prendendo una piega in discesa, penso. Falso. Il mio medico curante non risponde al cellulare. Molto male, malissimo, le ore passano e da 48 sono diventate meno di 36. Quando il mio medico mi risponde è domenica pomeriggio, sono passata non si sa come attraverso un pranzo in famiglia e trecento telefonate del mio fidanzato che non sa cosa fare, non sa come rendersi utile, io per prima lo trovo completamente inutile e forse glielo faccio capire perché probabilmente una parte inconscia di me gli dà pure la colpa. Direte: non potevi andare dai tuoi? Sì, potevo. Ma avevo diciotto anni e non capivo niente; che avrei potuto sempre andare dai miei l’ho capito dopo.

Quando finalmente il mio medico curante mi risponde al telefono, dicevamo, è domenica pomeriggio e lei è simpaticamente in settimana bianca. Cazzo. Ma c’è una collega che mi sostituisce, dice, questo è il numero, chiamala a nome mio. È una donna, faccio un sospiro di sollievo, non so perché ma penso che una donna possa capirmi meglio. Falso, di nuovo. Chiamo la collega, le spiego la cosa mentre mi vorrei sotterrare. Lei tentenna. Prova a dirmi due o tre frasi, sei sicura, magari stai esagerando, ci hai pensato bene ma io non la faccio entrare da quella porta. Voglio solo la mia maledetta ricetta e lei deve farmela. Ok, dice, dandomi appuntamento per il giorno dopo, lunedì. Ma è molto occupata, dice, ha un sacco di cose da fare, dice, per cui l’unico momento in cui può incontrarmi per la ricetta è verso le 12.30. Devo solo andare di fronte all’asilo dove lei va a prendere suo figlio.

Oggi me la mangerei viva. Viva. Ma quel giorno ho diciotto anni e non la capisco, quella forma sottile e viscida di violenza. Con gli occhi bassi, la faccia vitrea e il mio fidanzato che mi accompagna ma resta in disparte, lontano, mi avvicino a quell’auto rossa di fronte al cancello dell’asilo, circondata da uno sciame di bambini che ridono, urlano, corrono e dallo sciame delle loro mamme felici e orgogliose che se li pascolano verso casa. La collega mi fa la ricetta scrivendo sul cofano dell’auto rossa, in mezzo a un piazzale pieno di gente, guardandomi da sotto in su mentre il suo pargoletto gioca a infilarcisi tra le gambe e io penso che tutta la scuola e tutto il quartiere e tutta la città stiano guardando me. Voglio solo strapparle di mano quel foglio e scappare.

Ce l’ho fatta. Ho la mia ricetta mentre le 48 ore si stanno polverizzando. La farmacia la scegliamo con cura, insieme, noi due. Lontano dal mio territorio, lontano dal suo, lontano da qualsiasi potenziale pericoloso sputtanamento. La scelta cade su una comunale. Una comunale. C’è una fila di gente che arriva praticamente fuori dalla porta. Mentre aspettiamo il nostro turno, ballettando, non ci scambiamo nemmeno una parola. Di fronte al farmacista, poi, un uomo di mezza età con gli occhiali di tartaruga, il mio fidanzato alle mie spalle mi fa da scudo dagli occhi indiscreti mentre io mi sporgo oltre il bancone. Sembriamo due rapinatori, la versione impanicata di Bonnie e Clyde. Gli passo la ricetta come fosse una bomba, sussurrando; lui l’agguanta, si allontana verso l’armadio dai mille cassetti tutti uguali dove stanno i farmaci. Si volta a guardarci con uno sguardo censore, poi fa a gran voce: “Ragazzi, io ve la do. Ma la prossima volta magari andate al cinema”.

Quattro parole: io ho diciotto anni.

Per fortuna. Sua.


Giulia Maestrini vive e lavora a Siena, ma è nata a Firenze. Scrive per vivere, come giornalista e come copywriter, ma meno di quanto vorrebbe. La potete trovare sul blog La matta del ponte, oltre che su Twitter.