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Quando saremo bambini, tornerò da mio padre

Certi pensieri sono più forti di altri. Valentina ci chiede di seguirla in una giornata afosa e apparentemente storta. Chissà i suoi pensieri dove ci porteranno.

Un volume di umidità era in stallo sopra la città da qualche giorno. Era molto caldo per essere solo maggio. Tra qualche giorno sicuramente qualcuno avrebbe detto: l’estate più calda degli ultimi cinquant’anni. L’avrebbero detto anche i trentenni.

Quel giorno uscii di casa in fretta. Non avevo molti vestiti a Napoli in quel periodo. Metà erano ostaggio del mio ex, a Milano, in attesa di essere spediti. Un’altra parte stava da mia madre. Qualcosa l’avevo portata con me in una stanza in affitto al centro della città. Era una bella stanza, forse la più bella che abbia mai avuto. Sul leggio che stava sul comò avevo una biografia di Elia Kazan. Sulla copertina c’era una bella foto di lui, seduto sulla spalliera di una poltrona, in un teatro. In quella foto, Kazan guardava verso la scena, rivolto a un suo attore, o a una sua attrice. Se mi mettevo nella giusta posizione, invece, guardava me.

Indossai i sandali della Bionatura, quelli fatti di materiale tutto biodegradabile, almeno così dicono. Talmente biodegradabili che biodegradavano sotto il mio peso ogni volta che li mettevo, deformandosi. Una volta uscita in strada, mi accorsi che in quelle condizioni, con quel caldo addosso e nelle scarpe, con quel fremito che mi ero sentita nel corpo nel momento esatto in cui ero uscita in quella strada calda e assolata, con una strana emozione che non c’entrava con la temperatura, una sensazione di vuoto, di sospensione  – come quando ti butti in acqua e quando risali hai le orecchie tappate – in quella situazione, un passo falso sarebbe stato la catastrofe.

Davanti a me una lunga discesa di sampietrini lisci, levigati con cura dal tempo, da altri passi di gente affaticata, infelice e piena di caffè, dalle auto dei carabinieri lì di fianco, dai motorini. Un passo falso e sarei morta: i piedi scivolavano nei sandali alti senza controllo. Sentivo un rumore ittico, che mi faceva pensare al Natale, alle grandi vasche di capitoni fuori dalle pescherie. Scacciai il pensiero del Natale e quello si fece sbattere fuori facilmente. Negli ultimi tempi riuscivo molto bene in questa operazione. Mi dicevo Vale, basta pensare a questa cosa e non ci pensavo più.

Purtroppo erano sempre di più le cose che nascevano nella mia testa e si presentavano come potenziali ossessioni. Questo non fece che acuire la mia dedizione nel non lasciare nemmeno un angolo disponibile perché quelle ossessioni mi si affezionassero e facessero il nido da qualche parte dentro di me dove non avrei più potuto trovarle, se non quando sarebbe stato troppo tardi.

Avevo una tecnica per farlo: c’era sempre troppa musica nella mia testa. Mettiamo che un uomo stia chiuso in una cella e che qualcuno da fuori voglia torturarlo senza sporcarsi le mani. Potrebbe fare così: mettere altoparlanti ovunque e mandare canzoni a tutto volume a qualunque ora del giorno e della notte (anche se in quella cella probabilmente non ci sarebbero il giorno e la notte, non ci sarebbero finestre a mostrarlo né persone a raccontarlo). Così facevo io coi miei pensieri. In quei giorni nessuno di loro avrebbe potuto resistere a quell’insistenza musicale.

Quando uscivo, lo facevo sempre con gli auricolari nelle orecchie. Dovevo stare attenta, un’ossessione poteva attaccarsi in qualunque momento e per qualunque motivo: un cane abbandonato per strada, una maglietta in una vetrina, un anziano che dirigeva il traffico per far attraversare i bambini delle elementari…

Nella mia testa c’era quindi questa stanza piena di suoni, più o meno sempre gli stessi. Orrore per il torturato, che avrebbe desiderato un po’ di varietà. Ma niente. Il torturatore era molto intransigente su questo, sempre le stesse canzoni. Mi sentivo orgogliosa di essere lì, ignoravo tutto, per me anche quella discesa era nuova. Io non avevo mai vissuto in quel posto, al centro della città. Poteva essere bello, certo. Invece non lo era molto, ma avevo una vera possibilità di fuggire in quel momento: ero a casa.

Continuai a scendere, le scarpe mi sorreggevano appena. Pochi metri da me c’era la mia macchina, una Punto del 1998, grigio metallizzato, cinque porte, che avevo comprato a Milano col mio primo TFR e altri soldi di mamma. La macchina era ferma sulla discesa, aveva il muso all’ingiù. Non aveva mai dovuto sopportare a Milano tanto dislivello. Mentre le passavo accanto un pensiero si fece spazio in mezzo alla musica, creando una stanza solo per sé. Una stanza simile alle altre, ma più banale: quella delle preoccupazioni pratiche. La stanza rimbombò di quel “Sta per scadere l’assicurazione e non ho un euro”. E un altro pensiero, automatico, si fece spazio in quel frastuono, tra una porta e l’altra e tra l’insistente monotonia del loop di quelle dieci canzoni, un pensiero nitido e preciso, che spalancò le porte di tutte le stanze: Papà, aiutami! 

Ed ecco che essere lì – le scarpe, i sampietrini, Elia Kazan, quella ripida discesa, la sensazione di casa, – ecco che essere lì non c’era più, non era più il ‘presente’. Il concetto dell’ “essere lì” sparì di colpo. Avevo pensato a questa cosa, ma la cosa non c’era più da molto tempo. Evidentemente non abbastanza perché mi fossi già abituata. Immediatamente cominciai a piangere, ma questa acqua non sapevo da dove veniva. Era strana, come quando vedi il sangue uscire da una ferita che solo dopo un po’ ti rendi conto che è tua. Sentivo solo il bagnato sulle guance.

Non mi era partito dallo stomaco questo pianto, dal serbatoio della tenerezza. La stanza del desiderio aveva aperto da sola quella porta e subito l’aveva sbattuta. Non prima di aver innescato il meccanismo idraulico della tristezza. Subito dopo questo pensiero si formulò nella mia mente (o dovrei dire nel mio campo visivo?) l’immagine di un deserto, con dune e sabbia fine, un deserto cupo, arancione e immobile. Non era un grande deserto, era come se la sabbia fosse tutta racchiusa in una stanza di cui però non vedevo le pareti. No, non era un gran deserto. Ma lo vedevo, era proprio un deserto. Non solo lo vedevo: ero in un deserto per la prima volta in vita mia.

Solitudine fu la prima cosa che mi venne in mente. Poi formulai subito un altro pensiero.

Questa non è la mia solitudine.

Quando uno pensa a una cosa, questa cosa è sua. Se penso alla fame, alla sete, alla mancanza, alla felicità, anche quella di un altro, se penso a una cosa, quella cosa è comunque mia. Sento la fame la sete la felicità, anche se la penso di un altro. E invece, in quel momento, quel deserto non era mio. Questa non è la mia solitudine, pensai.

Continuai a piangere, credo, e continuai a scendere. Sebbene quella solitudine non fosse mia, era lì. Ecco, questa solitudine io la condivido con lui. È qua che un giorno ci ritroveremo, io e mio padre. In questo deserto. Pensai. E poi quell’immagine – quel pensiero, quella visione – sparì. Quella era una cosa di mio padre che non conoscevo, una cosa che era rimasta chiusa in lui e che non mi ha mai fatto vedere. Una cosa che quando se ne è andato via da qui è rimasta incastrata tra me e lui, tra qui e lì. Quel deserto aveva solo bisogno di un desiderio per essere visto, di un desiderio legato alle piccole cose che condividevo con lui – Mi metti la benzina? Come capisco se ho bruciato la frizione? Mi vieni a prendere? – Un desiderio che non fosse bloccato semplicemente dall’impossibilità di realizzarlo.

La mia era una richiesta vera. Una richiesta che veniva troppo dal profondo. Da un punto dove la morte di mio padre non era ancora arrivata come informazione. Un punto che ancora si nascondeva a queste cose. Un punto dove non arrivava nemmeno la musica. Dove il prigioniero si rifugiava per non essere torturato e per vivere anche le cose spiacevoli come voleva lui.

Dopotutto, mi dissi allora, nel giro di poco tempo avevo perso mio padre, Dio, la casa, il fidanzato, il lavoro e la città. Non è facile lasciare tutte queste cose quasi in un colpo solo, a meno che uno non sia morto. Quella richiesta così innocente, così estrema, in una zona della mia vita dove ero più vicina al non esserci che all’esserci, quella richiesta in quel momento aveva superato quella porta e ha trovato il deserto che lui custodiva per me. E che io ora custodisco nell’attesa che ci ritroviamo lì, entrambi bambini.

Perché è giusto che se ci ritroviamo – e ci ritroveremo – saremo tutti e due bambini, senza il tempo a separarci, né la malattia, né il fatto che io ero la figlia e lui il padre: è giusto che anche io sia bambina insieme a lui e che ci ritroviamo a giocare, al massimo.


Valentina Grotta è nata a Napoli. Ha vissuto a Roma e a Milano, facendo il giro più volte. Attualmente lavora e vive a Milano con un fidanzato, un coinquilino e un gatto immaginario. Ha pubblicato una raccolta di racconti: Finefebbraio. Su Twitter la trovate come @epic_mambo.