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Pussy

Beverly Hills 90210

Quando il sessismo di certi personaggi internazionali riporta alla mente episodi che si credevano dimenticati. La storia vera di Anna.

«Le donne si afferrano per la figa», disse quell’uomo.

Le parole mi rotolarono nel cervello finché non si scontrarono contro un qualche punto insidioso della corteccia, riaccendendola.

Sentii di colpo la pressione di una mano tra le mie gambe, delle dita contro la cucitura rigida dei jeans, non i jeans elasticizzati che porto adesso, stretti alla caviglia. Piuttosto i Lee, quelli che mi hanno scricchiolato intorno alle ginocchia per tutte le elementari.

Forse era la prima media.

Stavo in mezzo a G. e S. sul sedile dietro, nella macchina del catechista. Fine settimana di ritiro spirituale o campeggio parrocchiale, una delle due. G. e S. non erano miei amici. Li vedevo un’ora a settimana, al mercoledì. Mi serviva considerarli miei amici solo per quei sessanta minuti che condividevamo nella stanzetta ammuffita e sempre troppo fredda all’interno della canonica. S. era carina, aveva i capelli nerissimi e un accento buffo. Non sapevo dove abitasse. Anni dopo l’ho incontrata dal mio parrucchiere, si fissava allo specchio imbronciata, i capelli nerissimi lisciati alla perfezione. «Tanto al primo lavaggio torneranno come prima».

G. era allampanato e i baffetti adolescenziali che iniziavano a spuntargli davano alla sua faccia il tragico aspetto dell’errore di una stampante. Faceva il simpatico, in macchina. Io e S. ridevamo, soprattutto alle battute maliziose. Il catechista ci controllava dallo specchietto, sorrideva, era giovane.

G., galvanizzato, aveva preso a farmi il solletico. Era irritante da morire. Mi allontanai, inclinando leggermente il busto verso S., sollevando un minimo il bacino per spostarmi meglio. Fu lì che G., lesto, mi mise una mano sotto il sedere, premendo forte contro i jeans, strofinando le dita sulla cucitura. Ridendo. Ridendo della sua audacia, ridendo della mia espressione esterrefatta.

Pochi secondi in tutto, poi tornò al suo posto.

A qualcuno poteva interessare la mia vagina, fu il primo pensiero. Lo sarebbe stato, in realtà, se a dieci anni avessi saputo esattamente cosa fosse una vagina, ma il concetto era quello. Colsi lo sguardo del catechista nello specchietto: aveva visto? Non se avesse visto lui, ma me. La vergogna iniziò a bruciarmi sotto l’attaccatura dei capelli. Mi immaginai mia madre dirmi «Perché gliel’hai lasciato fare?». Non lo so, non volevo mica, l’ha fatto. Che magari mia madre non mi avrebbe mai detto una cosa del genere, ma avevo paura e non glielo raccontai mai.

G. mi faceva schifo, anche da prima. Mi facevano schifo i suoi baffetti, i polsi appuntiti, il volto smunto. Aveva una faccia da vomito, ma mi aveva comunque afferrato per la figa. E il catechista avrebbe pensato che ero una bambina poco seria, e forse mia madre anche.

 

Me ne ero dimenticata, di questa cosa. Quando vedo passare G. per strada provo un brivido di disgusto, ma non ricollego mai. Non l’ho ricollegato tutte le volte che un ragazzo che frequentavo mi diceva che non valevo nulla, che dovevo ritenermi fortunata per avere uno come lui, e io lasciavo che andasse avanti, lasciavo che mi convincesse. Non l’ho ricollegato quando la mia ginecologa mi disse, con delicatezza, che fisicamente ero in gran forma, ma avevo qualche nodo in testa da sciogliere.

L’ho ricollegato adesso che un uomo ha detto in tv che le donne vanno afferrate per la figa, e questo uomo diventerà il Presidente degli Stati Uniti d’America, ed è stato votato dal 53% di donne bianche aventi diritto, donne bianche che evidentemente si odiano come mi ero odiata io a dieci anni, per quei pochi minuti in macchina, io che non sapevo niente di sesso, di genere, e che a quel soffitto di vetro ci guardavo attraverso senza poterne tastare la consistenza.

Come si fa a mettere la propria vita nelle mani di chi ti afferra per la figa?

 

Io a G., la notte di quel fine settimana, gli avevo chiuso la porta in faccia mentre cercava di entrare nella nostra camera. S. rideva tutta eccitata all’idea di farlo dormire con noi, ma io avevo girato la chiave, le sue mani che battevano contro la porta. «Dai che mi scoprono, fammi entrare, dai stronza, daaaaiiii.»

«Fai schifo.»


Anna Maniscalco è nata nel 1992, ma da sempre si mimetizza tra i ’91. Un mercoledì ha preso una laurea in Giurisprudenza e il giovedì si è trasferita in un’altra città per studiare cinema. Collabora con Sushiettibili, e quando le capita gironzola per uffici stampa. Ha fondato Il treno ha fischiato. La trovate su Twitter come @lapiantagrane.