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La storia di questo lunedì è dura. C’è qualcosa che succede, di cui si sa e di cui non si parla spesso.

Laura Bernardelli racconta del suo aborto.

Laura, grazie di averci aiutato. Cercheremo di essere all’altezza.

Perché a me.

Perché a me.

L’ho detto e pensato e sussurrato e odiato, tutte le mattine e tutte le sere, per una settimana, sdraiata, in piedi, con le gambe in su, camminando veloce e camminando più lenta. Ho pianto sotto la doccia, mentre l’acqua scorreva sulla schiena e mi soffocava la gola. Ho portato la mano istintivamente sulla pancia. Non sentivo niente.

Alle sette di mattina ero davanti all’infermiera, a digiuno.

Perché a me.

Lei mi ha squadrato, mi ha chiesto se fossi truccata e mi ha indicato il letto numero otto della seconda stanza a sinistra.

— Puoi utilizzare anche l’armadietto. Poi se ci metti dentro la tua borsa chiudilo, qui rubano.
— Sì.

Il mio zaino conteneva un paio di mutande che sembravano nuove, una maglietta perché non si sa mai cosa potrebbe accadere, il libro grazie a cui mi crollava sempre la testa alle dieci di sera, il telefono perché tutti, prima o poi, avrebbero chiamato.

— Fra mezz’ora metti il camice. Sotto niente.
— Va bene.
— Sei sicura di non essere truccata?
— Sì.

Osservavo fuori dalla finestra il padiglione davanti. Non aveva né numero né colore. C’erano altre persone in pigiama che guardavano, forse nella mia direzione.

Poi il mio culo e il resto del mio corpo nudo erano schiacciati contro le lenzuola ruvide di una barella che correva da un piano ad un altro.

— Tieni dentro le mani, non farle sporgere perché ogni tanto dalle porte non si passa. Non vorrei ti venissero schiacciate.

Ho risposto con un cenno della testa. Delle mie mani, in realtà, non mi importava niente.

Il freddo della sala operatoria mi ha aggredito la faccia. Mi hanno infilato la cuffia in testa e mi hanno chiesto se di pitturato avessi solo le unghie dei piedi.

— Quanti capelli che hai!

Un sorriso, finalmente.

— Ti hanno spiegato tutto, vero?

Un altro cenno del capo. Non avevo paura. Solo freddo.

Perché a me.

Perché a me.

Io non avrei voluto finire qui dentro.

Ridete fra di voi, forse è un lavoro come un altro. La dottoressa vi fulmina con lo sguardo.

Ridete perché non vi interessa il motivo per cui sono qui, se piango o se sorrido. Io o un’altra è la stessa cosa.

Lo so e non m’importa.

Il braccio con l’ago cannula era dritto. La mascherina mi copriva la faccia.

Un bel respiro. Uno, due, tre.

Nel mezzo il niente, il sonno, l’assenza di suoni.

Al risveglio la tosse mi ha grattato la gola.

Perché a me.

Mi manca un pezzo.

Sono sulla barella, piango e mi manca un pezzo. Giù in basso. Non è la pancia, è qualcosa dentro che non ho più.

È tutto finito ma non basta. Non ho dolore fisico. Mi manca un pezzo. Dentro. Mi manca. Prima c’era mentre adesso non c’è più.

Che cosa succede a noi donne quando qualcosa cresce dentro di noi e poi ad un certo punto, smette? Che cosa succede se un cuore, dentro, dopo otto settimane dice basta, non ne posso più, non voglio più? Che cosa mi succede se già immaginavo a come sarebbe stato bello avere un bimbo, di nuovo, d’estate? L’idea compiuta di quello che sarebbe potuto essere distrugge la parte che di me sopravvive. Sono nuda su un lettino e tossisco come per sputare quell’ultimo sonno di cui non ho ricordo, quel sonno in cui ho perso un pezzo di me.

E sì, lo dicono tutti, sono cose che capitano, ma perché a me?

Mi è arrivata la voce di qualcuno al mio fianco.

— La vuoi una garza per asciugarti gli occhi?

Ho fatto un cenno con il capo.


Laura Bernardelli è nata a Lodi. Era fermamente convinta che avrebbe girato il mondo e non si è mossa di un chilometro. Ha un blog, Laura per caso, e la si trova anche su Twitter.