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Pelle di merluzzo

Photo Credit: debs-eye via Compfight cc

 

 

Il mio corpo mal sopporta il freddo,‭ ‬comincio a congelare dalle estremità‭ ‬e,‭ ‬quando succede,‭ ‬quando mi sorprendo a scaldare le mani sulla pentola della cena,‭ ‬so con certezza che è‭ ‬arrivato l’autunno.‭ ‬Questa stessa condizione cagionevole mi porta a viaggiare volentieri verso nord per appostarmi ad osservare gli uomini e le donne dei ghiacci:‭ ‬creature mitiche e schive,‭ ‬che‭ ‬hanno pelle di merluzzo e si nutrono di latte e whisky.‭

 

È un mercoledì limpido di ottobre,‭ ‬il sole è basso sulla statale,‭ ‬sono in viaggio da appena un paio d’ore e ho già‭ ‬un amico.‭ ‬È un uomo anziano che corre insieme a noialtri,‭ ‬passeggeri di autobus,‭ ‬nel traffico dell’ora di punta.‭ ‬Stanotte volerà‭ ‬a casa,‭ ‬in Marocco.‭

‬Mentre parla i suoi occhi scivolano sui frutteti al lato della strada senza appoggiarsi da nessuna parte.‭ ‬Vive fra l’Europa e l’Africa dall‭’‬83,‭ ‬vende tappeti agli italiani benestanti per sei mesi all’anno.‭ “‬Una volta facevo‭ ‬2.000.000‭ ‬di lire al giorno‭”‬,‭ ‬racconta,‭ ‬poi si incupisce,‭ “‬adesso è‭ ‬finita,‭ ‬torno a casa‭”‬.‭

‬Nell‭’‬83‭ ‬io non parlavo ancora,‭ ‬lui ha imparato prima di me il significato di‭ ‬fame,‭ ‬casa,‭ ‬tappeto,‭ ‬telefono,‭ ‬sonno,‭ ‬nostalgia.‭ ‬Qualche anno dopo tentennavamo entrambi con i verbi,‭ ‬poi lui si è‭ ‬rassegnato e non ha mai imparato a scrivere.‭

‬A casa lo aspettano moglie e sei figli.‭ ‬Mi offre ospitalità‭ ‬in Marocco,‭ ‬sorrido e gli porgo un biscotto.‭ ‬La luce gialla allaga l’autobus,‭ ‬lui mi insegna che‭ ‬il sole d’ottobre è‭ ‬cattivo,‭ ‬ma prima di accostare la tendina alza un dito magro e scuro:‭ “‬il Marocco è‭ ‬là,‭ ‬sotto il sole,‭ ‬quando vieni non puoi perderti‭”‬.‭ ‬Indica per un istante il cielo,‭ ‬poi strattona la stoffa blu chiudendo fuori i peschi.‭

‬Sarà‭ ‬a casa questa notte,‭ ‬mentre io attraverserò‭ ‬la Francia,‭ ‬- razzista – ,‭ ‬sostiene.‭

 

 

A Milano il mio autobus arriva in ritardo,‭ ‬salgo per ultima sul cambio per Parigi.‭ ‬È‭ ‬come uno di quei camion che,‭ ‬in autostrada,‭ ‬portano i vitelli a farsi hamburger.‭ ‬Fuori è già buio,‭ ‬dentro,‭ ‬la luce è‭ ‬fioca,‭ ‬gialla e inutile.‭ ‬Nel corridoio le carte dei rifiuti fanno il rumore delle foglie morte.‭ ‬Dobbiamo ancora partire e l’aria è‭ ‬già‭ ‬terribilmente malsana.‭

‬Gli autisti sono spagnoli,‭ ‬viaggiano in coppia.‭ ‬I passeggeri sono per lo più‭ ‬russi,‭ ‬ucraini e serbi,‭ ‬ma anche nordafricani e indiani.‭ ‬Badanti e manovali che attraversano con pochi soldi l’Europa per cambiare posto di lavoro o per tornare a casa.‭ ‬Non mi pare ci siano altri italiani.‭

‬Occupo l’unico posto rimasto libero,‭ ‬in fondo,‭ ‬in mezzo a tre uomini fra i trentacinque e i quaranta.‭ ‬È‭ ‬caldo,‭ ‬caldissimo e l’aria condizionata mi arriva come una lama sul collo.‭

‬Cerco di comunicare con l’uomo alla mia destra,‭ ‬ma è‭ ‬indiano e non parla inglese,‭ ‬non so nemmeno come sia riuscito ad arrivare fin qui.‭ ‬Nel goffo tentativo di sedurmi per un eventuale rapido accoppiamento in autogrill,‭ ‬mi offre nell’ordine:‭ ‬limonata gassata,‭ ‬birra,‭ ‬un panino,‭ ‬patatine fritte e liquore.‭ ‬È‭ ‬chiaro che ingoia aglio da tutta la vita.‭ ‬Dopo aver masticato rumorosamente si spegne sfinito contro il vetro del finestrino.‭ ‬Suda,‭ ‬si spoglia di ciò‭ ‬che può‭ ‬e crolla di nuovo.‭

‬Ragiono sulla prossimità‭ ‬dei corpi:‭ ‬sorprendente,‭ ‬uno nasce in India e,‭ ‬un giorno come un altro,‭ ‬ma un giorno preciso,‭ ‬cozza sgrammaticato contro la mia vita su un bus diretto in Olanda.‭ ‬Comincio a odiarlo dal basso,‭ ‬dai piedi,‭ ‬che premono nudi contro il mio polpaccio.‭ ‬Quando arriva ad allungare le gambe sulle mie ho un fremito di verace intolleranza e lo disarciono.‭

‬I due uomini alla mia sinistra osservano la scena.‭

‬Il primo si presenta,‭ ‬si chiama Alì,‭ ‬parla italiano,‭ ‬inglese,‭ ‬francese e olandese,‭ ‬oltre all’urdu e agli altri quattro rami principali della lingua madre pakistana.‭ ‬L’altro mastica un inglese molto deformato che lo esclude dalla conversazione.‭

‬Alì‭ ‬mi racconta di aver gestito una tipografia che stampava quotidiani in Pakistan,‭ ‬fatta di uomini e macchine saltati per aria in un attentato terroristico.‭ ‬Mi spiega com’è‭ ‬vivere la guerra:‭ ‬penso ai racconti di mio nonno ma non riesco comunque a capire.‭

‬L’amico di Alì‭ ‬vive ad Amsterdam e sta tornando a casa,‭ ‬commercia dispositivi elettronici.‭ ‬Viene fermato alla dogana francese e portato via da una guardia sui trent’anni con la faccia cattiva,‭ ‬tagliata da qualche imprevisto fra lo zigomo e la bocca.‭ ‬Il suo documento non è‭ ‬valido per viaggiare.‭ ‬Quando il bus riparte non è‭ ‬risalito.‭

‬Sono sempre più‭ ‬insofferente per l’indiano che adesso è‭ ‬steso in tre dei cinque sedili sul fondo.‭ ‬Alì‭ ‬se ne accorge e si offre di cedermi il suo posto,‭ ‬di vedersela lui con quei piedi nudi.‭ ‬- Li farà‭ ‬ricadere dove devono stare e riporterà‭ ‬ordine e decoro su questa fila di sedili – ,‭ ‬penso.‭ ‬Lo scavalco con gratitudine e mi siedo vicino al finestrino.‭

‬Poi Alì‭ ‬cambia faccia,‭ ‬un paio di teatrali tentativi di sistemare la situazione e l’uomo che dorme diventa una scusa per spingermi contro il vetro.‭ ‬Io sto scomoda,‭ ‬stretta,‭ ‬mi allungo oltre lui e cerco di svegliare l’indiano tirandogli i vestiti,‭ ‬nella speranza di ridistribuire tutta quella carne lontano,‭ ‬il più‭ ‬possibile,‭ ‬da me,‭ ‬ma le lattine di birra intorno dichiarano inequivocabili che nessuno sarà‭ ‬in grado di farlo alzare prima di domani.‭

‬I riscaldamenti sono accesi al massimo,‭ ‬così‭ ‬come l’aria condizionata,‭ ‬per un irragionevole tentativo dell’autista di spegnere le lamentele dei passeggeri sui microclimi che si stanno formando all’interno del veicolo.‭

‬Il retro del bus è‭ ‬il girone dei senzaterra.‭ ‬La grata di metallo sotto il mio sedile è‭ ‬arroventata,‭ ‬ci inciampo più‭ ‬volte e due righe rosse mi segnano la caviglia.‭ ‬Forse non è‭ ‬il riscaldamento,‭ ‬forse è‭ ‬il calore del motore.‭ ‬Ho caldo e freddo insieme da troppo tempo.‭

‬Alì‭ ‬mi mette un braccio intorno al collo.‭ ‬Mi divincolo.‭

‬La luce si spegne,‭ ‬è‭ ‬notte fonda e nessuno parla più,‭ ‬dormono tutti‭; ‬non io,‭ ‬non Alì.‭

‬Lui mi tocca ancora,‭ ‬più‭ ‬deciso,‭ ‬un braccio ad angolo mi stringe le spalle.‭ ‬Una mano scivola sul fianco e sulle gambe.‭ ‬La sua bocca sul mio collo:‭ “‬solo poco,‭ ‬solo poco‭”‬,‭ ‬bisbiglia,‭ “‬ti posso toccare‭?”

‬Mi scanso ancora,‭ ‬quel po‭’ ‬che posso.‭ ‬Non ho paura,‭ ‬siamo in un autobus pieno di persone e lui lo sa.‭ ‬Potrei urlare,‭ ‬lui sa anche questo.‭ ‬Invece resto immobile,‭ ‬in silenzio,‭ ‬mentre capisco che Alì‭ ‬si sta toccando.‭

‬Ormai faccio corpo unico con il finestrino,‭ ‬rifletto su quanto sarebbe più‭ ‬facile essere un uomo per continuare a viaggiare,‭ ‬a vedere,‭ ‬a conoscere.‭ ‬Penso al vetro,‭ ‬che è‭ ‬un liquido dicono,‭ ‬forse ho qualche speranza in più‭ ‬di far combaciare il vuoto delle mie molecole con le sue,‭ ‬colare dall’altra parte e respirare l’aria fresca delle montagne fuori.‭
‬Ma non ho paura,‭ ‬né‭ ‬mi sento sola,‭ ‬guardo la faccia di Alì‭ ‬e vedo,‭ ‬in un lampo,‭ ‬la sua grande debolezza.‭ ‬Ha occhi da cane.‭

‬Non dormo questa notte.‭ ‬Ma è‭ ‬nell’ordine delle cose.‭

 

 

Sosta obbligata all’alba.‭ ‬Scendiamo tutti.‭ ‬All’autogrill Alì vuole offrirmi il caffè.‭ ‬Rifiuto.‭ ‬Quando risalgo mi siedo in un altro posto.‭

‬Ancora un paio di cambi in Francia e un’ultima lunga tratta in direzione nord-est.‭ ‬Arrivo ad Amsterdam che è notte di nuovo.

 

 

‬Non vedo Joop da un paio d’anni,‭ ‬da quando lo invitai in Italia per una mostra.‭ ‬Joop è‭ ‬un artista.‭ ‬Mi aspetta in piedi da più‭ ‬di un’ora nella piazzola buia e vuota dell’autostazione.‭ ‬Camicia scura,‭ ‬gilet scuro,‭ ‬giacca scura di lana cotta,‭ ‬barba bianca.‭ ‬Mi abbraccia,‭ ‬ride e mi sento a casa.‭

‬L’abitacolo della vettura è‭ ‬caldo,‭ ‬ho viaggiato per quasi trenta ore e non ho dormito.‭ ‬Ora mancano novanta minuti di strada,‭ ‬briciole.‭ ‬La macchina corre sulla via lunga e dritta che collega Amsterdam ai villaggi del nord.‭ ‬Il buio intorno mi ricorda la strada per Varsavia,‭ ‬ma la Polonia è‭ ‬più‭ ‬sorda,‭ ‬più‭ ‬felpata.‭

‬Guardo fuori e vedo la mia faccia riflessa nel vetro.‭

‬In rapida dissolvenza con la voce di Joop che parla,‭ ‬arriva la consapevolezza che stiamo viaggiando sul letto disfatto e abbandonato del mare.‭ ‬Questo pensiero sbatte da una tempia all’altra,‭ ‬come una mosca che non trova l’uscita e poi via dalla bocca:‭ “‬how…‭ ‬how did you do that‭?!”

‬Dopo molti minuti,‭ ‬il mare.‭ ‬La Afsluitdijk è‭ ‬un corridoio d’asfalto,‭ ‬lungo e stretto che,‭ ‬senza alcuna incertezza si stacca dalla terra e attraversa il Mare del Nord.‭ ‬Sotto di noi tonnellate di muro tagliano in due l’acqua e isolano una sconfinata pianura salata che sciacqua selvatica il lato destro della strada,‭ ‬un immenso lago di piombo freddo.‭ ‬Sulla sinistra alcuni metri emersi di diga proteggono la macchina dalle correnti del Waddenzee.‭

‬Nel punto più‭ ‬lontano dalle due coste,‭ ‬Joop spegne il motore:‭ “‬do you want to get out‭?”‬.‭

‬Odore di sale e acqua gelata,‭ ‬il vento mi fa barcollare.‭ ‬Le onde saltano sulla strada come un branco di lupi grigi in una confusione di zampe anteriori che zompano,‭ ‬graffiano e ricadono storte indietro.‭

‬È‭ ‬troppo buio e troppo freddo,‭ ‬risaliamo in macchina e Joop accende il motore.‭ ‬Riprendiamo la strada mentre lui mi racconta che la diga è‭ ‬stata costruita intorno al‭ ‬1930‭ ‬per strappare altra terra al mare,‭ ‬ma il bacino non è‭ ‬mai stato svuotato e l’incredibile lavoro di mani rotte dal gelo è‭ ‬rimasto sospeso.‭ ‬D’inverno,‭ ‬quando l’acqua cambia di stato,‭ ‬sul lago si può‭ ‬camminare come su un ultimo lembo di liscia terra ferma.‭ ‬Poi,‭ ‬quando la primavera viene,‭ ‬la pelle dell’acqua si screpola in squame piatte e dure che il vento morde,‭ ‬stacca e sputa sulla strada.‭

‬In primavera nessuno attraversa la Afsluitdijk‭.

 

 

 

Cecilia Giampaoli è nata all’ospedale di Urbino nell’agosto dell’82. Ha fatto l’addestratrice di cavalli, la progettista-idealista, la tuttofare in un centro artistico, l’insegnante universitaria a contratto e altre cose che non sembrano lavori veri. Spesso saluta amici, famiglia, amanti e animali, parte per viaggi solitari, fotografa e racconta.