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Come rubare le caramelle a un bambino

sound of my voice

(attenzione: molestie ai minori.)

 

 

 

Prologo

– Stai attenta agli uomini. Non farti toccare da nessuno, nemmeno dal nonno.

Ho sette anni quando la nonna mi scarica addosso, nel dialetto mezzo italianizzato che si sforza di usare con me, queste dodici parole. Stai attenta agli uomini. Non farti toccare da nessuno. Nemmeno dal nonno. Anche se sono piccola, capisco subito che cosa intende la nonna con toccare. Quello che mi turba davvero è che abbia tirato in ballo il nonno. A sette anni, mio nonno è l’inizio e la fine del mio mondo, una montagna umana da scalare fino a raggiungere, stremata, l’agognata vista che si gode dalle sue spalle. Io non rispondo e la conversazione, se così si può definire, finisce lì. Non dico niente nemmeno alla mamma: sospetto che si arrabbierebbe con la nonna e io voglio bene alla nonna.

Continuo, però, a rigirarmi quelle parole nella testa per molti, molti anni. Che cosa voleva dire la nonna? Perché proprio il nonno e nessun altro? Forse la nonna usava il nonno come una reductio ad absurdum: nessuno significa nessuno. O forse la nonna cercava di mettermi in guardia, senza usare troppe parole, sul lato predatorio di una persona che amavo. Non sapevo trovare una risposta.

 

Prima scena

Qui sono appena più grande, otto o nove anni. Un giorno mi ritrovo, non so più se nella cartella di scuola o nella cassetta della posta, una lettera. La apro e, prima ancora di cominciare a leggerla, mi accorgo che è molto lunga e tutta battuta a macchina. È una lettera anonima. Leggo la prima riga: “Voglio fare l’amore con te”. Divento immediatamente rossa e smetto di leggere. Appallottolo la lettera, o forse la strappo, e poi la butto via. Trascorro uno dei pomeriggi più brutti della mia infanzia: piango moltissimo. Chi mi scrive quelle brutte cose? Perché proprio a me? Passerà dalle parole ai fatti? Sono forse in pericolo? Vergognandomi moltissimo, dico alla mamma della lettera. Lei mi consola un po’ e, credo, mi dice di non pensarci troppo.

 

Il giorno dopo, a scuola, scoprii che erano stati i maschi della classe: qualcuno aveva messo le mani su una macchina da scrivere e, tutti insieme, avevano deciso di scrivere sconcezze a tutte le femmine. O perlomeno questo è quello che mi raccontarono le altre bambine. Oggi sospetto invece che il bersaglio fossi solo io e che le femmine fossero in combutta con i maschi o forse addirittura le vere autrici della missiva. Non ero proprio amata nella mia classe e il parossismo in cui questa lettera mi gettò vi fa capire perché lo scherzo fosse tanto divertente ai loro occhi. Anche voi, però, mettetevi nei miei panni: avevo nove anni e avevo appena scoperto che qualcuno voleva fare l’amore con me.

 

 

Seconda scena 

Qui sono un po’ più grande, fuori dall’infanzia vera e propria. Ho forse dodici o tredici anni. Ho appena cominciato a frequentare un gruppo religioso. Come forse avete capito dalla prima scena, faccio fatica a socializzare e non ho molti amici. Sono entusiasta, però, di questo nuovo gruppo. Mi lascio coinvolgere subito dall’organizzazione di una recita e mi ci dedico anima e corpo. Uno degli organizzatori, che per semplicità chiameremo il Sant’uomo, mi prende particolarmente a cuore. Loda il mio lavoro e si ferma a parlare con me più che con chiunque altro. Mi dice che, l’anno prossimo, il ruolo da protagonista è senz’altro mio. Mi abbraccia molto. Dimenticavo: il Sant’uomo è un frate francescano.

Il più delle volte mi sento lusingata, ma con il tempo comincio a schermirmi sempre più e non so bene come interpretare questo trattamento speciale. Gli altri del gruppo fanno battutine, mi chiedono se sono la fidanzata del Sant’uomo. Alle volte penso che, forse, le sue attenzioni sono davvero un po’ eccessive. Altre volte mi convinco che sono io a peccare di malizia e ad attribuire intenzioni disoneste a un uomo onestissimo.

Una domenica, poi, arrivo nel luogo in cui il gruppo si riunisce di solito. La recita si è conclusa da qualche giorno. Incontro subito il Sant’uomo e gli chiedo dove sono tutti gli altri. – Dietro le quinte – , mi risponde. – Stanno smontando le ultime cose. Vieni con me – . Lo seguo nel labirinto che ci porta dietro le quinte, un luogo in cui – una volta conclusa la recita – nessuno mette mai piede. E, infatti, non c’è nessuno. Il Sant’uomo mi abbraccia di nuovo, senza dire niente. Mi bacia sulla guancia, poi sull’angolo delle labbra. Per un attimo sono paralizzata, poi mi divincolo e scappo via per un’uscita secondaria. Fortuna che ormai quel posto lo conosco come le mie tasche.

Sono piccola, ma mi ci vuole solo un attimo solo per capire che le cose si stanno mettendo male. Sono piccola, ma avrei dovuto capire molto prima che le intenzioni del Sant’uomo non erano per niente sante.

 

Continuai a frequentare il gruppo religioso ancora per qualche anno: nei paesi piccoli come il mio, l’offerta per i più giovani è molto limitata. Non rivolsi mai più la parola al Sant’uomo. Qualcuno se ne accorse e fece qualche commento, ma io rimasi zitta. Per moltissimo tempo non raccontai a nessuno quello che era successo – non a mia mamma, non alla mia migliore amica. Avevo paura che scoppiasse un casino. Avevo paura che mi dicessero che me l’ero cercata, che avevo dato troppa confidenza al Sant’uomo, che l’avevo incoraggiato. Io stessa non facevo che ripetermi queste imputazioni, come una litania. Stupida, stupida, stupida! 

 

Terza scena 

Qui sono ancora un po’ più grande. Ho quattordici o quindici anni. Sto facendo una lunga cura dal dentista perché ho diverse carie che vanno messe a posto. Viene con me anche mio fratello, di tre anni più piccolo, che ha la bocca messa peggio della mia. Al primo appuntamento ci ha accompagnato mia mamma, si è fatta fare un quadro della situazione e un preventivo. Agli appuntamenti successivi andiamo da soli: ormai siamo grandi.

Il dentista è molto cordiale e amichevole con me. Scherza molto. Si sporge in avanti sulla poltrona e mi parla vicinissimo alla faccia. Ho sempre più spesso l’impressione che le sue dita indugino un po’ troppo nella mia bocca, che forse un dentista non dovrebbe nemmeno metterle le dita in bocca a un paziente. In fin dei conti, ha tutti quegli strumenti apposta. Il dentista ha un assistente, un uomo. Parlano molto fra loro. Scherzano e fanno allusioni che loro credono essere velate. O forse non ci credono nemmeno loro.

Una parte di me è irritata: non mi piace come mi tratta il dentista, mi ricorda un po’ troppo il Sant’uomo. Un’altra parte di me è, forse, un po’ lusingata. No, lusingata non è la parola giusta. Divertita. Da quando la pubertà ha inaugurato per me la stagione di una sessualità ancora in boccio, questa è forse la prima volta in cui esercito questo tipo di fascino su un uomo. Mi diverte vedere l’effetto che fa. Forse, acerbamente, civetto anche un po’. Non ho paura. Mio fratello è lì nella stanza con me a ogni appuntamento. Anche se è piccolo, penso che la sua presenza da sola basti a scongiurare qualsiasi pericolo.

Arriva finalmente il giorno dell’ultimo appuntamento. In fin dei conti, sono sollevata. Mentre l’assistente prepara mio fratello, il dentista mi chiede se può parlarmi in privato. Usciamo in strada.

– Senti, volevo chiederti una cosa un po’ strana…
– Mmm, cosa?
– Ecco, io ho sentito dire che i tuoi genitori si stanno separando…

A questo punto, infatti, gira voce nel paese che i miei genitori siano separati in casa. Non è vero, ma non è la prima volta che qualcuno viene a riferirmi questa diceria.

– …
– Sì, insomma… I tuoi genitori si stanno separando… Ecco, anch’io sto per divorziare da mia moglie e, siccome ho una figlia della tua età, volevo chiederti se ci potevamo vedere, una volta, così mi puoi raccontare come la stai prendendo… Giusto per sapere cosa aspettarmi con mia figlia… Ti va?
– I miei genitori non si stanno separando, non saprei come aiutarla.
– Ah, d’accordo… Sei sicura? Perché mi avevano detto che si stanno separando…
– Sì, sono sicura. Nessun divorzio in vista che io sappia.
– Ah, va bene… Come non detto allora.

 

Già, come non detto. Brutto bastardo, pensai. Ero grande abbastanza da capire in maniera fin troppo chiara quello che era appena successo. Una quindicenne la cui famiglia sta andando in frantumi. Come rubare le caramelle a un bambino. Fortuna che i miei genitori non stavano divorziando. Fortuna che non avevo bisogno della spalla di un uomo maturo su cui piangere. Fortuna che non morivo dalla voglia di raccontare tutti i miei segreti a un buon padre di famiglia che avrebbe come saputo consigliarmi e consolarmi. Altrimenti la storia che vi sto raccontando sarebbe forse andata in modo molto diverso.

 

Intervallo 

Ecco, le storie che vi sto raccontando ve le sto raccontando perché voglio che tutto il mondo capisca come la vita di una giovane donna è esposta ad attenzioni laide sui fronti più inaspettati. Non importa quanto sia serena e spensierata la sua infanzia, quanto siano amorevoli e attenti i suoi genitori: il dentista le infilerà le dita in bocca, il prete la condurrà in un cantuccio oscuro, i compagni di classe le diranno sozzerie. Anche quelle donne che, come me, sono tanto fortunate da poter dire di non essere mai state vittime di una vera violenza o di un vero abuso – sia lodato Gesù Cristo – hanno storie da raccontare che vi farebbero accapponare la pelle, se non altro per come sarebbero potute andare a finire. Le storie che vi sto raccontando ve le sto raccontando perché se no esplodo dalla rabbia.

 

Quarta scena 

Non sono più una bambina, ho diciannove o venti anni. Mia madre mi racconta felice che il paese è in festa e lei pure perché il Sant’uomo, ora promosso a sacerdote, è tornato nella parrocchia. A quanto pare, coppie di fidanzatini stanno addirittura posticipando la data del matrimonio pur di farsi sposare da lui. Io non riesco a nascondere una smorfia. Mia madre mi accusa di essere la solita miscredente. Ormai sono grande e le racconto quello che è successo dopo la recita. Mia madre ammutolisce. La rassicuro che niente di davvero brutto è successo. Di certo, però, capirà come non mi sembri una bellissima notizia l’idea che il Sant’uomo sia tornato nel paese.

Dopo quella conversazione, mia madre non riprende più il discorso. Me ne dispiaccio. Mi ferisce che la sua profonda religiosità le impedisca di prendere una posizione più netta su quello che le ho raccontato. Dov’è quella reazione da leonessa a cui qualcuno sta cercando di strappare via un cucciolo? Solita omertà cattolica, penso. O, forse, ormai non sono più un cucciolo.

Solo quattro o cinque anni dopo, quando l’episodio con il Sant’uomo viene fuori in terapia, dico a mia madre quanto mi abbia ferito la sua passività di fronte a una rivelazione per me tanto difficile. Mia madre mi racconta che non è stata passiva, tutt’altro. Subito dopo la mia confidenza, è andata dal parroco e gli ha raccontato tutto, facendo nomi e cognomi. Conosco mia madre e so quanta fatica le è costato questo atto di coraggio. Le voglio più bene di prima. Mia madre mi racconta, poi, qualcosa che non era mai riuscita a dirmi prima. Quando era al primo anno delle superiori e aveva tredici anni, un professore si invaghì di lei. Non si sofferma sui dettagli, ma le attenzioni si fecero tanto pesanti che fu necessario trasferire il professore in un’altra scuola. Per fortuna, anche nel suo caso, pare non si arrivò a una violenza vera e propria. Poi si scusa mille volte: dice che ha sempre cercato di proteggermi, che ha sempre sperato non dovessi mai vivere quello che era capitato a lei, che le dispiace di non essere riuscita a difendermi fino in fondo. Mi dice che, se le avessi raccontato del Sant’uomo all’epoca dei fatti, avrebbe fatto un casino che se ne parlerebbe ancora. Adesso è purtroppo troppo tardi e io sono d’accordo con lei. Questa cosa che è capitata a entrambe non è bella, ha segnato lei e me, e però ci lega l’una all’altra ancora di più.

 

– Che ti ha risposto il parroco quando gli hai raccontato questa cosa? – , le chiesi poi.

– Solo che si raccomanda sempre con i frati più giovani di non fraternizzare troppo con i ragazzi – , rispose mia madre.

– E basta? – , chiesi io.

– E basta – , rispose lei.

 

 

Quinta scena 

Ho ventisei anni. Sono tornata in vacanza per qualche giorno nel paese in cui sono cresciuta. Vado al bar con un amico a prendere il caffè e lì incontriamo un bel gruppetto di conoscenti. Ci fermiamo tutti sul marciapiede all’esterno del bar, seduti a una lunga fila di sedie da giardino: una scenetta classica nel mio paese. Io sono seduta all’estremità più lontana. Lungo il marciapiede passa il Sant’uomo. Tutti i conoscenti fanno capannello attorno a lui, festosi. È ancora molto amato in paese. Il mio amico resta seduto accanto a me. Gli ho raccontato del Sant’uomo e cerca di proteggermi dall’incontro. Io comincio subito ad armeggiare con il telefono per evitare anche solo di incrociare il suo sguardo. Il Sant’uomo saluta tutti, allegro: la sua imitazione di un bonario sacerdote di provincia è impeccabile. Dà la mano a tutti i conoscenti e poi li attira in un abbraccio, un bacio su una gota e poi sull’altra. Finalmente arriva a me. Io sprofondo ancora di più nel telefono. Lui mi porge la mano. I conoscenti sono solo conoscenti e non ho voglia di fare una scenata, non a quindici anni di distanza. Gli do la mano. Il Sant’uomo si protende per baciarmi le gote e io mi tiro indietro inorridita. Lui agita una mano e dice con brio: – Chissà cosa ti ho fatto perché tu ce l’abbia così tanto con me! – . Tutti ridono alla battuta ben riuscita. Il Sant’uomo se ne va di nuovo per la sua strada.

 

Brutta faccia di cazzo, pensai. Pezzo di merda che non sei altro. Ero nera, furiosa. Fu la sua spudoratezza da impunito a farmi imbestialire più di ogni altra cosa. Qualche mese dopo venni a sapere che era in coma, forse in fin di vita. Me ne rallegrai moltissimo. Purtroppo, però, mi ha poi raggiunto la voce che ce l’ha fatta e sta meglio di prima. Un vero peccato, se volete sapere come la penso.

 

Epilogo 

“Stai attenta agli uomini. Non farti toccare da nessuno, nemmeno dal nonno”.

Ora so cosa intendeva la nonna. Nemmeno dal nonno non voleva dire che il mio adorato nonno era un mostro sotto mentite spoglie. Significa, invece, che una donna deve sempre tenere gli occhi aperti e giudicare le situazioni, uomo per uomo, comportamento per comportamento, parola per parola. Il nonno, nella poetica contadina della nonna, altro non era se non una metonimia, una parte degli uomini per il tutto del genere maschile. Il nonno, il papà, il fratello. E poi il cugino, il prete, il dentista. E anche il salumiere, il conoscente, il passante. E infine il ragazzo, il fidanzato, il marito. La lezione che la nonna voleva impartire alla me settenne di allora è che non tutti gli uomini sono una minaccia ma che qualsiasi uomo può essere una minaccia, che è necessario fidarsi dei propri istinti e tenere gli occhi e le orecchie aperte, che alle volte bisogna essere pronte a scappare alla prima nota stonata.

Se mai avrò una figlia, questa sarà una delle prime lezioni che cercherò di trasmetterle. Certo, mi sforzerò di usare toni diversi e metonimie più delicate, una nuova poetica più adatta al mondo in cui viviamo. Ma la lezione rimane la stessa: non ignorare i campanelli di allarme e non aver paura di correre. Solo in questo modo, forse, le scene che questa mia ipotetica figlia avrà da raccontare un giorno saranno solo storie di fantasmi invece che veri e propri racconti del terrore.

 

 

Sara Hughes è lo pseudonimo a disposizione delle donne italiane che vogliano parlare di violenza su Abbiamo le prove.