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L’importanza dei pattini a rotelle a fini puramente sentimentali

kansas city bomber

 

Alla fine dei campi di finocchi, poco prima di quelli di pomodoro, un’astronave era atterrata nella Piana. E atterrando doveva aver preso un paio di botte sui lati che ne avevano appianato le estremità cosicché non somigliasse più ad un gigantesco uovo sodo, ma piuttosto ad una specie di compatto mostro meccanico, spinto dal mare fino al bagnasciuga. E poi ancora qualche chilometro più avanti, in una pozza di fango e sabbia. Entrando al suo interno dovevi dichiarare che sapevi di poter farti male. Poi dicevi il tuo numero di scarpe, se preferivi il vecchio stile o il nuovo, e dopo due secondi ti trovavi al centro dell’astronave, completamente vuota e nera: una discoteca sui pattini a rotelle, la Number One.

Era sempre vuota. I proprietari accendevano le luci strobosferiche mentre tu ti infilavi a forza i rollerblade seduta sui gradoni dell’ingresso. Poi partiva la musica.

La musica dance più attuale era rimasta alla stagione estiva 1994. Quindi si cominciava con Saturday night di una tizia bionda con le treccine che si preparava ad uscire di casa per ubriacarsi con gli amici in vista della giornata non lavorativa per eccellenza e si continuava con All that she wants, storia di una tizia che aveva capito che l’ubriacatura con gli amici non si confaceva esattamente ad una certa razionalità emotiva. Dopo una decina di minuti la musica attuale era finita e non potevi essere più:

a)  la ragazzina che non può perdere manco un minuto per andarsi a divertire;

b)  la donna autocosciente, fiera di sé al punto da non prendere come un’offesa la frase “she lives a lonely life”, anzi.

Tu diventavi c), la risposta conforme, attuabile, dolce, poco richiedente, femminile, bisognosa di protezione e cura. A decidere per te, il proprietario dell’astronave: lamentando cigliu e’ capa, mal di testa, aveva spostato la soundtrack su tempi e ritmi decisamente più vicini alla sua sopportazione, e quindi Alunni del Sole e anche Cugini di Campagna. Scendere in pista allora significava ragionevolmente rischiare la vita: tre gradoni di cemento con i pattini ai piedi, magari pattini in linea, gradino finale con ingresso sul linoleum nero: la morte sicura e accertata mentre un gruppo di capelloni con zeppe dichiarava di sentire odore di castagne al fuoco, questa notte finirà e poi se vuoi meravigliosamente mia sarai, le braccia le ho forti, saprò meritarti. Il restare in piedi dopo queste dichiarazioni era una condizione accessoria: dopo potevi tranquillamente starti attaccata ai passamani e non muoverti di un millimetro. Nessuno ti avrebbe rotto il cazzo. Il problema era arrivarci a quell’autonomia. Portarti in piedi, volontariamente, su una specie di pappa scivolosa, niente che potesse far pensare: è caduta, non voleva, non aveva capito, non sapeva. No, tu eri lì per scelta, nel peggiore dei casi, scelta da incosciente. I proprietari tenevano il fiato sospeso. Fino a quando non eri in pista erano ancora cazzi loro, dopo sarebbero stati solo tuoi.

Comunque: riuscivo sempre a scendere e – con mio sommo stupore – a pattinare. Piroettavo con grazia e calma mentre qualche rimasuglio di ritmo estero, Time after time, Cyndi Lauper, lasciava correre liquido sulla pista nera, scivolava verso un universo parallelo fermo al 1984. La qui presente, io, quella che si stupisce anche quando riesce a salire sul sellino di un motorino senza cadere all’indietro, era nel suo flusso, incanalata sugli impercettibili binari scavati nella superficie da tutti quelli che s’erano portati lì prima di me con le spalline imbottite, i jeans stretti sul pacco e le sigarette accese. Nel ganglio delle linee profonde risultavo veloce e pulita. I proprietari smettevano di guardarmi, mi lasciavano sprofondare in uno stato acquatico e senza tempo, solo io e Cyndi Lauper, fino a che ne avevo voglia. La pratica fatta fuori al balcone quando ero piccola aveva dato i suoi frutti.

All’epoca avevo un fidanzatino che si chiamava Eliseo. Eliseo non aveva la patente perché aveva 17 anni. Però sapeva portare la Regata del padre e mi accompagnava sempre dove volevo io. Ero un’incosciente davvero, lo so, a proposito di scelte poco sagge ma evidentemente, come avrei detto qualche anno dopo, rientranti nella fascia di cose che per riguardo a te stessa chiami “tutta vita” (in maniera sdegnata, come a dire: guarda, sono uscita viva da lì, quindi figurati). Eliseo, colpito dalla mia capacità di movimento, mi regalò i rollerblade. Eravamo una coppietta molto unita, infatti i rollerblade li regalò a me ma li usava lui.

Un giorno trovai lavoro come volantinatrice. Si trattava di mettersi sul lungomare di Salerno vestita in maniera natalizia e dare volantini alla gente su un particolare cenone di fine anno in un particolare noto albergo della costa. Ovviamente tutto questo andava fatto sui pattini. Io accettai subito: la pratica alla Number One mi aveva reso padrona delle tecniche più avanzate di giro e marcia indietro, sapevo pure saltare, eh. Il guaio fu che sul lungomare di Salerno io scoprii che Eliseo aveva tolto i freni ai pattini. Probabilmente per lanciarsi a tutta velocità per la discesa della Stella, che era (e suppongo sia ancora) un posto bruttissimo tra la stazione del paese, un sottopassaggio e un negozio di vestiti da sposa. Comunque, che cazzo ne so, l’importante è che i cazzarielli di gomma fissati sulla punta dei rollerblade per frenare non c’erano più.

Iniziai a prendere velocità sul lungomare di Salerno, già mi vedevo a Pastena. Iniziai a cercare di fermare la gente. La gente guardava sta criatura bionda con la gonnellina scozzese che urlava da sopra i pattini, e rideva. Io facevo il segno di vaffanculo. Vaffanculo, tieni il volantino. Vaffanculo, tieni il volantino. Vaffanculo, tieni il volantino. Mi portavo avanti col lavoro, almeno.

Poi andai a sbattere contro una coppia. Cazzo, io c’ho il timore delle coppie da allora. Non so camminare accanto a qualcuno dandogli la mano. Non so tenere stretto qualcuno e intanto, avanzare di passo. Odio quelli che lo fanno. Odio quelle reclame da Quarto Stato in due che ti bloccano la strada con la loro felicità e tu devi aspettare, fermarti, guardare (come lei tiene lui, come lui tiene lei, quanto sono amorevoli l’uno con l’altra). Un mostro a due teste che non ti sente chiedere “permesso”. E se lo sente, se la prende pure, sorride, ti guarda come a dire: “tu non sai”. No, non so, grazie, fatemi passare, prendete il volantino. Ah, e comunque: vaffanculo. I due sul lungomare di Salerno camminavano stretti, io li ho presi in pieno, tipo birilli. Lei, in realtà, si scostò giusto un secondo prima che io finissi in braccio a lui.  Che dopo uno stupore iniziale parve addirittura contento, nel senso che accusò il colpo ma non fu scortese. E nemmeno io: dopotutto mi aveva fermato. Mi aveva salvato da una corsa folle verso l’Ufo Bar (chi è della zona e conosce l’Ufo Bar non faccia  battute, grazie). Convenevoli tipo: come stai, stai bene, ti aiuto, che stavi facendo, ce la fai a rialzarti, vuoi una mano, vuoi toglierti i pattini. La fidanzata ci guardava in una maniera furibonda, cazzo. Dico: temi per il tuo ragazzo, bene, lo capisco, ma dovresti aiutare me. Quanto meno perché prima mi aiuti e prima me ne vado. Mai capito questo fatto della poca solidarietà femminile. Al suo posto, mi sarei prodigata per rimettere in piedi questa adolescente bionda che potrebbe forse, ma forse forse, rappresentare una minaccia. Vai a capire per chi. Probabilmente solo per se stessa. Gli uomini le capiscono sempre prima ‘ste cose. Infatti, lui mi tolse la straminchia di pattini e mi fece anche chiamare con il suo telefonino la tizia che stava con me e che aveva le mie scarpe nello zaino.

Contenta di questa esperienza, tornai alla Number One. Ormai usavo i pattini come prova per eventuali aspiranti al titolo di fidanzati. Vediamo che fa. Vediamo se mi aiuta a rimettermi in piedi quando cado. Vediamo se si aspetta che io cada. Vediamo se trattiene il fiato. Vediamo se conosce i Cugini di Campagna. Quindi ci portai anche l’aspirante fidanzato di dopo Eliseo. Il povero guaglione arrivò all’appuntamento vestito da comunione. Io ero nella fase semipunk in cui portavo la frangetta, solo la frangetta,  completamente rossa. Tipo visiera.  Mentre mi ricongiungevo a Cyndi, lo vidi scendere i gradoni con somma difficoltà. Il proprietario lo guardava assai indisposto di dover trattenere il fiato di nuovo, anche per un uomo, poi. Eppure, il ragazzo dopo Eliseo riuscì ad entrare in pista, anche se poi si tenne attaccato al corrimano per il resto della serata. Io non caddi. Ma questo, come ho già detto, non era importante. Almeno non per me. Sicuro non per il proprietario.

Poi la Number One l’hanno chiusa, sennò avrei risolto molti problemi sul nascere.

 

 

Raffaella R. Ferré vive a Napoli. Il suo ultimo romanzo è “Inutili Fuochi“, edito da 66thand2nd. Cura il blog Santa Precaria. La potete trovare anche su Twitter