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Ho mancato il battesimo degli stupefacenti

Photo Credit: Studio Gablee via Compfight cc

 

Nel 2005 avevo quindici anni.

Frequentavo un liceo di periferia a Roma e, come tutto il resto del mondo, facevo di tutto per manipolare la mia immagine sociale in funzione di quello che volevo gli altri percepissero di me. Portavo sempre, ogni giorno, una kefiah palestinese regalatami da una ragazza più grande, che avevo assunto a oggetto di devozione spassionata . Era più morbida e si arrotolava meglio al collo di quella che avevo comprato al mercato di via Sannio, più simile a uno strofinaccio da cucina.

Leggevo Jack Kerouac, perché il mio padrino mi aveva fatto dono della sua edizione tascabile di On The Road, Baudelaire, perché era maledetto, e J.T. Leroy, prima di scoprire che fosse una grande e fumosa fuffa.

La mia compagna di banco era la mia migliore amica. Era parecchio più bassa di me, veniva da una scuola borghese e aveva un sacco di segreti sul suo passato che distillava in piccole confessioni mensili in momenti in cui credeva di dovermi ricompensare per un buon pomeriggio passato insieme.

Quando ci siamo conosciute io fumavo, mi facevo qualche cannetta e ascoltavo i Nirvana. Lei non fumava, comprava magliette da Brandy Melville il sabato pomeriggio e la sua migliore amica era la ragazza più studiosa della classe, quella che faceva sempre i temi sui Promessi Sposi e mai quelli di attualità.

La prima volta che sono andata a casa sua per fare una versione di greco, abbiamo riscaldato in padella due spinacine mentre guardavamo Uomini e Donne. Lei ha cominciato a raccontarmi che i suoi genitori si erano separati, ma che poi erano tornati insieme. Odiava l’ex compagna di suo padre. Mi raccontò che la tipa le faceva in continuazione dei regali, tra cui una maglietta, che la mia amica le fece ritrovare tagliuzzata sul letto, e un paio di occhiali da sole, che posò lentamente sul suolo e calpestò davanti a lei.

Avevo capito che non fosse semplice guadagnare l’affetto di questa chioma rossastra che mi faceva compagnia in balcone mentre accendevo e spegnevo Camel blu, intenta ad assumere pose accattivanti. Volevo che mi stimasse. Che mi volesse bene. Volevo salire sul suo Olimpo delle persone importanti.

Col tempo, sgomitando, mi accaparrai il ruolo dell’amica matura, con la quale condividere le nuove scoperte musicali e letterarie. Eravamo le inseparabili.

Ero redarguita con frequenza sul fatto che la mia posizione fosse facilmente sostituibile e che la nostra relazione non fosse neanche per sbaglio sacra e intoccabile. C’erano altre due ragazze che ronzavano intorno alla mia amica e ognuna credeva di avere il gradino più alto del podio. Non potendo essere certa di vincere la competizione, data l’imperscrutabilità delle scelte del giudice, cominciai a pianificare tattiche per attirare l’attenzione su di me. Cominciai a vedere altre persone, altre femmine, di cui parlavo e di cui tessevo le lodi con la mia amica. Lei, per rimarcare la sua diversità dal resto della plebe scolastica, le odiava, le smontava verbalmente non appena pronunciassi la prima consonante del loro nome.

Loro fumavano a ricreazione, prima di entrare a scuola e tra un’ora e l’altra di lezione, il pomeriggio andavano al parchetto, dove io non ero autorizzata ad andare, avevano molti più problemi sociali oggettivi di quanto ne avessi io, andavano ai rave e sfuggivano facilmente al controllo parentale che a me era imposto ogni giorno da Cerbero, mia madre.

Nel tentativo di integrare la mia amica nella mia nuova costellazione di conoscenze, decidemmo di andare al concerto del primo maggio insieme a loro. Lì avremmo pippato cocaina per la prima volta nella nostra vita e avremmo suggellato la nostra unione di coppia inseparabile agli occhi testimoni del nuovo gruppo di amici, che ci accoglievano nella comunità degli iniziati ai riti misterici degli stupefacenti.

Cerbero, ancora mi chiedo come, captò con i suoi sei occhi radar il pericolo imminente. Non fui autorizzata ad uscire di casa e passai la giornata a piangere in bagno meditando vendetta contro mia madre.

Ero fuori dal giro. Non avevo ricevuto il battesimo e ciò che avrebbe dovuto legittimare l’unione con la mia amica sancì di fatto la sua fine.

Quelli che erano i miei amici, erano diventati i suoi. Non potevo più partecipare al piacere collettivo di raccontarsi episodi esilaranti dell’ultima festa, come quando quella volta la mia amica cadde sulle transenne facendo piroette allucinogene.

La mia amica passò i mesi estivi con i suoi nuovi amici a prendere pasticche alle feste o alla stazione della metro, a farsi ricoverare in ospedale quando ne prendeva troppe o chiusa in casa quando ne smaltiva l’effetto.

La stessa estate decisi di cambiare scuola per rimediare al mio cuore infranto. Mi ero data un imperativo categorico: dimenticare tutto, tagliare i ponti.

 

La primavera dell’anno successivo, durante una lezione di greco, mi è arrivato un messaggio: “x è in ospedale. Ha tentato il suicidio”. Due settimane dopo un altro della combriccola festaiola si è fatto ricoverare nello stesso ospedale, per lo stesso motivo. Ho passato il mese di aprile a farmi accompagnare in macchina dai miei genitori al reparto di psichiatria.

“Le pasticche hanno slatentizzato una tendenza bipolare” che la mia amica avrebbe sempre avuto e che avrebbe potuto rimanere silente a vita. Invece ha fatto capolino e non credo tornerà nei meandri dai quali è uscita.

 

Oggi mi capita spesso durante serate, più o meno bling bling, che le persone mi chiedano se ogni tanto mi capiti, così in modo turistico, di prendermi una pasticchetta.

No. E non mi è mai capitato.

 

 

 

Lorenza Brandodoro ha venticinque anni e vive a Parigi da due. Lavora nell’ambito della produzione di esposizioni nelle gallerie d’arte contemporanea. È anche segretaria della compagnia di teatro e cinema Le Dôme. Ha collaborato con SoftRevolution e Frigopop. La potete trovare anche su Instagram  e su Twitter.