Crea sito

Guarire dagli attacchi di panico

mad max: fury road

 

Nella mia libreria di casa c’è una piccola sezione che, nella mia testa, chiamo di “auto-aiuto”. Non è una definizione appropriata per i libri sullo scaffale, che hanno in comune soltanto il fatto di non essere né romanzi, né saggi. Ci sono manuali di maglia e uncinetto, ricettari di svariate cucine nazionali, libri ad alto tasso di fricchettonaggine su gravidanza, parto e puerperio, e una sezione di pedagogia sempre più nutrita. Il capostipite della famigliola, però, nonché il motivo della mia privata definizione, è un libretto verde bosco, intitolato “Guarire dagli attacchi di panico”. Non mi ricordo che immagine abbia in copertina, non mi ricordo che cosa contenga. L’ho letto una volta, una quindicina di anni fa, e mai più. Potrebbe contenere informazioni utilissime o essere una completa porcheria, non ne ho proprio idea. Lo conservo più che altro come talismano, come ricordo di un momento della mia vita in cui io stavo molto male e mia madre, non sapendo bene che altro fare, mi regalò un libretto intitolato “Guarire dagli attacchi di panico”. L’idea che sia possibile (guarire dagli attacchi di panico) mi piace; ancora di più mi piace l’idea che lo si possa fare leggendo un libretto di meno di cento pagine. È un’idea che non trova corrispondenza nella mia esperienza della realtà, ma mi piace abbastanza da farmi conservare un libro per quindici anni (per il resto, sono una che periodicamente fa pulizia).

 

Ogni volta che dico a qualcuno che soffro di attacchi di panico, la reazione è la stessa: incredulità, sminuimento. Ma no, dai… Evidentemente appaio più serena di quello che sono. Un motivo ricorrente. Quando bevevo troppo: Ma no, dai… non sembravi mica ubriaca ieri sera. 

Quando ho cominciato a soffrire di ansia, non sapevo di avere una cosa. (Avevo dodici anni: non sapevo granché, in generale.) Non sapevo che cosa mi succedeva, perché e come evitarlo. Andavo a letto un po’ agitata per la scuola il giorno dopo, mi svegliavo con il mal di testa e zero voglia di andare a scuola, facevo colazione nonostante lo stomaco chiuso, mi vestivo, prendevo l’autobus, sull’autobus faceva caldo e mi mancava un po’ l’aria, scendevo alla fermata più vicina alla scuola, imboccavo via Martinetti; camminando mi sentivo formicolare le gambe, poi non sentivo più le gambe, poi dovevo sedermi sullo scalino di un portone mentre i miei compagni di scuola mi passavano davanti. Mi pulsavano le tempie, avevo una guancia caldissima e una no, sudavo freddo. A quel punto potevo andare a scuola lo stesso, sperando che passasse e, nel peggiore dei casi, mi sarei inventata qualcosa per andare in infermeria e far chiamare mia madre. Oppure potevo girarmi, tornare alla fermata dell’autobus e rifare tutta la strada fino a casa. Optavo spesso per la seconda opzione, così spesso che alla fine dell’anno il mio era diventato uno strano caso in cui si era sfiorata la bocciatura nonostante, dal punto di vista del profitto, fossi una delle studentesse migliori della scuola. L’anno seguente andò un po’ meglio: mi aiutò il rapporto sempre più simbiotico con la mia amica Vale (Ma a voi due vi hanno cucite?, scherzava sua madre), e il fatto che fosse l’ultimo anno in quella scuola, con quei compagni e quei professori.

 

Avanti veloce. Sette anni dopo. In terza media, come dicevo, me la cavo. Lo stesso anche nei quattro anni di liceo artistico e nel quinto anno “integrativo” di lezioni al pomeriggio per potermi iscrivere all’università e lavoro part-time mattutino come grafica. In questi anni me la sono cavata discretamente con una strategia di evitamenti e svicolamenti mirati. Insomma, dandomela a gambe ogni qual volta mi trovavo in una situazione che mi metteva a disagio. Ma l’università è il mio sogno fin da quando, cinquenne, accompagnavo mia madre agli appelli di Filosofia. Dunque, eccomi qua. Ho superato quasi incolume l’adolescenza, mi sono iscritta a una facoltà umanistica della Statale e aspetto che la vita vera come me la sono sempre immaginata, finalmente, abbia inizio. Naturalmente arriva una collisione. Mi innamoro di un ragazzo-sbagliato. Ma mica in senso romantico, eh: proprio una merda, uno che mi distrugge l’autostima e fa coriandoli della mia integrità personale. Sistematicamente, e con ottimi (per lui) risultati. Il mio cervello, povero caro, cerca di mandarmi dei segnali per farmi capire in che pantano mi sono cacciata, ma io col cavolo che lo ascolto, e per almeno un anno e mezzo faccio cose dissennate, annaspando e prendendo le misure del caso per vedere la realtà il meno possibile.

Ci vuole che il ragazzo-sbagliato mi faccia una cosa davvero enorme, davvero imperdonabile, ci vuole il discorso brutale di un amico che mi aiuta ad aprire gli occhi, e ci vuole qualche mese di terapia, per uscire dal pantano. Rimangono gli attacchi di panico, che ormai sono quelli brutti, quelli che ti mandano al pronto soccorso perché temi di morire, quelli che durano tutta la notte con gli strascichi per giorni e giorni, quelli per cui molti prendono i farmaci (io no, perché il mio terapista era troppo junghiano).

 

La mia mamma mi sta vicina, e mi regala il libretto verde bosco, e so che potrebbe aiutarmi davvero, e infatti appena posso vado via di casa. Me ne vado a convivere a 21 anni con un ragazzo perfettamente decente e procedo a fargliene di tutti i colori, raccontando a tutti, compresa me stessa, un sacco di balle. Gli attacchi di panico continuano ad accompagnarmi, un pochino meno spesso, un pochino meno distruttivi. Li odio, li temo, mi guardo bene dal tentare  di comprenderne le cause, o anche semplicemente dall’ascoltarli.

 

Negli anni, col tempo, capisco che ho sbagliato tutto. Capisco quello che volevano dirmi e vedo tutti gli errori che volevano impedirmi di fare. Quel tram su cui non sono salita. Quel weekend in montagna che non avrei dovuto fare. Quella serata in cui non avrei dovuto uscire. Quell’invito a cena che non avrei dovuto accettare. Quella macchina su cui non sarei dovuta salire. Loro ci avevano provato, a dirmelo, ma io non li ho ascoltati, e ho fatto errori abbastanza per due vite.

Perché la verità è questa: dagli attacchi di panico non voglio guarire. Gli attacchi di panico sono miei amici. Sono messaggi della mente, sirene ululanti, spie lampeggianti, pulsanti rossi da premere in caso di pericolo. Uscite di sicurezza, anche, in certi casi.

E quelli “immotivati”, quelli con i trigger più scemi, tipo la claustrofobia da metropolitana piena o da aereo, o la febbre alta, sono un prezzo che pago di buon grado per tutte le volte in cui quegli altri mi hanno gridato di scappare, mi hanno costretto a fermarmi, a respirare, a guardare meglio chi o che cosa avevo davanti.

Magari queste cose le dice anche il libretto verde bosco, chissà. Io comunque lo tengo lì, anche se per ora non sento il bisogno di leggerlo.

 

 

 

Dafne Calgaro fa la mamma e, quando può, la traduttrice.