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Olimpiadi

kelly watch the stars

 

 

-Puoi cambiare le luci delle finestre, se ti va. Viola, verde, gialla, blu. Viola di nuovo. Basta pigiare il tasto grigio, è pure più morbido degli altri. Guarda. Ci sta tutto il pollice.
Mi avvicino al vetro della finestra, prende tutta la parete. Guardo quelle delle altre stanze, la scala A, la torre dirimpetto alla mia. Sono tutte finestre e confinano l’una con l’altra. Conto sette piani, la stessa altezza dove sono io. Ci sono tre finestre viola, una in fila all’altra e la quarta è spenta.
-Di che colore la vuoi?
Le pareti di entrambe le torri convergono verso lo stesso punto, posso vedere i vetri delle stanze accanto alla mia spostandomi da un lato all’altro della stanza Una è viola, l’altra è spenta.
-La vedi quella? Dall’altra parte della strada, con le tende tirate.
-Viola?
-Esatto quella. È la mia stanza. Ci vediamo a colazione.

 

E l’estate del 2004, ci sono le olimpiadi di Atene.

Ho fatto Milano-Roma su un treno veloce, insieme a Verdiana, il mio professore di educazione fisica. Lui sta nella scala A, io nella B. L’albergo dev’essere dalle parti di Roma Termini ma non ci giurerei. Ho con me il manuale di storia di quinta liceo e gli appunti di fisica teorica. Conto di studiare quella parte sui campi magnetici che abbiamo letto per ultima. C’è una canzone che ho in testa dall’inizio del viaggio. È dei Jolly Good Meal, parla delle pause sigaretta di chi non fuma, e io non fumo. Io faccio atletica, per forza non fumo.

 

Alle undici del mattino la colazione ormai non la danno più. Prendo l’ascensore fino all’ultimo piano dove c’è la piscina e il sole cola a picco sulla tensostruttura cachi. In piscina c’è una ragazza bionda, parla al telefono appesa coi gomiti a bordo vasca. E’ abbronzata. La spio a un passo dall’ascensore. L’uomo dietro il bancone sistema le lattine sulle griglie del frigobar, parla con un ragazzo che avrà sì e no trent’anni e una faccia già vista. Mi metto la mano in tasca per controllare che la chiave magnetica della stanza sia al suo posto; le porte dell’ascensore si aprono all’improvviso: esce un uomo con una tracolla. Lo lascio passare e salgo in ascensore.

Alla reception chiedo una mappa della città, mi dicono che non ne hanno, che le vendono in uno dei negozi qui fuori. Dico grazie, mi arrangio.

Fuori fa un caldo boia e la strada è di passaggio, ma non abbastanza per essere un viale. Mi infilo in una traversa stretta, ho idea che nelle vie più strette faccia meno caldo, che almeno su un lato debba esserci l’ombra; ma è mezzogiorno e l’ombra è finita sotto i palazzi.

Cammino svelta, di tanto in tanto mi volto indietro per non perdere di vista l’albergo: impossibile. Quel posto è un colosso, mi chiedo come possa esserci stato abbastanza spazio per costruirlo là in mezzo, con tutte le macchine parcheggiate.

Mi fermo davanti a una vetrina: i bikini sono appesi a delle asticelle di legno tenute sospese da un filo di nylon; sullo sfondo c’è una carta blu stellato, di quelle che si usano per i presepi. Tutto a 19 euro, dice lo strillo giallo appiccicato al vetro col biadesivo. Ne scelgo uno rosso punteggiato di bianco, – mi dia una seconda – , dico, non lo provo nemmeno.

All’ultimo piano adesso c’è un mucchio di gente, si accalca attorno a un tavolo ovale, hanno pure acceso la radio. Mi appoggio al muro con un palmo e in punta di piedi riesco a vedere due bottoncini neri, sul punto di staccarsi. Gli occhi di un’aragosta in cima alla piramide di cibo che non vedo, e un buffet di pesce.

La ragazza bionda è uscita dall’acqua e gioca a carte con un’amica, entrambe a cavalcioni di un lettino prendisole. Ho il costume adesso, e i jeans tagliati, sfrangiati sulle ginocchia. La sensazione è di non essere ancora a posto. Eppure non ho niente che non va. Mi sento guardata ma nessuno mi guarda. Appoggio la borsa e l’asciugamano su un lettino, a debita distanza da quello delle ragazze. Svuoto la borsa, la crema solare non c’è, dev’essere rimasta in camera.

Uno, due, tre, cinque, dieci vasche, poi mi fermo. Mi siedo sul bordo più lontano dal buffet, respiro. Guardo le mie cosce bianche appiccicarsi alla plastica striata dove batte l’acqua.
-Signorina.
L’uomo che prima trafficava al frigobar, adesso regge una pila di asciugamani di spugna. Gli dico di appoggiarli pure sul lettino, che io tanto ho il mio. Gli sorrido, ho la luce negli occhi, torno a fissarmi le cosce.

Verdiana arriva che sono le sei. Io sono in camera dalle due, sdraiata sul letto a due piazze con le cuffie e una corolla di cuscini attorno. Ho tentato di mettere la luce blu alla finestra, ma è giorno e il sistema centrale è disattivato. L’aria condizionata invece funziona eccome; il ronzio è impercettibile ma il termometro segna 22 gradi. Devo aver dormito almeno mezz’ora, coperta con uno degli asciugamani della piscina; mi sono svegliata con i piedi gelati.
-Sei lì?
Gli apro.
-Spero ti sia riposata, questa sera c’è una cena di gala.
Mi allunga la divisa gialla e blu, ancora avvolta nel cellofan. C’è il logo della fiaccola olimpica all’altezza del petto.
-Sono misure da uomo.
-Ci accontentiamo.
-Di sopra c’è un cocktail di benvenuto.
-Ti raggiungo tra poco – , dico, e indico il manuale di storia appoggiato sul letto.

 

Ho messo una canottiera bianca e i pantaloni scuri che ho portato in caso di pioggia.
Sulla terrazza soffia un vento caldo, e sotto la tensostruttura mi sento soffocare. I tavoli rotondi sono disposti attorno alla piscina. Otto persone per tavolo, è già buona se si conoscono due a due. Verdiana mi ha tenuto il posto. Qualcuno ha la divisa gialla e blu, i maschi soprattutto; i canottieri, e un ragazzetto che conosce Verdiana.
-Dovresti averlo già incontrato ad Aulla, ai campionati a squadre – , mi dice, ma io non lo ricordo.
Parliamo del percorso, della lunghezza delle tappe, della fiaccola che non deve spegnersi mai, c’è chi la sorveglia giorno e notte, dico. Parliamo di quando arriverà ad Atene, del suo percorso retrogrado, dico, – retrogrado nel senso di moto – , mi affretto a specificare.
C’è una che continua a guardarmi strano.
-Da Roma, ad Atene… è un percorso all’indietro nella pancia della civiltà – , dico a tutti, ma soprattutto a quella che mi guarda strano. Verdiana ride, – all’indietro – dice, – Roma, Atene, le caverne e i dinosauri – . Si pulisce la bocca nel tovagliolo.
-Sapete già con chi correte?
Guardo Verdiana.
-Non lo sappiamo ancora vero prof?
Lui fa segno di no e il cameriere si ritrae.
Tutti ridono.
-Certo che le voglio, che sono? Conchiglie?
-Alla romanesca. Lei signorina?
-Che c’hai la maturità te? – , fa il tizio seduto accanto a Verdiana.
-L’orale – , dico, – a luglio.
-E che ce fai qua?
Guardo di nuovo Verdiana, ha qualche problema col suo vecchio Nokia.
Quella che mi guarda strano s’è alzata a prendere la macedonia e al suo posto c’è il braccio di un canottiere.
-Ooh. Che fai dormi?
Mi metto in bocca un’oliva scura, sporca del sugo avanzato nel piatto.
-Il tedoforo – , dico, – corro.
Agosto 2011.
Ad Atene fa caldo, io e Francesco siamo seduti al bar. Guardiamo un quotidiano che non sappiamo leggere. Dentro e sedute ai tavolini sul marciapiede ci sono le stesse persone da due ore.
-Penseranno lo stesso di noi.
Alzo le spalle. Da quando siamo qui nessuno si è alzato per ordinare nulla. Un uomo e una ragazzina giocano a backgammon, un vecchio li guarda, fuma, ogni tanto dice qualcosa e guarda verso di me. Io mi volto, dietro c’è sempre la signora del bar a rispondergli.
-Vediamo se riusciamo a partire.
-Chiamo?
-Chiamo io.
-Vado a pagare.
Con gli occhi percorro l’intero bancone fino al registratore di cassa.
La signora mi precede. Mi scrive dei numeri su un foglio.
-Olympic Games – , dico mentre le allungo venti euro.
-This café was already open?
La signora mette le mani nella tasca laterale del grembiule.
-This café – , ripeto facendo segno col dito che è proprio questo il caffé che intendo.
-This café, in 2004, did you see the olympic flame?
Lei mi guarda. Ha delle monete e qualcos’altro in mano.
-I mean, the olympic torch?
-Ena, dia, tria…. Tessera.
Mi mette il resto in mano. Tre monete e un dinosauro.
-Present. For your boyfriend.
Sorride. Poi indica l’insegna.
Deinósavros Kafeneío, c’è scritto.
-No Olympics, típota.
-No?
-No. Deinósavros. Present. For your boyfriend – , dice.

 

 

 

Carolina Crespi è l’autrice di Il futuro è pieno di fiori (No Reply, 2012). Ha collaborato a Follelfo, LaBalenaBianca, Host | Il Post, ilSecoloCorta, Mediacritica, Piccola Rivista di Filosofia Analitica. Ha un blog, Opzioni Avariate; la potete trovare anche su Twitter