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Storia delle cose che odio vol. I

upstream color

 

Mentre morivo di Faulkner, me l’hai regalato per il mio compleanno, tre anni fa. È un Adelphi rosa-cipria. Quanto mi piacciono gli Adelphi. Quanto mi è sempre piaciuto guardarli allineati per gradazione di colore. Adesso mi stanno sul cazzo. Li odio. Odio i miei libri. Odio in particolare certe case editrici. Alcune non le tollero. Le mie librerie sono diventate un museo del dolore. I Minimum Fax, di quelli me ne hai regalati tanti, tutti i Richard Yates, almeno cinque, e uno di Aimee Bender. La raccolta di racconti di Fitzgerald. Quella me l’hai prestata. Ma adesso è mia, no? È in fila con gli altri. Guardare le loro coste mi fa male. Allora li ho coperti con dei Coralli Einaudi. Non mi hai mai regalato dei Coralli Einaudi. Non mi sembra. Ma adesso non voglio controllare. Li ho messi davanti cercando di non leggere i titoli. Quel libro gigantesco illustrato su Londra della Taschen. Quello è impossibile da nascondere. L’avevo messo apposta in bella mostra, in un angolo, così, di traverso. È il primo libro che mi hai regalato. Era l’ottobre del 2009, io dovevo trasferirmi a Londra, ma poi non l’ho fatto. Il Book of polaroids, anche quello della Taschen, anche quello impossibile da nascondere. Anche se più piccolo. Me l’avevi regalato quando mi era presa la fissa della fotografia analogica.

Poesia Einaudi? Non me ne hai mai regalata. Però all’inizio ti leggevo la Valduga. Ecco, devo coprirla la Valduga. La raccolta di teatro di Pasolini, una volta abbiamo letto un dialogo di Orgia insieme. Tu facevi lui e io facevo lei. Devo coprire anche quella. Per fare bene dovrei coprire tutti i libri. I Super ET, anche lì c’è qualcosa, lo so. I Bompiani. Gli Oscar Mondadori. Potrei mettere dei teli. Ma poi i teli mi ricorderebbero che sotto ci sono quei libri, e che li ho messi soltanto per coprirli. E così mi farebbero male lo stesso. Allora non li copro. Lascio che i miei stessi libri mi facciano soffrire. Cerco di non guardarli. E leggo solo libri nuovi. Li compro e li metto sul comodino. E attingo da lì. Ma sul comodino c’è la biografia di Cat Power, in inglese, anche quella me l’hai regalata tu, per l’ultimo compleanno, dopo che siamo andati al concerto. Ok, la sposto. La metto dietro altri libri in una mensola. Ma tra quei libri c’è Cattedrale di Carver, quello è mio. È la prima edizione, l’ho trovata in un mercatino. Volevi leggerlo e io ti ho detto che mi serviva e non te l’ho prestato. E ho fatto male, perché adesso mi fa pensare che non te l’ho prestato, e mi dico “brava, così ce l’hai tu”, ma mi dico pure “vaffanculo, potevo darglielo, così adesso non lo vedevo”. Ritorno al comodino. Il ricordo della presenza della biografia di Cat Power mi butta una manciata di spilli in mezzo ai polmoni. Odio i miei libri, e questa è solo una categoria infinitesimale degli oggetti che odio.

 

 

Silvia Vecchini nasce a Torino il 18 maggio dell’82, giorno in cui Joe Strummer viene ritrovato alla maratona di Parigi dopo settimane di latitanza. Si laurea a Roma. Passa da stalker a collaboratrice di Antonio Rezza senza nemmeno accorgersene. Torna al nord. Scrive su Marie ClaireWired e anche a casa sua.