Crea sito

November rain

AXL ROSE (1991)

In questa storia vera troverete Guns N’ Roses, sentimenti e Bestie. Non necessariamente in quest’ordine. Ce la racconta Serena.

Il misfatto (2010)

Settanta, cifra tonda, cifra impegnativa per due studentesse universitarie non lontane dal tracollo finanziario. Settanta sono gli euro che io e Connie ci siamo sputtanate per andare a sentire i Guns N’ Roses a Roma.

L’istante di indecisione capitanato da pensieri del tipo non-abbiamo-più-sedici-anni-Axl-è-imbarazzante-i-Guns-non-esistono-più-settanta-euro-che-ladrocinio è durato la bellezza di cinque minuti, subito dopo i quali ci siamo raccontate la favola che anche se la loro musica non l’ascoltiamo più, varrebbe comunque la pena controllare di persona se il caro buon vecchio Axl ha mantenuto il culo tonico come quello che aveva da fanciullo.

Axl Rose (1998)

     La prima volta che incontro Axl ho all’incirca quattordici anni.

La sua voce – un grido disperato che fuoriesce prepotente dall’autoradio lasciato acceso in macchina – mi disintegra, scuotendo la Bestia che si annida dentro la mia insicurezza.

Conosco bene quella rabbia primordiale che utilizza per scrivere canzoni: anch’io, come lui, sono una ragazzina arrabbiata.

Mentre sfoglio una delle tante riviste che divoro fuori dai banchi di scuola, a sorprendermi c’è il contrasto tra la delicatezza dei lineamenti e la ruvidezza del suo inferno personale.

Solo allora capisco che il dolore è un’energia universale dalle sfumature infinite, con cui devi imparare a collaborare in modo costruttivo, se non vuoi che ti annienti.

Connie (2010)

Mi trasferisco da Connie durante l’estate: anche se non ci conosciamo granché, a lei non dispiace avere qualcuno con cui smezzare l’affitto e io ho urgente bisogno di un tetto sopra la testa.

La rassicuro più volte ripetendole che mi fermerò per poco tempo, ma le settimane volano via veloci e presto diventano mesi.

Se mi guardo allo specchio fatico a riconoscermi: sono sfinita, impaurita, confusa – vorrei dimenticare, vorrei sparire.

Eppure, stare da Connie si rivela – inaspettatamente – un ottimo percorso terapeutico.

Malgrado qualche scontro inevitabile, la nostra convivenza assume i colori caldi di un affetto sincero che si rafforza giorno dopo giorno, aiutandomi a riacquistare un po’ di fiducia nelle persone.

Cos’è accaduto prima

Cheryl Strayed, nel suo libro autobiografico Wild, ha scritto: «E tu sei ferita nello stesso modo. È questo che succede quando i padri non curano le proprie ferite. Feriscono i figli nello stesso modo (…) Ma verrà un momento – magari tra molti anni – in cui avrai bisogno di montare a cavallo e lanciarti in battaglia, ed esiterai. Sarai incerta. Per curare la ferita che ti ha inferto tuo padre, dovrai salire su quel cavallo e andare in battaglia come un guerriero.»

 

A maggio mio padre dà il meglio di sé.

 

 

Di solito le mie colpe spaziano in vari ambiti, la maggior parte delle quali sono frutto della sua fantasia malata; pretesti subdoli di cui si serve quotidianamente per sfogare la sua frustrazione; viviamo in uno stato di perenne tensione.

Stavolta, la mia colpa imperdonabile è quella di aver preso in prestito le pile della sua macchina fotografica, dimenticando poi di rimetterle a posto.

Quando butta giù la porta della mia camera urlando, la Bestia nello stomaco lo manda affanculo perché in casa non si respira proprio più; conserviamo da anni la forma di una prigione dove i detenuti s’impegnano a essere invisibili per non farlo arrabbiare.

È l’inizio della fine.

Mio padre rompe il portatile che contiene i file della mia tesi con una scarica di cazzotti sulla tastiera; getta il mio cellulare fuori dalla finestra; il suo volto s’infiamma scaraventandomi addosso parolacce di incerta provenienza.

C’è una lotta fisica accesa tra mia sorella, lui e mia madre: la sconfitta è totale.

Siamo giunti a un punto di non ritorno.

 

Cos’è accaduto dopo

Famiglia è una parola bandita che ricerco ossessivamente nelle case delle amiche di cui sono ospite prima di sbarcare da Connie.

Mia sorella molla il lavoro e si trasferisce in un’altra città.

Mio padre si becca una denuncia pressoché inutile.

Mia madre soccombe sotto il peso delle colpe.

Ingenuamente, spero che questo ennesimo episodio di follia incontrollabile li sproni una volta per tutte a mettersi in discussione, a gettare via le maschere, a chiedere aiuto a uno specialista, a fare almeno un tentativo concreto di cambiare direzione.

Invece la strategia fallimentare che viene adottata è quella di fingere che non sia mai successo nulla.

Senza rifletterci troppo, me ne vado di nuovo. E, nonostante la paura, le crisi di pianto cianotiche e il mio ipertiroidismo che impazzisce offrendomi una tachicardia costante ai limiti del soffocamento, ricomincio a vivere, lentamente, riscoprendo il profumo delle cose che amo, perché esistono ancora, come me.

 

Concerto (4 settembre 2010)

Siamo arrivate a Roma con un pulmino organizzato da individui di dubbia intelligenza: c’è un tipo che battezzo subito Meg Ryan, un altro che ha i tratti di un indiano d’America, due piuttosto anonimi e, infine, c’è il conducente con le braccia tatuate di nero e la voce da Paperino, accompagnato da un bestemmiatore professionista in tuta mimetica.

Come ci siamo finite in mezzo a questo branco di esaltati gunners?

Il mistero s’infittisce quando mi accorgo che ci sono volute circa sei ore per arrivare al Palalottomatica, viaggiando a una velocità di trenta chilometri orari.

Abbiamo forse circumnavigato l’Africa?

Nelle ore che ci separano dal concerto bisticcio un po’ con Connie per questioni di scarsa rilevanza. Io, infatti, non voglio abbandonare il mio sfigatissimo posto al terzo anello per gettarmi nella mandria inferocita di sotto, mentre lei suggerisce di fregarcene degli addetti alla sicurezza sgattaiolando nel parterre.

Ma c’è dell’altro che contribuisce alla mia sottile inquietudine: la Bestia si risveglia sempre nei momenti di vivace leggerezza, pronta a intaccare il mio sorriso.

Più tardi, quando Axl salta sul palco ricoperto d’anelli e collane forgiati dai fabbri della Terra di Mordor, resto dieci minuti buoni a chiedermi se la sua voce appartiene a un uomo ormai in pace con se stesso o a uno che semplicemente ha venduto se stesso.

Che fine ha fatto quella rabbia – autentica – che negli anni passati ha scosso milioni di ragazzi? Della strafottenza megalomane e sconsolata con cui pretendeva – a vent’anni – di avere l’esclusiva sul dolore, io non scorgo quasi più nulla. E forse è meglio così.

Poi, mentre tento di decifrare il labiale dai maxischermi laterali, sul palco si materializza il pianoforte. Ed è sufficiente la pioggia di note che di solito riversa addosso al pubblico prima di attaccare November Rain a far vacillare la Bestia.

Quella puttana mi artiglia la trachea: non ha fatto i conti con November Rain.

Ignora che quella canzone è una cosa che salva, una cosa che è amore e dall’amore non c’è difesa. E allora la sputo fuori, e chi se ne frega se mi frantuma il petto, se la faccia mi esplode, se le gambe sprofondano, se il fegato si contrae, se quelli attorno a me mi vedono: a pezzi ma viva, sull’orlo di una felicità catartica.

Mi volto verso Connie. Ho le guance allagate da lacrime salvifiche. Non mi nascondo. Le consegno timidamente la password per entrare nel mio sistema operativo difettoso. Lei mi abbraccia forte, con le palpebre umide e il cuore aperto, cantando a squarciagola: «Never mind the darkness, we still can find a way».

 La Corte dei Miracoli

Sulla via del ritorno l’adrenalina è un manto notturno che ci protegge dalle brutture del mondo, ricordandoci che vale sempre la pena di emozionarsi.

Connie è crollata di sonno. L’indiano d’America ha pensato bene di spalmarsi sulla mia spalla sinistra: «Ti dà fastidio? Scusami è che sto più comodo, buonanotte!» ha proferito prima di navigare verso il coma irreversibile.

Sono pervasa da una rinnovata sensazione di benessere.

La musica ha scacciato e colmato il vuoto abitato dalla Bestia, almeno per ora.

C’è una pace surreale nel mio sistema linfatico; una pace che è gratitudine, è amicizia, è dono – oggi non mi detesto.

D’un tratto, però, sbarro gli occhi incredula, certa che stanotte abbiano lasciato i manicomi aperti: Conducente e Bestemmiatore si divertono a invocare Satana, sciorinando una serie di preghiere blasfeme al contrario.

Connie si sveglia scoppiando a ridere. Io, invece, da fifona cronica quale sono, mi maledico per essere finita nelle mani di questi due coglioni patentati che stanno guidando ubriachi in mezzo all’autostrada. Che cacchio ci facciamo poi a Pescara?

All’alba, finalmente, sprofondiamo nel letto a pancia in giù con in testa solo un ritornello: Welcome to the jungle! Sì, la giungla dei sopravvissuti.

Verità (2016)

Connie mi ha insegnato a non buttare via tutto quando il male mi divorava da dentro. Mi ha educata all’ironia e alla spensieratezza, al punto che non ricordo più le ferite di quell’anno burrascoso, ma solo le serate trascorse insieme sul divano a ridere e a ingozzarci di confidenze, film, canzoni, talvolta balli improvvisati.

Nelle nostre chattate rievochiamo spesso il concerto dei Guns senza riuscire a smettere di ridere.

La Bestia non è deceduta. Certi giorni mi lascia in pace, certi altri mi risucchia nel buio delle cicatrici, ma ho imparato a tenerle testa: siamo più forti delle nostre paure.

Nel dubbio, però, porto sempre con me qualche canzone per tenermi stretto il mio spicchio di luce, per non farmelo più portare via da nessuno.

La rabbia ha assunto una gradazione più tenue, concentrandosi su quello che va salvaguardato e migliorato, evitando di accanirsi su ciò che non può essere cambiato.

Questa rabbia sembra avere maggiore rispetto di me e delle persone che ho accanto.

È una forma purissima d’amore, di resistenza. È più comprensiva, mi ripete fiduciosa it’s ok anche quando sono costretta a fare i conti con il marcio che ribolle in profondità.

Nei momenti più duri mi ricorda che posso scegliere di essere diversa dai modelli autodistruttivi con cui sono cresciuta e dalla ragazzina che ero a quattordici anni.

Per dirla alla Cheryl, un po’ più guerriera.

 

Comunque, donne, se siete arrivate fin qui, sarò costretta a rivelarvi il nocciolo di tutta questa insolita faccenda. Mi dispiace deludervi, ma no, Axl Rose non ha più il culo tonico di una volta.


Serena Rossi è marchigiana. Ama la neve, i dinosauri e i dischi incisi con l’anima. È grata a Paco Ignacio Taibo II per aver scritto il libro che le ha cambiato la vita: Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara. Con il racconto Bluedevil radio’s podcast: free download ha vinto il premio Patria Letteratura 2014.