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Non toccare le mie cose

Carrie

 

Potrebbe cominciare così, con me che entro dal parrucchiere chiedendo se posso fare un taglio al volo perché domani mattina presto devo partire d’urgenza.

Lo facciamo un gloss? un trattamento? Un qualcosa? mi chiedono.

Rispondo che ho poco tempo, ancora la valigia da fare e tante beghe da risolvere prima di partire.

Potrebbe cominciare con Ivan il parrucchiere che si informa sulla mia destinazione e la natura del mio viaggio, o con me che gli lascio credere che vado a Canberra, Australia perché mia madre non sta bene.

Comincia con una bugia.

Non so spiegare perché, ma mi sembrava maleducazione entrare nel negozio di Ivan e dire – potete tagliarmi i capelli? Mia madre ieri è morta.

Ciò che è cominciato come una bugia continua come una farsa, perché poi sulla menzogna tocca continuare a costruire.

Ma quanti anni ha tua madre?

Sessantanove

Ma devi stare tranquilla, sessantanove anni oggigiorno, che sono? In Australia, poi, hanno ospedali d’eccellenza. A sessantanove anni oggi si è giovani!

Hai ragione.

 

Ha ragione.

 

E poi continua. La morte è una cosa che non finisce con la morte, non so se mi spiego.

Continua con l’inevitabile arrivo (mio) a casa (sua).

È una tipologia di struggimento molto particolare quello che ti infonde una casa da poco disabitata, una casa alla quale chi è uscito credeva di fare ritorno e invece no – ce l’hanno i tedeschi una parola per questa emozione?

Notare ovunque i segni del congedo che si pensava temporaneo – occhiali da vista accanto al telefono, le mollette fermacapelli, la tazza nel lavello, la spesa ancora da mettere a posto. Tutte quelle piccole cose che, lo sai bene, avrebbe rassettato o tolto di mezzo se avesse saputo che arrivava qualcuno.

Tutte quelle cose che avrebbe odiato che gli altri vedessero.

Tutte quelle cose che ora è compito tuo scovare, suddividere, riallocare, forse buttare. Ora che non hai altra scelta che intrometterti.

Ci sono tante cose ancora da dire sulla casa, perché ciò che finisce comincia. La fine è anche un principio e quello che comincia continua, continua – non finisce mai di cominciare.

Della casa scriverò domani.

 

 

– Non toccare le mie cose!

Questa la proibizione che ha disciplinato la mia infanzia. Mia madre così precisina. E io, la bambina che rompeva tutto, sciupava tutto e quello che non riusciva subito a rompere di solito lo perdeva.

Prodotto di tale educazione, quanto è strano ora avere campo libero, accesso esclusivo al sancta sanctorum di tutti i materni possessi, i bei vestiti, le borse che paiono nuove anche dopo trent’anni, gli oggetti d’arte e i mobili – persino le cose di cui da bambina più desideravo impadronirmi: le matite sempre temperate, i pastelli e le gomme da cancellare, pagine bianche di taccuini e quaderni.

Adesso che tutto questo è mio sono in imbarazzo. L’imbarazzo è quello della scelta, la necessaria scelta. Diversi possibili criteri sono in gara tra loro per dirimere la questione del cosa tenere e cosa no. Tenere le cose che più mi ricordano lei; le cose che più piacciono a me; le cose più belle secondo parametri meno soggettivi; le cose di maggior valore; quelle più utili, ora o in futuro.

Stabilire un’equipollenza tra questi criteri, rifiutarsi di discriminare vorrebbe dire in sostanza tenere tutto.

Tenere tutto sarebbe come raddoppiarmi, sommare alla sua esistenza materiale la mia.

[Lo so che non è il buon senso che mi guida. Sono passata in poche settimane da una sorta di furia iconoclasta al non voler buttare niente. Potessi, terrei tutto. Potessi, smonterei casa sua pezzo a pezzo per rimontarla qui a Roma. Potessi, la ricostruirei qui, in scala, di modo che entrasse dentro la mia. Grande quanto basta per poterci entrare, io sola – Madri, figlie, bambole. Case, stanze, case di bambole. La sequenza ora è tutta scombinata, è un disordine a cui è difficile abituarsi.]

E pensare che io ci avevo messo tanto per perfezionare una mia personale disciplina, quella del fare a meno di desiderare molte cose. Non desiderare era la mia forza, ed è possibile che la sua origine risieda proprio in quell’iniziale proibizione: non toccare le mie cose!

Le tue cose non le voglio.

[Quando poi sono diventata la persona che sono, l’eterna squattrinata, quanto mi è tornata utile questa disciplina?

– Sei una poveraccia! Non puoi permetterti di comprare le cose! – , dice la voce dentro di me che parla a nome di tutti gli standard che non ho raggiunto o a cui non mi sono voluta adeguare.

– Le tue cose non le voglio.]

 

Invece, arrivo all’aeroporto di Sydney con otto chili di eccedenza sui trenta cui avrei diritto per il mio bagaglio da stiva. L’assistente al check-in mi dice che per ogni chilo in più dovrei pagare 90 euro.

– Ci pensi bene, sono più di 700 euro! Quello che ha con sé vale davvero 700 euro?

Perdo ogni compostezza quando tento di spiegarle che è una valutazione, quella che mi chiede, che non sono assolutamente in grado di fare. Quanto vale quello che ho nel bagaglio?

Io e l’assistente del check-in troviamo un compromesso che impegna me ad aprire tutte le valigie, arraffare gli oggetti più pesanti e inzepparli nel bagaglio a mano e impegna lei a chiudere un occhio su un paio di chili in più. Quello che segue è un viaggio di inferno che mi vede ansimare per i terminal di mezzo mondo col cappotto di lana indosso, trascinando una borsa e un trolley divenuti macigni.

Passando attraverso lo scanner del controllo di sicurezza il mio bagaglio a mano rivela sul monitor una presenza sinistra e incomprensibile, la vedo anche io di sfuggita: un misterioso monolite nero che alla successiva ispezione si scopre essere un fermacarte di cristallo che ho stupidamente infilato in borsa. Per due volte me ne scordo, a Sydney e ad Abu Dhabi, per due volte mi ritrovo a dover riaprire il trolley, mostrare il fermacarte, ripassare i raggi x, reinzeppare tutto e levarmi dalle palle, io col mio bagaglio mostro e il mio lapis niger della vergogna.

Il trolley pesa così tanto che non riesco nemmeno a sollevarlo per metterlo nella cappelliera quando mi imbarco. Arrivo a Roma con le braccia a pezzi, l’acido lattico nei muscoli e i lividi sugli stinchi.

– Quello che ha con sé vale davvero 700 euro?

Quello che ha con sé vale davvero la fatica, i crampi, l’arrivare a casa esausti?

Sono varie, si direbbe, le valutazioni che non sono in grado di fare.

 

[E ora, a bagagli disfatti, tutti questi oggetti che si sono mescolati ai miei. Proliferano nei cassetti, sugli scaffali. Spazio ce n’era in abbondanza, ammetto che forse prima era tutto un po’ troppo spartano. Sul muro, sopra il cassettone in camera ho attaccato tutte le sue collane che non metterò mai. Ammetto che non ci stanno male, così in mostra, sembra quasi un cassettone da femmina, adesso. Non sembra più mio, ma non sembra neanche suo – è di qualcuno che ancora non conosco]

[Se sapessi fare, magari avrei fatto come Beatriz Ruibal, fotografa e videoartist spagnola che ha realizzato una serie fotografica intitolata Madre, una galleria di oggetti, un inventario meticoloso di tutte le cose appartenute a sua madre Carmen. Ho letto della sua mostra sul Guardian, ho guardato le foto. Non posso dire di trovarle belle. Posso dire che capisco.]

 

 

 

Flavia Gasperetti è traduttrice, ricercatrice e implacabile intasatrice dell’internet. Collabora a Pagina 99, a Succedeoggi.it e scrive racconti su Vicolocannery.it. Ha anche un blog,  The Brain that Drained, con il quale ha vinto il premio Blognotes 2012, istituito dal quotidiano Il Manifesto e dal Premio Ischia di Giornalismo. 

(twitter: @abraindrained)