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Quando mi trovai con delle macchie prima delle feste e senza un pezzo dopo

Photo Credit: JD Hancock via Compfight cc

Bentornati nel mondo di  La mia cartella clinica da 20 Kg (lastre escluse), in cui Marta Maria Casetti ci racconta, di preciso, cosa non è andato come avrebbe dovuto nella sua storia medica di corpo/mente/cose.  

Mettetevi comodi.

 

(capitolo zero)

(capitolo uno)

 

La mattina del ventuno dicembre‭ ‬1991‭ ‬ero nella vasca da bagno.‭ ‬Credo che avessimo progetti di festeggiare il mio compleanno in anticipo quella sera,‭ ‬anche se papà sarebbe tornato tre giorni dopo da Iowa City‭ (‬non è un brutto posto,‭ ‬Iowa City,‭ ‬ne racconterò qualcosa prima o poi‭)‬.‭ ‬In ogni caso:‭ ‬ero svaccata nell’ammollo tiepido.‭ ‬Arrivò il momento inevitabile di lavarsi le gambe,‭ ‬e vidi qualcosa di strano.‭ ‬Era qualcosa di curioso.‭ ‬E cosa fai quando sei una‭ ‬late bloomer tredicenne e vedi qualcosa di curioso‭? ‬Chiamai mamma e le feci vedere quelle buffe macchioline che avevo sulle gambe.‭ ‬Mamma sbiancò.‭ ‬Ero perplessa.‭ ‬Mamma spiegò che le buffe macchioline erano le petecchie della‭ ‬porpora trombocitopenica idiopatica. L’altra volta si erano viste perché avevo perso troppo sangue. E che mi sbrigassi ad uscire dalla tinozza e ad entrare in dei vestiti adatti a una rapida corsa in ospedale, e potevo afferrare Asterix Legionario giusto per aver qualcosa da fare mentre si aspettava,‭ ‬ma che facessi in fretta.  

Clinica del lavoro Luigi Devoto,‭ ‬quanto non mi eri mancata.‭ ‬C’era stato quel meraviglioso meccanismo di cui ero stata al centro:‭ ‬entri rotta,‭ ‬ti ripariamo,‭ ‬esci più bella e forte di prima e con una storia da raccontare in omaggio.‭ ‬Ma no,‭ ‬non mi era mancata.‭ ‬Anche solo la cucina scoraggiava il pensiero di una visita,‭ ‬nonostante avessi imparato le regole auree:‭ (‬1‭) ‬la mattina il tè è meglio del caffè-broda e il pane è meglio dei biscotti all’olio di palma‭ (‬2‭) ‬la sera punti sul sicuro con la pastina e la crescenza da metterci dentro‭ (‬3‭) ‬a mezzogiorno incroci le dita e comunque punti sul sonnellino postprandiale.

Il primario ci fece accomodare,‭ ‬guardò le mie gambe,‭ ‬mi ordinò un prelievo e un letto.‭ ‬Riposi con cura nell’armadietto le mie scarpe preferite e la loro solettina pensata per rimediare a un piccolo e un po‭’ ‬doloroso problema di sviluppo del piede.‭ ‬Mi misi a letto,‭ ‬mi rallegrai di come il prelievo fosse nelle mani dell’infermiera più abile del reparto,‭ ‬mani da fata sulle tue vene e sorriso deciso capace di scoraggiare qualunque pensiero di fuga.‭ ‬I risultati degli esami arrivarono presto,‭ ‬e dicevano:‭ ‬ventimila.‭ ‬Ventimila piastrine per microlitro di sangue invece di almeno centomila,‭ ‬meglio se centocinquantamila.‭ ‬Mi venne intimato di mettermi a letto e non alzarmi nemmeno per andare in bagno:‭ ‬una minima botta sarebbe stata rischiosissima.‭ ‬Mamma andò a casa a prendere pigiama,‭ ‬asciugamani e cambi per i giorni seguenti,‭ ‬io venni spedita nella stanzetta piccola per il secondo prelievo di midollo della mia vita.‭ ‬Questa volta cercai di distrarmi con‭ ‬Asterix,‭ ‬ma Goscinny e Uderzo ebbero meno effetto di Tolkien‭ (‬ci volle qualche anno perché capissi come la qualità della scrittura li mettesse in due campionati diversi‭; ‬vedi alla voce‭ ‬late bloomer di cui sopra‭)‬.

Nei giorni seguenti ci furono tre novità:‭ ‬una attesa con piacere,‭ ‬una attesa senza piacere e una piacevole e inattesa.‭ ‬La prima:‭ ‬papà tornò dall’Iowa con la discografia completa dei Beatles in CD.‭ ‬Evviva papà,‭ ‬evviva i Beatles,‭ ‬evviva aver qualcosa da fare,‭ ‬ad esempio imparare a memoria tutti i testi che c’erano nei libretti‭ (‬ah,‭ ‬le ere prima di‭ “‬ticket to ride lyrics” su Google) per magari fare colpo sull’Isabella. La seconda: il ritorno del Deltacortene e del suo divieto di mangiare dolci per evitare conseguenze al mio pancreas. E va bene, buttiamoci sul glutammato monosodico della pastina e sulla crescenza. La terza: i casi più leggeri vennero mandati a casa per le feste di Natale. Seguì un picco di solidarietà di camerata femminile, cementato da racconti sulla propria e altrui vita, narrazioni da far svanire qualunque trama di soap opera o telenovela. La parte del leone toccava alla mia vicina di letto, una piacente single nei dintorni dei settant’anni che aveva occhieggiato mio nonno e commentato non troppo sottovoce quanto fosse un bell’uomo, nonostante mia nonna le avesse spedito uno sguardo di mezzo secondo che avrebbe incenerito il parco di Yellowstone con dentro Yoghi, Bubu e tutta l’allegra compagnia.

La signora in questione fu anche la prima persona che mi espose al concetto di‭ “‬è morto,‭ ‬ma per come stava è meglio così‭” ‬quando,‭ ‬un paio di giorni dopo,‭ ‬scoppiai in lacrime alla notizia che la vecchissima semi-paralizzata della camerata accanto era morta.‭ ‬Mi passò un pacchetto di fazzoletti,‭ ‬mi tranquillizzò,‭ ‬mi fece pensare.‭ ‬Ci pensai.‭ ‬Concordai.‭ ‬Mi tranquillizzai.‭ ‬Rimuginai sul concetto e lo misi da parte per un uso futuro,‭ ‬che purtroppo sarebbe arrivato.‭ ‬Grazie,‭ ‬signora di cui non ricordo il nome‭; ‬spero tu stia bene o che te ne sia andata in pace e tranquillità.

Arrivò Natale,‭ ‬e per circa venti ore il reparto fu inondato dall‭’‬Astro del Ciel,‭ ‬Pargol Divin,‭ ‬dai pastorelli e dagli angioletti.‭ ‬Intorno alla quarta volta in cui mi venne intimato‭ ‬”è Natale,‭ ‬non soffrire più‭”‬ bestemmiai per la prima volta in vita mia,‭ ‬decisi che Dio mi doveva delle scuse,‭ ‬abbandonai ogni residuo piano di farmi suora,‭ ‬e attaccai a leggere vistosamente un numero di‭ ‬Cuore in cerca delle parolacce con cui esprimere il mio dissenso. La sventurata che mi chiese con fare timido se volevo andare alla messa si scusò rapidamente. I miei arrivarono con il regalo delle prozie:‭ ‬dal pacchetto si sentiva già come fosse un libro.‭ ‬La dimensione corrispondeva a quella di‭ ‬Baol di Stefano Benni,‭ ‬che avevo descritto più volte come un possibile regalo gradito,‭ ‬visto che‭ ‬Il bar sotto il mare e‭ ‬Terra‭!‬ mi erano piaciuti così tanto.‭ ‬La carta venne rimossa il più rapidamente possibile.‭ ‬Non era Benni.‭ ‬Era‭ ‬Pinoculus.‭ ‬Pinocchio in latino,‭ ‬che le zie avevano usato con successo negli anni‭ ‘‬50‭ ‬per insegnare la lingua di Cicerone.‭ ‬Credo che la mia risata isterica e nasale al limite del nitrito si sia sentita per tutto il reparto.

Dalle parti di venerdì‭ ‬27‭ ‬dicembre,‭ ‬giorno di ponte in cui gli infermieri e i dottori che avevano avuto la sfiga di essere di ponte avevano le palle già girate,‭ ‬si ruppero metà dei termosifoni.‭ ‬Pochi giorni dopo,‭ ‬mezzo reparto ingollava aspirine per tamponare una piccola epidemia di influenza.‭ ‬Avendo probabilmente toccato la mia quota di disgrazie mediche per l’anno,‭ ‬ne uscii immune.‭ ‬Riuscii anche a evitare di mostrare la naturale reazione di una quattordicenne appena esposta alle leggende metropolitane sulle droghe casalinghe davanti a una festa di camerata a base di bibite e dolcetti del distributore‭ (‬organizzata ovviamente dalla vicina di abbondante‭ ‬verve che aveva adocchiato il nonno‭) ‬in cui‭ ‬l’aspirina serale di un gruppo di attempate signore viene mandata giù con grandi sorsi di Coca-Cola.

A Capodanno mi venne concesso di alzarmi per qualcosa che non fossero le infermiere che dovevano rifare il letto.‭ ‬In sedia a rotelle,‭ ‬giusto per essere sicuri che non mi ammazzassi inciampando nella piantana della flebo:‭ ‬ma era un cenone con pressoché tutti i crismi,‭ ‬dai tortellini in brodo al panettone e lo spumante per i fortunati a cui era stato dato il permesso.‭ ‬Non male.

Quel che andava male erano i risultati dei prelievi mattutini,‭ ‬che non mostravano alcun miglioramento.‭ ‬Al Deltacortene ingollato ormai in dosi quintuple si erano affiancate le‭ ‬immunoglobuline, una terapia all’epoca quasi sperimentale. I bozzi sulle mie braccia erano sempre peggiori, e iniziavano a sconfinare anche sui miei polsi. Il numero del verdetto atteso ogni mattina era sceso da ventimila a dodicimila. Un attacco di sangue dal naso venne tamponato con una spugna semi-rigida che ricordava quelle usate nelle composizioni di fiori. La notte seguente la spugna venne cambiata almeno tre volte, mentre il sangue continuava ad uscire e io mi sentivo sempre più debole e fuori dal mondo. La mattina del cinque gennaio avevo settemila piastrine per microlitro di sangue.‭

La mattina del sei gennaio ero sull’ambulanza-taxi tra i reparti,‭ ‬diretta verso una lussuosa stanza singola nel reparto di Chirurgia d’Urgenza.‭ – ‬Ti togliamo la milza che si mangia le piastrine e la diamo ai gatti in cortile – , aveva detto l’infermiera.‭ (‬Sia detto per inciso che i gatti del cortile avevano una tale aria da teppisti che non mi avrebbe stupito saperli nutriti a organi umani.‭) ‬Passai l’Epifania a sentire la storia della mia vicina,‭ ‬come aveva dovuto abortire per salvarsi la vita e come il suo prete le avesse fatto capire che aveva dannato la sua anima.‭ ‬Lo aggiunsi alla lista delle rimostranze al Signore.

Il giorno dopo ero la prima:‭ ‬la prima del mattino,‭ ‬e la prima operazione del nuovo primario,‭ ‬che mi vezzeggiava in maniera particolare dopo aver scoperto che sua moglie era stata insegnante di sostegno nella mia classe delle medie.‭ ‬Ero emozionata come per una gita a Disneyland:‭ ‬avrei sperimentato un’anestesia totale,‭ ‬sarei guarita e sarei tornata a casa‭; ‬avrei avuto eccitanti avventure e niente più ospedali.‭ ‬Sotto l’effetto della pre-anestesia raccontai la storia della mia famiglia e metà dei dialoghi di‭ ‬A qualcuno piace caldo a chiunque nel raggio di due metri dal mio lettino.‭ ‬Mi dissero di contare fino a dieci,‭ ‬contai fino a tre e mi svegliai dal buio con un dolore lancinante che mi divideva la pancia a metà.

Passai un giorno e una notte a piangere dal male.‭ ‬Mia madre chiese se si poteva fare qualcosa,‭ ‬le venne risposto che ero giovane e che il dolore forma il carattere e rende migliori.‭ ‬La mattina dopo mi dissero che se non mi alzavo dal letto non mi sarei più alzata‭; ‬in mancanza di addominali funzionanti mi tirai su a braccia con una serie di cinghie legate al fondo del letto.‭ ‬Un paio di giorni dopo iniziarono le visite,‭ ‬il ritornello‭ “grazie dello sforzo di tirarmi su di morale,‭ ‬non fatemi ridere perché mi fanno male i muscoli‭”‬,‭ ‬le buone notizie sulle piastrine schizzate persino oltre il valore massimo di cinquecentomila per microlitro di sangue,‭ ‬le rassicurazioni su come tutto sarebbe andato a posto con un po‭’ ‬di aspirinetta‭; ‬un dottorino che mi disse che lunedì sarei uscita.

Arrivò lunedì,‭ ‬il primario si presentò in camera con il corteo di subordinati dal vice allo specializzando.‭ – ‬Allora,‭ ‬oggi esco‭? -. ‬Faccia scurissima.‭ – ‬Chi ti ha detto questa stupidata‭? ‬Avanti,‭ ‬chi gliel’ha detto‭? -. ‬Iniziai a piangere dalla rabbia.‭ ‬Un sorriso condiscendente accompagnò le parole: – Ma allora non ti chiami Marta,‭ ‬ti chiami‭ ‬viziatella‭! -. – ‬E lei si chiama‭ ‬stronzo – .

Ciao ciao,‭ ‬maschera da brava ragazzina.‭ ‬Ciao ciao,‭ ‬primario che esce dalla stanza con una giravolta.‭ ‬Ribadii il concetto a voce abbastanza stentorea da farmi sentire fuori dalla porta,‭ ‬probabilmente anche fuori dal reparto.‭ ‬Venni convinta a scusarmi con una trattativa da far impallidire la crisi degli ostaggi in Iran,‭ ‬ma trovai il modo di ribadire non troppo implicitamente come il mio errore fosse stato nell’uso del termine e non nel concetto espresso.‭ ‬Quando un paio di giorni dopo ritornai alla Clinica del lavoro,‭ ‬tutti sapevano della storia e disapprovavano sghignazzando:‭ ‬la mia reputazione presso i medici e gli infermieri che stimavo era salva.

Passai gli ultimi giorni di ospedale in una stanzetta a due:‭ ‬senza milza la possibilità di infezioni aumenta considerevolmente,‭ ‬e anche se la moda dell’influenza era passata non era il caso di rischiare.‭ ‬La compagna di stanza non era una signora:‭ ‬era finalmente una ragazza.‭ ‬Era dentro per‭ ‬anemia mediterranea; mi rendo conto ora che lo scrivo come suoni qualcosa tipo Orange Is the New Black,‭ ‬ma l’effetto dell’ospedale a media-lunga degenza è quello:‭ ‬lo spazio è diviso nel mondo fuori e nel mondo dentro,‭ ‬e anche il tempo scorre diversamente in uno e nell’altro‭ (‬e per fortuna:‭ ‬se dentro l’ospedale si percepisse il calendario preciso di un’agenda si conterebbero i giorni,‭ ‬un buon modo per impazzire di depressione‭)‬.‭ ‬La ragazza anemica mediterranea aveva accumulato almeno cinque volte i miei giorni di ospedale in circa sedici anni,‭ ‬grazie alla sua condizione cronica.‭ ‬Pensai alla professoressa di scienze che ci aveva spiegato la trasmissione dei geni e pensai alla professoressa di religione che ci aveva spiegato che anche la contraccezione è peccato‭; ‬misi in conto un’altra cosa di cui Quello Là avrebbe dovuto rispondere.

Venni dimessa a metà gennaio‭; ‬infilandomi le scarpe scoprii che il riposo forzato aveva risistemato perfettamente il mio piede,‭ ‬rendendo la soletta inutile.‭ ‬L’unico spavento dei mesi successivi fu un valore lievemente basso,‭ ‬ma mi mandarono a casa intimandomi di riposare e colsi la scusa per papparmi un lussuoso‭ ‬Dobos della pasticceria Sissi, che all’epoca era nota quasi solo a quelli del quartiere; due giorni dopo il prelievo era perfetto. La vera noia erano le dolorosissime punturone di penicillina che mi aspettavano ogni mese per tre inverni, per compensare l’immunodeficienza causata dalla perdita della milza. Avevo visto i compagni di liceo parlarmi e includermi in una rutilante vita sociale alla seconda settimana di scuola; considerai come in sei anni di scout non avevo avuto una conversazione che non fosse ‭«‬passa l’UniPOSCA nero‭» ‬o‭ «‬sei una cretina che non capisce nulla,‭ ‬sta‭’ ‬zitta‭» ‬e‭ ‬me ne andai dal gruppo sbattendo la porta.‭ ‬Isabella era passata dai Beatles ai Doors dopo aver visto‭ ‬il film e non parlava di altro che di canne da farsi con il moroso e del cazzo di Jim Morrison; il pomeriggio in cui scoprii che era uscita con gli amici di cannoni e chiloum dopo avermi detto che doveva studiare ruppi i contatti per sempre con una sfuriata nella sua segreteria telefonica. Giocandomi la carta della malattia riuscii ad evitare di essere rimandata a settembre in Greco.

I miei si chiedevano ossessivamente il perché della mia malattia‭; ‬qualcuno suggerì loro di investigare la possibilità di cause psicologiche.‭ ‬Non fu una grande idea,‭ ‬o forse sì.

 

[continua]

 

 

Marta Maria Casetti   è milanese e da quasi dieci anni londinese. Spesso è su Twitter.