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Raffaella R. Ferré, “Napoli quando devi attraversare la strada”

Photo Credit: LucaP via Compfight cc

 

 

Immaginate una piazza, la peggiore che la vostra memoria vi consenta. Stringetela in una cinta di auto e motorini. Fateci passare due linee curve di binario sulla sommità nord-orientale. Aggiungete qualche obbrobrio urbano che nasconda ogni evoluzione possibile a più di venti metri da dove siete. Piazzate al centro, lì, in mezzo proprio, un paio di clochard. Una decina di bambini portati a pascolare anche, metteteli lì. Spruzzate cani, escrementi di cani, altri esponenti del regno del creato animale, andateci giù pesante. Metteteci dentro anche un disegno scrostatissimo sui muretti: nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare umanità e cura, vita di bambini e famiglie, scuole e parchi, ma nella pratica, oh, nella pratica era capace di negare tutto insieme e a una sola occhiata smontare ogni impianto sociale, ogni possibile giustificazione, e dire solo “questa è l’ennesima cosa che si pensava, davvero, potesse avere un’evoluzione diversa”. Lasciate stazionare il tutto tra un paio di panchine di cemento e 1325 bar centri scommesse farmacie. Fate questo in memoria di me. E senza aver assunto dell’alcol prima. Ma io la adoravo eccome, Piazza Nazionale che mi aveva reso grande e forte per il solo fatto di averla attraversata con ai piedi un paio di tacchi: male illuminata alle 5 già notte, in inverno, coi ragazzi seduti a pochi passi dai barboni che su prati e cacche ci avrebbero poi trovato il sonno; di primavera, con un paio di resistentissimi alberelli del cazzo pieni di fiori che a guardarli bene erano da iscrivere nella lista dei colpevoli del mio aver creduto. E in estate, com’era allora, praticamente vuota, con un cielo azzurro che faceva male a guardarsi sopra i palazzi della giunta regionale e un cartellone che gridava VENDESI-AFFITTASI con discrezione se paragonato al marasma di voci e clacson. E le facce ai lati, davanti ai bar e nelle auto, poi: la lettura preferita, quella giusta, se, alzando gli occhi dai miei personalissimi guai, mi andava di confrontarli, veloce, con quelli degli altri. Era così semplice sapere chi era felice davvero e chi no, in quella piazza dove tutti pensavano di non poter esser visti, da nessuno di importante, comunque. L’unica cosa davvero degna d’essere raggiunta non era allora la consolazione o la rassegnazione ma – come se tra me e lei ci fosse solo un lunghissimo corridoio – la Stazione Centrale. Oltre i treni, i negozi, la statua di Garibaldi, gli ambulanti, i taxi, la metropolitana e il profumo di sfogliatelle calde, c’è un’insegna luminosa, fateci caso la prossima volta. Sovrasta il tutto come un titolo, una premessa fondamentale: la scritta dice KIMBO, io leggo CASA. Bene. Il giorno, l’ora, la temperatura dell’aria fornite come unica altra informazione sono le sole cose che a noi abitanti è dato di conoscere con certezza.

 

 

 

Avete appena letto un breve estratto da “Napoli quando devi attraversare la strada”, il racconto di Raffaella R. Ferré che fa parte dell’antologia  Quello che ho amato  (Utet).

 

 

Raffaella R. Ferré è nata a Eboli nel 1983 ed è ancora viva. A Napoli. Dove lavora, scrive, e come da precetto nietzschiano getta rose nell’abisso dicendo: “ecco il mio ringraziamento al mostro che non è riuscito a inghiottirmi!”. Il suo ultimo romanzo è “Inutili fuochi” (66thand2nd, 2012, finalista al Premio Fiesole), è suo il testo scelto per aprire la manifestazione “Se non ora, quando?” a Roma il 13 febbraio 2011. Scrive per “Il Mattino” di Napoli e lavora per un gruppo di imprese sociali. Per il resto: Santa Precaria

 

Ecco dove potete trovate “Quello che ho amato”:

 

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IBS

la Feltrinelli

De Agostini Libri

Libreria Universitaria

Mondadori Store 

 

E qui, invece, trovate “Quello che ho amato” in versione ebook:  

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