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La società del mutuo soccorso

Chandelier

 

 

Una cosa che può capitarti a dodici anni è avere mal di pancia e diventare donna mentre guardi una puntata di Mila e Shiro. Corri in bagno, chiami mamma, lei ti spiega la vita mentre siedi sulla tazza. Dopo una sosta intermedia e confusa sul bordo della vasca, uscite senza dire niente a nessuno. Ritorni in cameretta camminando in maniera strana e nel frattempo la puntata di Mila e Shiro è finita.

È la prima vera emergenza che potresti trovarti ad affrontare: non tanto per la paura, quanto per la vergogna feroce di cui non sai spiegare bene quale motivo – il motivo lo sai: è perché riguarda le tue parti intime e oltre a questa, che chiameremo vergogna #1, c’è la vergogna #2 e cioè: sapere quale sia la vergogna #1 e non possedere ancora strumenti per metterla a tacere: è la vergogna per essere piccole e inette – ma non puoi risolvere la questione da sola, devi per forza chiedere aiuto, e spiegare, e sentir parlare della tua vagina in una prospettiva così futura che la cosa più da donna che riesci a fare è visualizzarti mentre partorisci con dolore Cicciobello.

Un’altra cosa che capita spesso intorno ai dodici anni è che sull’autobus ti palpino il culo, o che una compagna di classe ti racconti che le hanno palpato il culo e addirittura sua cugina, una volta scesa, si sia ritrovata una sostanza vischiosa sul cappotto. Mi hanno raccontato ogni variante. Quando è successo a me indossavo un pantalone che oggi si direbbe vichy, ma negli anni ’90 era solo a quadretti. Cercai di spostarmi il più possibile, ma l’autobus era zeppo, inoltre c’erano ancora un po’ di fermate da fare e lo stupido imperativo categorico di quel momento pareva fosse scendere alla fermata giusta senza se senza ma costi quel che costi. Così mi tenni la mano sul culo per cinque minuti buoni, forse dieci, fino alla fermata giusta davanti al Teatro San Carlo.

Non lo raccontai a mia madre: avevo provato le vergogne #1 e #2 più forse l’embrione della #3 – quella per aver solleticato la sessualità deviata degli altri. Probabilmente avevo commesso un errore ma alla fine me l’ero cavata. Non mi andava di stare a sentire cosa avrei potuto fare meglio. Qualche mese dopo buttai il pantalone nella spazzatura.

 

 

Reciti a memoria e con gli accenti giusti Tìtyre, tù patulaè recubàns sub tègmine fàgi sìlvestrèm tenuì Musàm meditàris avèna – adesso puoi dire che lo reciterai a te stessa per tutta la vita, non ti uscirà più dalla testama sai anche gestire il sudiciume di un bagno pubblico in modo che nessun centimetro di pelle o di stoffa tocchi altro se non l’aria. Esci da lì più pulita di prima. L’hai visto fare alle amiche, alle loro mamme, a tua mamma, alle colleghe di lavoro: i tuoi gesti conservano i loro. Arrotoli l’orlo dei pantaloni, stabilisci il giusto punto di equilibrio, ricordi che il bordo della tazza è più vicino di quello che credi perché objects in the mirror are closers than they appear, sempre. Sei padrona persino della turca. Fai pipì come come tutte le donne che hai mai conosciuto: la fate tutte nello stesso momento.

L’autobus è lo stesso da quando avevo dodici anni. Nessuno mi ha più sfiorato, però è successo che un ragazzo si prendesse il cazzo in mano davanti a tutti. Certe signore presenti gli rivolsero insulti mai più sentiti nemmeno nel peggior basso del peggior vicolo di Napoli, l’autista dovette fermarsi in mezzo al traffico per capire che stesse succedendo, il ragazzo picchiò contro le porte e corse via. Stavo andando all’università. Mi venne la tachicardia ma fu abbastanza divertente. Erano tutte all’esterno, le signore. Non si vergognavano della deviazione altrui, non ne facevano mica un problema privato. Proseguendo la corsa, spiegarono che era pieno di ragazze e l’avevano fatto per loro. ‘Na uagliona nun adda vede’ ‘sti cose. Scesi con qualche fermata d’anticipo, ma avevo avuto l’impressione che ci fosse la rete sotto di me, e potevo tranquillizzarmi mentre camminavo veloce. Può capitare che qualcuno sia disposto ad aiutarti anche fuori dal bagno di casa.

 

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Ti alzi presto e controvoglia. Hai gli occhi mezzi chiusi ma ti ci devi mettere su il mascara, hai i muscoli ancora legati ma devi salire sui tacchi. Vai a lavorare, il mascara si scioglie dopo 8 ore passate a guardare il monitor, ti senti a disagio perché hai pezzi neri sparsi per la faccia: strizzi gli occhi per trovarci un senso. Non lo dici, ma lo pensi: è una giungla. Non lo dici perché c’è sempre quello che conosce uno che sta peggio di te. Quelli che stanno peggio di te ti hanno tolto il diritto di essere compatita anche solo per cinque minuti.

In quei cinque minuti diresti solo la verità e cioè: una volta che ti sei lasciata alle spalle il sorriso della portinaia, vale tutto. Vale chi corre più veloce, chi ti spinge, chi ti fa lo sgambetto, chi ti tira i capelli, vale quello che ti si affianca per 200 metri e insiste per venderti una confezione di calzini, vale quello che ti guarda le cosce e fa i versi quando passi. Ti chiedi se li faccia alla moglie, questi versi ridicoli. Certe sere sono tutti l’Uomo Nero e non hai la forza nemmeno di stare vigile per l’ultima mezz’ora di Vietnam che ti separa dalla porta di casa. Finalmente sali sull’autobus strapieno e le donne stanno tutte appese alla borsa come te: la morsa letale dell’ascella sulla cerniera. In tutto il mondo abbiamo il braccio destro muscolosissimo, è un segnale di appartenenza come quello dei motociclisti che si lampeggiano sulla strada.

Sei sveglia, ma ti addormenti negli occhi acquosi di un labrador che da steso occupa mezza vettura.

Solite fermate brusche, un signore ti cammina sui piedi, un altro non sposta il borsone della palestra. Più avanti una ragazzina si accascia lenta lenta sul pavimento lercio. Pare lontanissima. In molti scendono senza che tu riesca a trovarci una coerenza.

Abitano tutti assieme?, ma lo chiedi al cane.

D’un tratto si solleva una nube, gli altri si svegliano e tu con loro. Inizia l’accertamento. Una signora ti invita a controllare la borsa, per assicurarti che tutto sia al suo posto, un’altra fa lo stesso con una filippina alle tue spalle. Un ragazzo ne avvisa altre, più avanti ancora. Mollate la presa dell’ascella tutte insieme. Pare fosse il signore che ti è passato sui piedi, una faccia nota che trascorre le giornate tra un capolinea e l’altro. Mai nessuno ha il coraggio di dire niente lì per lì, si sente sempre di gente con i coltelli nelle tasche dei cappotti. Non hanno torto, non sai se ne saresti capace. Forse, avrebbero detto qualcosa sul momento le signore di quella volta che andavi all’università. Che gliene fregava a loro dei coltelli.

La ragazzina più avanti non c’entra niente col borseggiatore ma quasi sveniva: pare abbia mangiato solo un’insalata in tutta la giornata. E’ sudata e pallidissima. Quelle che la stanno aiutando le prendono il telefono e chiamano la madre: una di loro le farà compagnia fino al suo arrivo, scendono alla fermata successiva.

Tu parli ancora un po’ con la signora che ti ha avvisato e con la filippina, vi raccontate che siete stanche tutte allo stesso modo anche se fate cose diverse, e l’attacco finale, l’ennesimo della giornata, non ve lo aspettavate proprio e sentite di non meritarlo. Però almeno se non sta attenta una, sopperisce l’altra. Se quella piccola non mangia, la grande ha i crackers nella borsa e una mezz’ora da perdere in attesa sul marciapiede. Nessuna farebbe l’errore di scambiarlo per un mondo perfetto, ma almeno hai la rete sotto.

 

 

 

Marianna Crasto nasce a Napoli nel 1984, già munita di occhiali. Si distingue nella lotta contro i portatori di lenti a contatto. Un giorno ha urlato al cielo “Se non posso fare la scrittrice allora non mi importa più di niente, farò un lavoro qualunque!” e infatti adesso fa un lavoro qualunque. Scrive cose belle come questa bio sul blog Cose che non esistono e fa parte della redazione di Inutile.