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Berlino è tra l'Abruzzo e il Molise

Photo Credit: luciomusacchio via Compfight cc

 

 

I miei amici del Molise non parlano mai del terremoto. Se glielo chiedi rispondono, ma iniziano con parole vaghe, con la voce bassa, come stessero trattando un argomento molto intimo, da andare a cercare in recessi e pieghe solitamente nascosti. Nessuno ha problemi ad ammettere d’aver avuto paura, una paura ancestrale che non sanno se li spingeva a fare la cosa giusta o quella sbagliata.

Ti raccontano e ammettono, anche quelli giovani e forti, ragazzoni solidi di più di trent’anni, d’aver avuto una paura dura e tridimensionale, una paura che penetra dalle narici, quella stessa paura che ti paralizza le gambe da ragazzino e che questa volta te le attanaglia.

Ti raccontano della necessità di stare tutti vicini, assieme, anche quelli che potevano starsene in luoghi più caldi e sicuri e che invece sceglievano il campo, dove c’era la comunità. Qualcuno ti racconta anche che è voluto restare a casa, solo, anche se era pericoloso, ma casa non la lascio.

Ti raccontano anche delle polemiche seguite al terremoto, ma senza aggiungere polemica alla polemica. Come stessero raccontandoti un brutto fatto di famiglia, in cui qualcuno ha tradito le aspettative al momento della verità. Te lo raccontano con dignità. Te lo raccontano con la voce sommessa. Con frasi piene di fratture, di segmenti non pronunciati, di non detto, di pezzi che devi andarti a cercare dentro di te, e legare e intuire da te, e di cui devi avere la delicatezza di non fare parola, anche se li hai intuiti, i brandelli strappati qui e lì.

Ti raccontano, quelli che erano a Roma, o altrove, che invece di restarsene dov’erano, avevano necessità di trovare treni e strade improbabili ed impervie pur di tornare lì, nella propria terra, che forse li avrebbe risucchiati proprio sotto terra, ma non potevano restarsene al sicuro, a Roma. Dovevano esserci, nella propria terra, richiamati da un suono primordiale, da un punto di gravità che li attraeva inevitabilmente.

Ti raccontano che il terremoto non scoperchia solo le case e la terra, ma ti si annida dentro e in alcuni casi porta a galla sensazioni, umori, stati d’animo che si cercava di tenere a bada dentro di sé, o che non si sapeva di avere dentro di sé. Il terremoto è una rivoluzione della coscienza.

I miei amici del Molise, quando parlano del terremoto, lo fanno come stessero ricordando il giorno della morte della madre. E dicono che la loro vita, da allora, è segnata da una linea di demarcazione, da un prima e da un dopo. Prima del terremoto, dopo il terremoto. Qualsiasi cosa debba esser riportata alla mente fa i conti con questo prima e questo dopo. Una foto è stata scattata prima del terremoto. Un’automobile è stata acquistata dopo il terremoto. Un libro è stato letto prima del terremoto. Una faccia è entrata nella loro vita dopo il terremoto. Ma questo conteggio del prima e del dopo è tutto interiore, raramente glielo sentirai fare ad alta voce.

Se ci parli più a lungo, se hai degli amici veri, lì in Molise, o da qualsiasi altra parte ci sia stato un terremoto, gli leggerai a volte, negli occhi, una vena di malinconia, di tristezza, che vien fuori nei momenti più disparati, anche durante l’allegria. Una vena che non è debolezza, casomai è forza. Una vena che altro non è se non una maggiore consapevolezza di sé stessi e del mondo. Crediamo davvero che qualcuno che abbia scavalcato le colonne d’Ercole e sappia, ora, cosa vi è oltre, conservi lo stesso sguardo di prima?

Un giorno te lo diranno loro, cos’è che hanno in fondo agli occhi. Quando guardando quella vena nel loro sguardo ti accorgerai che l’allegria si è improvvisamente spezzata, in un angolo, e gli chiederai: Cos’hai? Ti risponderanno che dopo il terremoto qualcosa è cambiato. E ti racconteranno, ognuno a proprio modo, quello che tu capirai essere qualcosa che ha a che fare con un crollo dell’anima. Un collasso interiore in un punto dell’anima, una buca, una depressione interna, un segno del terremoto che resterà, invisibile, quando non ci saranno più macerie e travi di sostegno per le case disastrate, ma che i miei amici continueranno a tramandarsi di padre in figlio, di generazione in generazione. Come i berlinesi continueranno a tramandarsi di padre in figlio l’erezione di un muro che non c’è più, ma che non potrà mai smettere di tagliare la città e il mondo in un prima e in un dopo.

I miei amici del Molise non parlano mai del terremoto. In quasi dieci anni che li conosco, le volte che se ne è parlato lo si è fatto perché io mi ero decisa a chiedere. Ed io ci ho messo tre anni a fare le prime domande. Perché non è che vai da qualcuno che conosci poco e gli chiedi: mi racconti come è stata la morte di tua madre? Ma se loro non ne parlano, del terremoto, non è perché vogliono dimenticarsene. È perché è qualcosa di consolidato. È come una radice. È come la consapevolezza di avere il fegato, l’intestino, le ovaie. Non è che vai a dire in giro: Sai, ho il fegato. Del fegato, o della milza, ne parli se ti fanno male o se qualcuno ti chiede: Come sta la tua milza, tutto bene?

 

Anni fa stavo per strappare i capelli dalla testa di una tipa appena conosciuta. Era stata a Casacalenda, il paese da cui mi sono lasciata felicemente adottare, e che lei chiamava un “brutto paese”, perché, tra le altre cose, c’erano puntelli e travi per tenere in piedi le case. Santo Dio, è un paese dove c’è stato il terremoto pochi anni fa!, le ho risposto. Allora che buttino giù quello che non si regge in piedi da solo! – ha aggiunto lei – Che senso ha mantenere ciò che ormai è rotto?

Valle a spiegare che quei puntelli e quelle travi non reggono solo le case. Valle a spiegare che quei puntelli sono le braccia con cui la volontà di resistere di una popolazione sorregge la storia passata e quella più recente. Valle a spiegare che quei puntelli e quelle travi, il giorno che non ci saranno più, saranno ancora solidi dentro gli abitanti del paese. Come se buttar giù le case che hanno bisogno di sostegno in Molise, o quelle che ne avranno in Abruzzo, possa cancellare il terremoto. Come se buttar giù quel che resta del Muro, a Berlino, possa cancellarne il ricordo o la Storia. Il Muro c’è e corre ancora la città, non solo per via di una linea sulla pavimentazione stradale. Ed è meglio che ci sia quella linea. Per non dimenticare. Come è giusto non dimenticare che c’è il terremoto, in agguato. E buttar giù le case in attesa di consolidamento non lo farà smettere di correre sotto la crosta della Terra. Come mi piace spesso ricordare, chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo.

Io sono per metà abruzzese e la terra trema spesso sotto i piedi dei miei parenti e dei miei ricordi più cari. Se sono viva, se sono nata, intendo, è grazie al fatto che i miei nonni, nel 1915, ancora bambini, si salvarono proprio da un terremoto. Quello che, nel 1915, un secolo fa, ferì profondamente il Fucino. Se sono nata è perché i miei nonni, entrambi bambini, si salvarono dal terremoto del ’15 e poterono diventare ragazzi e incontrasi e dar vita ad una famiglia, ad Ortucchio. Se sono nata è forse anche perché entrambi se ne ricordavano bene, di quel terremoto e di quello che era costato alla propria gente. Anche per i miei nonni quel terremoto, negli anni, doveva essersi calcificato e consolidato e doveva avergli insegnato una consapevolezza più profonda di sé stessi e del mondo, che gli fu utile durante la guerra. Se sono nata è anche perché cos’era stato quel terremoto i miei nonni hanno saputo tramandarlo a mia madre e ai mie zii, anche durante la guerra. Come una radice. E senza che io e i miei cugini ci si renda conto, lo devono aver tramandato, in qualche modo, i nostri nonni, anche a noi che un terremoto e una guerra non li abbiamo mai visti davvero. Di quella radice, in qualche modo, ce ne siamo nutriti anche noi.

 

Anna, mia nonna, non aveva neanche quattro anni nel 1915 ed era ancora in casa, quella mattina di gennaio, appena sveglia, nel letto dei genitori. Il padre, Antonio, da pochi giorni tornato dall’America, era in bagno che si radeva la barba e chiedeva a mia nonna bambina di andargli a dare un bacio. Lei, che non riconosceva ancora in quell’emigrante il volto del padre, si rifiutava di baciarlo. Così Antonio si avvicinò lui, al letto, per baciare la sua bambina. In quel momento esatto il terremoto strappò via il bagno dalla casa. La riluttanza di mia nonna salvò entrambi, lei ed il padre.

Ma non fece altrettanto con il bambino che ogni mattina andava a chiamare mia nonna, da sotto la finestra, perché uscisse in strada a giocare con lui. Quel bambino, di cui non conosco il nome, anche quella mattina era lì, sotto la finestra, pronto a chiamare il nome di mia nonna. Anna. Deve essergli rimasto tra le labbra.

Un altro bambino di appena quattro anni, intanto, mio nonno Erminio, per la scossa del terremoto rimase sotto le macerie con la madre, che lo aveva preso in braccio appena avvertito il tremore della terra e si era messa a correre per uscir di casa. Non fece in tempo, nonna Apollonia, a superare la porta, e lei e mio nonno bambino rimasero sotto le macerie per un paio di giorni, mentre uomini volenterosi spostavano le macerie con le mani, pezzo a pezzo, senza sapere se avrebbero trovato qualcuno ancora vivo lì sotto. Apollonia poteva muovere solo un dito, con il quale si ostinava a pulire polvere e terra che cadevano sulla fronte del suo bambino. Prega Gesù, Erminio, ripeteva Apollonia a mio nonno. No, rispondeva lui, Gesù è cattivo! Perché ci ha fatti finire qui sotto? Ortucchio era raso al suolo, ma quel che restava venne rimesso in piedi con fatica e con sudore. Anche la casa sotto cui mio nonno rimase con la madre è stata rimessa in piedi, e trema, alle volte, sotto i piedi dei miei zii, dei miei cugini e dei loro figli che ci vivono dentro. E di quella casa rimessa in piedi se ne può essere orgogliosi.

 

Io sono per metà abruzzese e quando la terra ha tremato sotto i piedi dell’Italia, a L’Aquila, il 6 aprile 2009, ero a Berlino da due giorni. Anche lì c’erano un paio di prima e dopo solidi ed evidenti. Prima del Reich, dopo del Reich. Prima del Muro, dopo il Muro. “Quando la terra tremerà sotto i nostri piedi è a te che penserò”. Non so perché ma sabato 4 aprile o domenica 5 aprile 2009, a sera, davanti alle birre che bevevo con le mie amiche, ho formulato questo pensiero, che mi ha stupito tanto da farmelo appuntare. E quel “te” non so ancora chi sia. Forse perché la terra non ha tremato anche sotto i miei piedi. Perché penso al terremoto?, mi domandavo. Non è difficile collegare una città lacerata due volte dalla guerra a un cataclisma naturale, mi sono risposta.

Eravamo a Berlino, quando abbiamo saputo. Eravamo a Berlino quando abbiamo visto le prime immagini, in onda sulla Cnn. Laura aveva la mano sulla bocca, ogni tanto trasaliva. Guardando le immagini della nostra terra, in tv, e guardando Laura con la mano sulla bocca, ho avuto un conato di lacrime che sono riuscita a reprimere. Da lontano, da lì dove eravamo, vedere quelle case divelte, quell’uomo in slip che resuscitava dalle macerie, era come assistere all’autopsia di un parente. Quella è casa nostra, stavolta, mandata in onda sui telegiornali di tutto il mondo. La parola che precede “Apocalisse”, nei titoli, questa volta è “Italia”. E la tentazione era quella di correrle incontro, all’Italia, a tutta quella gente, e di coprirla pietosamente, come se ognuno di loro fosse stato nostro padre, nostra madre o nostro fratello: Mamma, perché sei uscita in pubblico in camicia da notte? Copriti o prenderai freddo, papà. Copriti o ti vedranno tutti. Passerà tutto, stai tranquillo, adesso ti riportiamo a casa, a testa alta e con dignità.

E lo stupore, quel lunedì mattina, era quello di uscire per le strade di una città in cui tutto andava avanti comunque. Gli autobus tagliavano le strade. La metropolitana scorreva via. Tutto continuava ad essere. Come tutto, nel mondo, continuava ad essere e ad andare avanti la notte che il filo spinato segnò la tratta su cui sarebbe stato eretto il muro a Berlino. Niente si ferma, anche non troppo lontano dall’epicentro di una crisi. Tutto, lunedì e martedì mattina, a Berlino, procedeva come da copione. E certamente era in gran parte lo stesso anche in Italia. Lo stupore è stato accorgersi, al rientro in Italia, che c’era stata un’estrazione del lotto nonostante il terremoto.

La terra, lo sappiamo, trema ogni giorno sotto i piedi dell’uomo, per una ragione o per l’altra. Eppure si continua a vivere come sempre, lontano dall’epicentro della crisi. E c’è questo prima e questo dopo, ogni giorno, in ogni parte del mondo. I berlinesi non potranno mai cancellare la linea di demarcazione che segna la città. Dovranno farci i conti sempre e comunque, con il prima e con il dopo. E noi anche. Chiunque noi siamo, dovunque viviamo, avremo sempre il nostro prima e il nostro dopo. Per questo oggi dico che noi siamo tutti berlinesi. Così come, oggi dico, siamo tutti abruzzesi e molisani e chissà cos’altro. L’augurio è che per lo meno il dopo sia sempre una rinascita. Come lo fu per i miei nonni. Se la forma scompare la sua radice è eterna.

 

 

 

 

Clarissa Montilla è nata e vive a Roma. Voleva frequentare il Liceo Artistico eppure ha fatto il Liceo Classico. Voleva fare il cinema eppure fa l’autore Tv. Voleva vivere alla macchia eppure si è messa a scrivere un romanzo. Non lo tiene in un cassetto, ma in uno scatolone: nell’armadio, tra i cappelli e gli stivali. Ha finito di scrivere il suo primo racconto breve a 9 anni, nel 1987: in basic, su un computer IBM. L’opera è andata purtroppo perduta.