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Miles Davis

© valentina cobetto - il passeggero 8b

Valentina ci racconta dei suoi primi passi nel mondo del lavoro e di quello che imparato. La bellissima illustrazione che accompagna la sua storia vera è opera sua. L’ha disegnata per noi, grazie!

Era maggio, in una Torino già soffocante di caldo. Mi svegliavo presto, mi capitava spesso durante i primi caldi. Mi ostinavo a vestirmi come se fossi ancora all’università, con jeans stretti e maglietta, nonostante quello fosse il primo vero lavoro che avessi trovato.

Non mi pesava lavorare, lo vivevo come se fosse un’esperienza di passaggio. Me la facevo scivolare addosso mentre cercavo di risolvere i dubbi di una vita ancora da cominciare. In ufficio eravamo in due prigionieri di cavi, cenere, peli di cane, e carta: erano ovunque, in ogni stanza: riempivano ogni angolo, lasciando libero giusto il percorso per arrivare alla sedia davanti alla scrivania. Sì, c’era anche Teresa, un cane che passava le sue giornate scodinzolando sulla sua sedia, aspettando di uscire per la passeggiata del pranzo. L’aria, in alcuni giorni, era resa irrespirabile dalla nube di sigarette che si creava tutto intorno.

In quel disordine i file erano maniacalmente ordinati in cartelle sottocartelle e nominati  seguendo una logica che ho fatto fatica a comprendere fin dall’inizio, tanto era complessa per evitare perdite di tempo e errori: un rebus di date, layer e nomi. Ogni progetto veniva sviluppato come se dovesse essere passato sotto inchiesta, non potevano esserci altre soluzioni possibili, ve ne doveva essere una sola, non solo giusta, la più giusta possibile. Non mi veniva spiegato quello che dovevo fare, lui (il capo) mi assegnava dei compiti e poi mi sarei dovuta arrangiare da me, leggendo centinaia di pagine in una giornata per capire l’obiettivo del lavoro, poi sarebbe passato tutto dalle sue mani e passato al cestino, come succedeva il più delle volte.

La mia frustrazione cresceva di giorno in giorno, insieme alle urla per il mio lavoro malfatto.

Lui era il mio capo dell’ epoca, il primo di tanti, fumava la pipa, aveva un cane e viveva in una grande villa in collina con giardino. Si vestiva in modo trasandato, sempre con pantaloni larghi e sformati e un golfino sciupato. L’ abitudine a lavorare anche il fine settimana gli aveva dato un’ aria costantemente stanca che gli faceva dimostrare più dei suoi 50 anni.

Il pomeriggio ascoltavamo la radio, e ogni giorno mi stupivo per tutto quello che sapeva sulla vita di un cantante o di un altro. Conosceva benissimo le canzoni di Miles Davis, ma anche Mogwai o Miriam Makeba. Per ognuno di loro, creava collegamenti con fatti accaduti in periodi storici diversi. Io rimanevo ad ascoltarlo come se fosse un’ enciclopedia per assorbire conoscenza.

Mangiavamo male, poco, qualche verdura o mozzarella a pranzo e un caffè a concludere, le rare volte che ci si concedeva un pasto fuori mi veniva raccontata la storia di ogni piatto, dell’alimento che conteneva, come se poterlo assaggiare fosse quasi un onore per tutte quelle meraviglie che nascondeva.

Mi chiedeva spesso cosa volessi fare, quali erano i miei piani, domande a cui non volevo rispondere perché non sapevo quale fosse la risposta giusta. La sua curiosità mi irritava: solo dopo ho capito che voleva aiutarmi nell’impormi a rispondere alle domande più importanti, tralasciando tutto il resto.

Nonostante fosse costantemente sotto torchio dal lavoro e dalle preoccupazioni di un uomo solo, sorrideva e rideva spesso, come a dirmi che sapeva mettere bene le cose della vita sulla bilancia.

Solo ad un occhio non attento poteva apparire in perfetta simbiosi con la sua macchina: una vecchia Golf piena di bottiglie vuote di acqua, cenere e sigarette spente, cavi e peli di cane.

Superate le apparenze, tutta quella confusione era una chiara dichiarazione di intenti, voglia di esplorare tutto, conoscerlo, capirlo e potercisi immergere dentro senza risparmiarsi.

Non era caos, ma pienezza.

Ora sono passati anni. Alle sue domande non ho ancora trovato la giusta risposta, mi vesto ancora male ma mi accorgo di avere coltivato segretamente una cosa preziosa che mi rendeva simile a lui, allora come ora: il disordine, assieme a un album di Miles Davis e delle cartelle organizzatissime.


Valentina Cobetto è nata a Ivrea nel 1985. Architetto, illustra cose digitali tra Torino e Milano. Non è mai contenta e vorrebbe sempre fare altro in posti diversi, si appassiona spesso e facilmente. Miles Davis è il primo racconto che ha scritto e illustrato per Abbiamo le prove. Oltre a scrivere è autrice del progetto Il passeggero 8B (anche su Instagram come @ilpasseggero8b) in cui ritrae e descrive chi si sposta in treno tra Torino e Milano dal suo punto di vista da pendolare.