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Michael Stipe e l’estate torrida del mio scontento

PHOTO CREDITS: MARCELLO D ' ANDREA

 

Bentornati a Persone famose che mi hanno conosciuto, la rubrica in cui Chiara Papaccio racconta le persone famose che l’hanno conosciuta.

Oggi si ride. Forse.

 

 

Gli incontri con percepite celebrità che ho pensato di raccontare qui, siano essi casuali o motivati da impegni lavorativi, nella mia mente somigliano parecchio ai filmatini di Will it Blend?. Ovvero, non è mai una buona idea frullare un iPad Retina Display, ma bisogna ammettere che quella polverina alla fine ha davvero un bel colore.

Non so se mi va di pensare a questi momenti come a dei finali lieti con alle spalle degli incidenti, perché il concetto di Will it Blend? di accidentale non ha proprio nulla. Però nella concatenazione di eventi che portano alla “conoscenza” intravedo dei passaggi come tanti piccoli colpi di frullatore. Piccole cose che succedono e non volevo succedessero, ma che alla fine dei conti hanno una loro grazia scalcagnata e danno come risultato la polverina dal bel colore ottenuta dallo sbriciolamento di un oggetto più grande e probabilmente di valore.

Non è una brutta vita. Basta mettere una decina d’anni fra me e l’episodio. Servono a ripulire da ogni forma di imbarazzo (sono macchie ostinate).

Per esempio, per dire. Il giorno in cui mi dicono che mi aspettano all’ex Italsider di Bagnoli per intervistare Michael Stipe e i R.E.M., faccio un clamoroso errore di valutazione e non guardo le previsioni del tempo. Quello è il primo anello graziosamente scalcagnato, ed è colpa mia. Di lì è iniziato il frullìo, frullamento, frullaggio di tutto il resto.

La faccenda del meteo è, col senno di poi, fondamentale perché l’estate del 2003 è stata un bollore senza fine e perché Bagnoli se ne cade di umidità. Ma siccome non ci ho pensato, alla mattina presto ho appuntamento per andare in auto a Napoli con due discografiche della Warner Music e sono il ritratto della professionalità: sono vestita caruccia, ho portato i clippini della rassegna stampa alle signore, le copie staffetta del numero nuovo della rivista per la quale sono in missione, ho regali per gli intervistandi (per un certo periodo ho praticato con reciproca soddisfazione, mia e dell’interlocutore, il “grazie che mi dedichi del tempo, eccoti un presentino”. Ho smesso con Damien Rice. Poi una volta magari vi dico perché). Ho financo portato il cambio perché ho tutta l’intenzione di rimanere al Neapolis Festival a vedermi tutti i concerti della serata, compresi Giardini di Mirò, Sparklehorse e FEEDER. Ve li ricordate, sì, i Feeder?

Ho una bella casacchina di lino che secondo me è indiana, ma ha un motivo di dragone cinese tutto arrovogliato. Gente confusa. Lo so che farà caldo, l’ho scelta per quello, ma non ho calcolato quanto.

Non ho calcolato che l’auto di Laura, che guida, non ha aria condizionata. Non ho calcolato l’estate del 2003, la questione meridionale, l’effetto serra, gli imbottigliamenti ai caselli, il costo della vita, il cantiere dell’Alta Velocità, il cambio sfavorevole col dollaro, che non so dove dormirò quella sera, la prossima scadenza del mio contratto e nemmeno il fatto che si approssima mezzogiorno e mezzo di fuoco. In una parola: sudo.

In tutto questo Dolores, che accompagna Laura, è una fan invasata dei Dream Theater, dei quali sta per uscire un disco nuovo. Pensando di fare cosa gradita, lo mette a tutto volume per l’intera durata del viaggio. Io avevo intenzione di dormire e/o preparare l’intervista e/o prepararla dormendo. Ma mi tocca mandare a memoria i Dream Theater, perché appena l’album finisce Dolores lo rimette da capo.

Con l’ausilio della maturità nel frattempo scesa su di me tipo nebbia in Val Padana rifletto oggi su quella giornata di fine luglio e realizzo che a un certo momento Laura deve aver seriamente considerato l’idea di abbandonare Dolores a Caianello.

Quando abbiamo già avvistato il Vesuvio forse mi viene concesso magnanimamente di entrare nel mood intervista ascoltando parte di un greatest hits dei R.E.M., una di quelle antologie vecchie che si fermano prima di Monster. Arriviamo a Bagnoli dopo che ho anche fatto da Tom Tom umano in quanto aborigena – il vantaggio è che non dico mai “ricalcolo”, ma esplodo in molto più significativi “noaaa cazzo noaaa”.

Il problema vero, più problema di ascoltare i Dream Theater mentre sei imbottigliata sulla Roma-Napoli è il sudore di cui sopra. Il caruccissimo outfit in breve fa schifo. Mi si sono anche arricciati i capelli per l’umidità. Io odio quando mi si arricciano i capelli. Sembro Pia Bellentani.

(Se con la lettura di questo pezzo vi spingerò a googlare almeno una delle cose/persone che vado citando, la mia missione su questa Terra potrà dirsi conclusa. Adieu.)

Con la faccia tosta che oggi mi fa difetto per averla spesa tutta allora, mi spoglio sul sedile posteriore dell’auto di Laura, che forse è una Mini, quindi non particolarmente comoda né generosa nell’accogliermi. Mi metto la t-shirt da battaglia che avrei dovuto/voluto esibire più tardi. Solo che la maglietta, il cui acquisto qualche mese prima mi era sembrato un’enorme genialata e che mi aveva provocato crisi di ilarità a non finire, aveva una scritta che faceva così:

I ASK ONE SIMPLE QUESTION AND ALL I GET IS BULLSHIT

Ripeto:

FACCIO UNA DOMANDA SEMPLICE SEMPLICE E TUTTO QUELLO CHE OTTENGO SONO STRONZATE

 

Questo messaggio quando manca qualche minuto a un’intervista durante la quale si presume farò giustappunto domande semplici non passa inosservato, diciamo così. Non so se si tratti di una misura precauzionale, ma mi viene detto che ho quindici minuti per ogni componente dei R.E.M. Cioè, sono venuta qui svegliandomi all’alba e tollerando i Dream Theater per avere a dispozione solo tre distinti quarti d’ora? Eh. È una punizione per la mia t-shirt? Eh anche qui.

A chiunque incontro nell’infinito balletto di anticameristi, assistenti degli assistenti, fotografi, runner e via dicendo devo dire perché ho quella maglietta in quell’istante. Devo dirlo anche a Michael Stipe, che almeno mi fa un gran sorriso e dice che è una bella maglietta, ma non a Peter Buck né a Mike Mills, il primo più interessato alla Gatta Cenerentola che gli ho portato, il secondo – diciamocelo – appena un po’ stronzo.

Michael Stipe si siede a un tavolino da giardino con me. Mi chiede cose. Per esempio com’è questo festival, quanto ci si mette ad andare in nave a Capri, se so che c’è Patti Smith in arrivo (sì), perché a lui ho regalato una t-shirt che dice “LISTEN TO BOB MARLEY” e non i diari dal manicomio di Nijinsky che invece ha ricevuto con perplessità Mills. In effetti non fa una piega. Perché? Perché mi ricordavo un filmino su MTV con Stipey che si toglieva di dosso una quarantina di magliette in timelapse. Mi aveva sempre fatto ridere, e volevo esprimere gratitudine per quel buonumore di una me tanto più piccola.

– Posso far tagliare le maniche? – , mi chiede ancora Michael.  – Sai, la mia stylist dice che quest’anno vanno tagliate le maniche – . Il quarto d’ora previsto se ne parte così, a ruoli invertiti.

Ogni tanto Laura si affaccia a controllare che non stia facendo a pezzi con apposita motosega l’headliner, vista la passivo-aggressività esplicitata dal messaggio presentemente a livello delle mie tette, e a sollecitare una conclusione dell’intervista che – OPS! – non è ancora cominciata.

Di quella ricordo proprio poco, in compenso posso raccontare di Michael Stipe allungato sul ripiano del tavolino, le sue mani verso le mie, che parla e parla e parla dell’impatto dell’11 settembre sui newyorkesi e sulle arti come uscivano da New York in quel momento.

– Non conosco una persona che non sia in analisi – . Si ferma a pensarci, come se le stesse contando, poi: – No, nessuna – . Ce l’ha anche con se stesso. Era circolata una storia su Jim O’ Rourke che il giorno del crollo delle Torri Gemelle si era nascosto in studio di registrazione ed era rimasto steso sul pavimento per non so quanto tempo. Parliamo di quell’aneddoto. Stipe, figlio di militare, cercava di spiegare il livello di innocenza infantile del popolo statunitense tutto, che quasi due anni dopo il fatto non si dava pace per quell’atto di aggressione sul proprio territorio. Di lì il bisogno collettivo di andare in analisi. Traccia dei paralleli con la strage di Fiumicino del 1985, mi dice qualcosa del tipo, – Per assurdo la popolazione italiana è più matura, la vostra storia recente è costellata di eventi traumatici. Sapete che queste cose possono succedere. Noi non lo sapevamo – .

Qualche volta alle interviste portavo (porto) un oggetto che mi serve a condurre la conversazione, quel giorno era un vinile di Eponymous, la raccolta dei R.E.M. uscita da IRS nel momento in cui la band passò alla Warner: sul retro della prima stampa c’era una foto di Stipe capelluto e boccoluto, circa ventenne, e la scritta THEY AIRBRUSHED MY FACE. Produco il disco, lo rigiro, Michael lo tiene per le mani perché è effettivamente un po’ che non vede la foto e/o quell’edizione. Non ha espressione. Forse pensa ai suoi capelli. Mi corregge: – Avevo 17 anni – .

Parliamo di quello che è capitato ai R.E.M. dalla IRS in poi, l’aneurisma di Bill Berry e le sue condizioni di salute, Athens e non più Athens, le inevitabili concessioni al mainstream. Chiedo: – Cosa ti diresti se potessi parlare all’adolescente che eri? – . Lui sfiora un indice sulla propria stessa faccia: – Di non preoccuparsi. Che andrà tutto a posto – .

Stiamo ancora parlando di adolescenti quando Laura viene a rimuovermi chirurgicamente dalla stanza. Michael ringrazia, io ringrazio lui, ci teniamo le mani nelle mani. Ci rimane un po’ male, forse, perché non gli ho chiesto di firmarmi il 33 giri. Un po’ non lo faccio con nessuno, un po’ non volevo che me lo rovinasse.

Il concerto non lo ricordo, a parte la riga blu sugli occhi di Stipey. In compenso ricordo che mi guardavano tutti la maglietta, ma non Mark Linkous, che con la testa era già fuori da questo pianeta.

(Ho un piccolo ricordo di Mark Linkous nel pomeriggio dopo l’intervista. Eravamo in un gruppo in attesa di non so bene cosa nel retropalco – per lui era troppo presto per il soundcheck e troppo presto per esibirsi. Guardava un pontile parzialmente demolito, e dopo il pontile la linea dell’orizzonte. Lo so perché guardavo dalla stessa parte, solo che lui era lì e non lì. Nemmeno mi sembrava respirasse. Quando è morto ho ripensato a quel momento e mi è sembrato di capire qualcosa in più. Non tanto di più, ma qualcosa)

Ah, Michael Stipe e Patti Smith dopo il concerto sono andati a mangiarsi una cosetta e si sono spaventati perché raggiunti da rumori di armi da fuoco più o meno in zona Fuorigrotta. Hanno scantato, come si dice all’ombra del Vesuvio. Quest’immagine di Stipey&Smith che scappano con la pizza mezza mangiata e mezza no mi è sempre piaciuta. L’ultimo colpetto di frullatore del mio personale Will it Blend?.

 

 

 

Tra le tante che ci sono, Chiara Papaccio è quella anche giornalista.