Crea sito

Michael Cunningham e io: una storiella a colpi di penna

Photo Credit: TechnicolorPaul via Compfight cc

Bentornati a Persone famose che mi hanno conosciuto, la rubrica in cui Chiara Papaccio racconta le persone famose che l’hanno conosciuta.

 

Con gli anni ho capito che la differenza fondamentale fra una star del mondo della musica e una del mondo della letteratura non sta nei vestiti (per esempio, se maschi e di mezza età aspirano tutti a essere Nick Cave. Se dicono di no, stanno mentendo) o nei tagli di capelli improbabili. Tantomeno nell’ego smisurato (con eccezioni, per carità). No, queste cose sono tutte uguali. Piuttosto, si distinguono per le penne. Gli scrittori, in media, se le portano da casa. Per gli autografi, dico. Hanno le loro preferenze, e respingono sdegnati quelle che vengono loro offerte se le ritengono inadatte al loro status.

Me li immagino al ristorante che rimandano indietro lo scontrino del conto perché è stato prodotto accompagnato da una Bic. In questa mia fantasia, gli scrittori fanno il gesto di Iman nel videoclip di Remember the TimeThrow him to the lions!») e hanno tutti la faccia di Jonathan Franzen. Sì, anche le donne.

Succede all’incirca così quando faccio una richiesta di dedica a Michael Cunningham: lui mi guarda, guarda la mia Papermate Flair – compagna di una vita – scuote la testa ed esibisce una pennaccia dalla tasca interna della giacca. Metto via la penna, ma non sai che ti stai perdendo, carino. Perché la Papermate Flair – giuro che non mi pagano per dire questa cosa – non è una penna, è la pace dei sensi.

Comunque è il 21 giugno del 2004 e sono alla Biblioteca Comunale Centrale di Firenze con amici vecchi e nuovi. Ci sono Zadie Smith, Michael Cunningham e Péter Esterházy che parlano e leggono e readano, e io sono venuta apposta per l’autore di Carne e sangue perché sono in una delle mie furibonde fasi di completismo letterario dopo che mi si sono di nuovo presentati i sintomi dell’impazienza da traduzione: il che vuol dire che ho con me Land’s End: A Walk in Provincetown, il saggetto storico-sentimentale che Cunningham ha scritto sul paesello in pizzo a Cape Cod e che Bompiani non ha materialmente ancora fatto in tempo a proporre in italiano.

Siccome sono semigiovane, sprovveduta, idealista e altre cose diverse delle quali nel frattempo mi sono liberata strada facendo (tranne l’essere sprovveduta), al momento dell’incontro sono innamorata pazza di questo libretto in particolare, e ne ho mandato a memoria almeno una pagina, una che ha a che fare con uno spavento imposto a uno stormo di gabbiani, un faro, un amore che si gira ghignando a guardare l’autore e sta per diventare un ex amore. Mentre scrivo sono lontana alcune migliaia di chilometri dalla copia del libro. Sarebbe bello citarla ma forse è un bene – anche dal punto di vista legale – che ne sia crudelmente separata. Sempre mentre scrivo, me ne sono resa conto solo perché ho dovuto cercare la sua pagina su Wikipedia, Michael Cunningham compie sessant’anni. Non l’ho fatto apposta, giuro.

Estérhazy&Cunningham&Smith sono ospiti della Santa Maddalena Foundation. Nel 2004 Cunningham non è ancora un professore universitario, non ha ancora conosciuto James Franco, sta scrivendo Giorni memorabili. Zadie Smith non è sposata, non ha ancora cambiato idea, non ha figli, nessuno sa che sa rappare tutti i pezzi del catalogo di Jay Z. Quanto a Péter Esterházy, mi sa che il ritiro alla Santa Maddalena Foundation deve essergli andato alla grande perché l’anno appresso ha pubblicato due libri, mica uno.

Per il solito meccanismo magico che accompagna la perdita selettiva di memoria remota – e la mia in particolare – ho idea che Michael Cunningham fosse biondo platino il giorno dell’incontro. Biondo per capirci come i giocatori della Samp dopo lo scudetto del 1991. Ma non ci metterei la mano sul fuoco. Potrei anche stare confondendo i capelli di un incontro successivo (non che cambi la sostanza, e la sostanza è che per un po’ Michael Cunningham e la biondezza – da vera rockstar, per l’appunto – si sono appartenuti). Invece non ho nessuna incertezza a ricordare che nei capelli di Zadie Smith c’era un fiore, penso una gardenia proprio come Billie Holiday. Tutti uuuhano e aaahano parlando di Gregor Von Rezzori, ma per dieci anni ho nutrito il sospetto che stessero facendo uuuh e aaah per la bellezza sovrumana di Smith.

Altre cose: la lunghezza fiume del reading di Estérhazy, anche lui con la sua penna di fiducia. Smith che siede sul muretto del del chiostro della biblioteca e dondola le gambe come una bambina. Un tramonto dello stesso colore di un mandarino – forse aveva piovuto? Cunningham che è così diverso dai suoi personaggi – lo pensavo torturato, perso a cercare di interpretare gli uccellini che parlano in greco di Virginia Woolf, ma le sue rughe di espressione intorno agli occhi tradiscono una passione per le abbronzature e tante risate. Ma tante. A Firenze, quel giorno, mi è sembrato di capire un po’ di più la vita di uno scrittore di professione grazie a quelle rughette.

E poi. Verso la fine dell’evento, io che sono rinunciataria fin dalla nascita ho fatto invece uno scatto per infilarmi sotto il mento di Cunningham – in un mozzico di corridoio con poca luce e tanti spifferi che forse era incollato a un’infilata di portone che preludeva a una sua uscita dalla biblioteca, o alla mia.

La dedica che cerco non è per me, ma per la persona con la quale ho condiviso la lettura di tutti i Cunningham fino a questo momento, pieghi di libri spediti attraverso l’Italia e l’Europa che ora devono arricchirsi di quello che non so ancora essere l’ultimo esemplare – dopo questa spedizione non ce ne sono stati altri, sia per colpa mia che dell’andamento della carriera di Cunningham. In mezzo minuto gli snocciolo i passi salienti di una specie di lettera di presentazione dei sentimenti, cercando le parole per far capire in lingua altra come mai non ho DNA in comune con una sorellacompagnafigliamadre e che no, non è una storia tragica da film pomeridiano su canale Lifetime, non c’entrano foster parents e affidi temporanei.

Non so come lo sto spiegando, penso molto male, ma se ho capito qualcosa di Michael Cunningham a questo punto è che ha potuto scrivere quell’uno-due di romanzi stupefacenti solo avendo tanta compassione per dei personaggi anche non particolarmente amabili. Anche per me, che non sono un personaggio, in un momento in cui non trovo le parole e cerco l’aiutino da casa nell’aria che è l’unica cosa sulla quale riesca davvero a posare lo sguardo. Qualche volta e completamente fuori luogo penso al biondo platino dei capelli, al color mandarino dell’aria e mi viene in mente Blanche Dubois quando dice di aver sempre confidato nella gentilezza degli sconosciuti. Blanche sono un po’ io e un po’ lo scrittore famoso, che mi fa un sorriso che ancora mi sogno la notte. Ecco, di questa decina di minuti con lui e di tutto un pomeriggio pieno di parole e storie e immagini che escono dalle pagine di libri famosi alla fine mi rimane un gran sorriso – non mi sfugge l’ironia di questa cosa.

Michael Cunningham, per mancanza di una definizione più degna, è una brava persona. Annuisce, si interessa e chiede, alla fine, – Ma posso firmare anche un libro A TE?.   Ed è deliziato quando produco dalla borsa A Walk in Provincetown. Tutto contento quando confesso di averlo preso per l’impazienza di cui sopra. A quel punto tira fuori dal taschino quell’orrore che si è portato dagli Stati Uniti. Anche ad anni di distanza penso sempre sia una brava persona. Peccato per quella penna, però.

 

 

Tra le tante che ci sono, Chiara Papaccio è quella anche giornalista.