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L’orribile fine di Mia Zapata

photo credit: Joe Lencioni (shiftingpixel.com)

Ho trentasette anni, una vita dignitosa e due volte a settimana vado a correre al buio nel parco dietro casa, sperando di non fare l’orribile fine di Mia Zapata. Ma questo è solo l’inizio.

Un inizio che comincia con la scomparsa di una persona e che riporta fino a un oggi in cui altre donne continuano ad andarsene in maniera brutale. Anche uomini tra i caduti, la lista è talmente lunga, ma è come se per la maggior parte di essi il destino avesse già provveduto in vita a smussare gli angoli più pericolosi, per la serie sei tato avvisato più volte e forse nel pacchetto erano comprese altre possibilità, peccato tu te le sia bruciate tutte. Per certe femmine il gioco è diverso, prende la mano e poi tutto il corpo, le trascina in basso, in un mulinello che porta rapidamente all’oblio senza risparmiare loro atroci sofferenze.

Alzi la mano chi si ricorda di Mia Zapata. Alzi la mano chi si ricorda di una punk che all’inizio degli anni Novanta cercava di emergere dalla scena rock di Seattle con la sua band, ma che riuscì a ottenere visibilità solo grazie alla sua morte. Stuprata, soffocata, abbandonata in un fosso senza vestiti, nella posizione di un cristo in croce. Mia non ce l’ha fatta a risorgere però. Forse perché i dettagli sulle sue ultime ore non hanno fatto altro che schiacciarle la testa ancora più nel fango. Mia che sconvolta per il primo anniversario dal decesso della sua amica Stefanie Sargent, chitarrista delle 7 Year Bitch, si aggira sola per le strade della città. Mia che cerca il suo fidanzato allo studio di registrazione, dove lui le aveva assicurato sarebbe andato, ma che non lo trova perché quella notte, Robert Jenkins, ha deciso di spassarsela altrove immaginando che la sua ragazza sarebbe stata troppo occupata per raggiungerlo. A Mia, che era solita sfogare la sua rabbia gridando in un microfono, un uomo ha chiuso la bocca per sempre e questa è una storia che si inietta sottopelle, se glielo concedi, solo come certe verità riescono. Verità che sbiadiscono come inchiostro, ma che non se ne vanno senza lasciare traccia.

Nel 1993 l’affare Mia Zapata, sotto la mia pelle, prende rapidamente il posto della pratica Amanda Sue Bradley. Amanda è un’adolescente e la sua esistenza fa acqua da tutte le parti. Violentata dal patrigno, respinta dalla madre, condannata a morte per omicidio, dopo l’ennesima notte spesa tra violenze, alcol e droghe. Quando Amanda percorre il miglio verde con la catena ai polsi e alle caviglie ha quindici, forse sedici anni, io ne ho tredici e mi sembra che quel precipizio prima o poi toccherà anche a me, toccherà a tutte, solo che non sappiamo quando.

Amanda Sue Bradley per tre anni è il mio pensiero ricorrente, a lei cerco di rivolgermi per capire se un’azione è giusta o sbagliata, è lei che cerco di interrogare per capire se accettare o meno il passaggio su un Ciao da uno sconosciuto, cerco Amanda anche quando mi vengono offerte le prime sigarette e immagino che dietro alla prima boccata possa nascondersi l’abisso di una dipendenza. Ma Amanda al contrario di Mia non è mai esistita.

Amanda ha il volto di Juliette Lewis nel film Too Young To Die? e soltanto molto tempo dopo scopro che è a un’altra ragazza che si deve l’ispirazione per questa fiction. Lei è Attina Cannaday, la sua condanna viene commutata in anni di carcere e poi nel 2008, dopo ventisei anni di reclusione, torna in libertà. Non ho mai visto il volto di Attina se non con l’avvento di Internet e del vediamo un po’ che fine ha fatto quel tizio che amavo così tanto quando tornavo a casa dopo la scuola e che era sempre lì a tenermi compagnia con una serie infinita di stupide battute mal tradotte. Il volto di Juliette Lewis però era bellissimo, perfetto, maledetto, affascinante. Il volto di Mia Zapata lo conoscevo appena. Foto sfocate rubate ai concerti, immagini confuse e tagliate ancora peggio a margine di un articolo su riviste per teenager. Eppure mi è bastato.

Mi è bastato per incidere il suo nome su una candela di Natale, contornarla di incenso, prendere quei ritagli e rinchiuderli in una scatola dove di lì a poco l’avrebbero raggiunta altri nomi e volti sconosciuti ai più, ma per me importanti al punto da mantenermi sufficientemente lucida per restare in guardia. Una sorta di corda tesa legata a un campanello pronto a suonare forte nella mia testa al primo passo falso.

Mia Zapata non ce l’ha fatta. Amanda Sue Bradley nemmeno, ma non è mai esistita davvero. Attina Cannaday invece si, ma chissà se è ancora in contatto con se stessa per ricordarsene. Laura Palmer è una fantasia, ma avrebbe potuto essere reale. Kristen Pfaff se ne è andata proprio come Stefanie Sargent. Quella scatola per un po’ è rimasta nascosta in un’intercapedine tra finestra e termosifone della mia stanza. Un tentativo maldestro di nascondere al mondo il mio destino o quello di altre donne, credo. Poco più in alto, appesa con una corda intorno al collo ondeggiava Bruise Violet, la mia odiata Iridella, a cui avevo tolto i colori e quel sorriso stupido dalla faccia con fuoco, coltello e ceralacca. Anche i suoi capelli erano caduti per lasciare uno spacco evidente sulla testa di gomma. Quei pochi che le erano rimasti in testa, annodati e raggrumati di tempera rossa. Bruise Violet qualche tempo dopo è stata rimossa da quel pubblico martirio e deposta in fondo a un armadio. È ancora lì, insieme alle tavole di figura disegnata che più o meno vantano lo stesso soggetto e una media dell’otto.

Anche quella scatola c’è ancora, negli anni è stata riempita da ritagli di giornale, altre fotografie, disegni, pagine di diario, quaderni con troppi fogli strappati. Quella scatola è il mio salvavita e la porto con me a ogni trasloco. Perché da qualche parte, nella mia testa, c’è ancora una voce che mi mette in allerta e che mi permette di rientrare a casa quasi ogni sera ubriaca, ma salva. Una voce che mi ha permesso di superare tre aggressioni. Una voce che mi ricorda che prima o poi siamo tutte destinate a finire in quella scatola, ma forse per me, non è arrivato ancora quel momento.

Ho trentasette anni, una vita dignitosa e due volte a settimana vado a correre al buio nel parco dietro casa, sperando di non fare l’orribile fine di Mia Zapata.

 

 

 

Laura Gramuglia è speaker, dj, autrice. È stata tra i conduttori di Weejay a Radio Deejay. Ha scritto di musica e stile su “Rolling Stone”, “Tu Style”, ha collaborato al progetto “Deejay nell’Armadio” e al lancio della piattaforma online radio e podcast “Spreaker”. Per Arcana ha pubblicato “Rock In Love – 60 storie d’amore a tempo di musica”, dal quale è stato tratto l’omonimo programma di Radio Capital, da lei ideato e condotto. Il suo ultimo libro si intitola “Pop Style – La musica addosso”. La potete trovare su Twitter.