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Londra, sei bellissima però io me ne vado

Photo Credit: Alessandro Bonvini via Compfight cc

 

Sono sdraiata sulla barella del pronto soccorso del St. Mary’s Hospital a Paddington, Londra.  Mi ci hanno portata in ambulanza nel cuore della notte dopo nove ore in cui ho ripetutamente rimesso prima due biscotti digestive e una prugna, poi bile verdastra, infine probabilmente l’anima, che non so di che colore sia ma dicono pesi 21 grammi. Ho la febbre a 39 da una settimana ma al momento non importa, perché mi hanno dato degli anti-emetici in vena e finalmente non ho più la nausea. Nessun nazgul nascosto nella mia pancia pronto ad artigliare gli organi interni e strizzarmi lo stomaco. Mi pare di stare già una favola, potrei mettermi a ballare il can can o a recitare l’Infinito di Leopardi al contrario.

Invece non lo faccio. Me ne sto distesa con la mia faccia pallidina e l’ago in vena, buona buona. Penso che magari dopo una notte insonne sia arrivato finalmente il momento di chiudere gli occhi e provare a dormire, mentre aspetto che chiamino un’altra ambulanza che mi porti in un altro ospedale, per essere ricoverata. Mi hanno riferito che i valori relativi alle infezioni nel mio sangue sono tanto alti che stroncherebbero un cavallo. La mia urina probabilmente è radioattiva. Quando me l’hanno detto mi è venuta in mente la sigla dei Simpson, con annessa centrale nucleare e pezzo metallico fluorescente che rimbalza per tutta Springfield.

Insomma, cerco di addormentarmi. Chiudo gli occhi, e solo quando le palpebre s’abbassano realizzo quanto siano pesanti. Del resto, non mi faccio una notte di sonno decente da sette giorni. I miei sonni ultimamente sono stati costellati da sudate, sfebbrate, termometri, paracetamolo e corse verso il gabinetto. Sto appena iniziando a entrare nella fase in cui tutto vortica e poi si calma, il tempo si distende, e macchioline rosse danzano davanti alle pupille come immagino fluttuino le particelle al microscopio, quando arriva Lui.

Lo posizionano proprio davanti alla porta della mia stanza, che per caso o karma malevolo è in questo momento aperta, quindi io ho una perfetta visuale della sua testa canuta insanguinata, i capelli incrostati di sangue rappreso che ha macchiato anche il cuscino della barella. Avrà sì e no ottant’anni. Sembra in fin di vita. Respira pesantemente ad occhi chiusi, il petto va su e giù come un pistone. Io penso: Poverino.

Poi arriva un infermiere e mi consegna una provetta per le urine – un’altra. Mi chiedo quanta pipì pensano che io possa produrre nel giro di mezz’ora. Trangugio con sospetto mezza bottiglia d’acqua, prendo la sacca con la flebo, la trascino con me fuori dalla stanza e mi preparo a raggiungere il bagno, che si trova esattamente tra me e il povero anziano dalla testa insanguinata che giace moribondo sulla barella in corridoio, che chiameremo per comodità Poverino.

Se non che, Poverino apre gli occhi, mentre io sono a metà strada con un camice a quadri chiuso sulla schiena con dei lacci, le scarpe da tennis bianche, una provetta per le urine vuota in una mano e una sacca di soluzione salina nell’altra. Immaginate un fotogramma di Ragazze Interrotte, e poi spostate l’inquadratura sul sangue rappreso a grumi tra i capelli bianchi, à la Romero.

Rimango immobile. Poverino mi fissa. Mi sembra di essere stata appena colta sul punto di rubare qualcosa. Non sono nemmeno così sicura che i lacci dietro al mio camice siano chiusi, magari buona parte di pronto soccorso adesso si sta godendo la scena soffermandosi sulle mie mutande a fiori con il bordo scucito. Penso a mia nonna e alla sua fissazione di avere sempre le mutande in ordine, in caso fosse stata ricoverata all’ospedale, e le chiedo scusa mentalmente.

Restiamo così per un periodo di tempo imprecisato, a guardarci l’un l’altro, studiandoci alla lontana come due gatti randagi. Se potessimo, penso ci annuseremmo.

Alla fine apre la bocca, e parla. Ha una voce gracchiante e distante come un vecchio grammofono.

– I am old, and you are young.

Grazie al cazzo, mi verrebbe da rispondere.

I am old and you are young, and we are all going to die.

Ecco, penso, è arrivato Monsieur Lapalisse. Non ce la passiamo tanto bene, oggi, vero, M’sieur? Abbiamo sbattuto la testa?

I am old and you are young.

Silenzio ad effetto.

And you are going to die young.

Questo è troppo. Posso accettare Lapalisse, ma questa versione splatter e attempata di Lana del Rey che mi predice una morte precoce alle otto del mattino mentre io sembro la copia brutta di una pazza uscita dalla seconda serie di American Horror Story è troppo per i miei nervi. Entro in bagno e chiudo la porta con un tonfo, lasciandomi alle spalle anche quella voce inquietante e la sua nefasta profezia.

Mentre sono impegnata a fare la pipì in una provetta larga cinque millimetri, con un ago piantato nel braccio destro e una sacca molliccia e gelida in una mano, i capelli sporchi di due settimane e le occhiaie fino alle ginocchia, penso che sì Londra, sei bellissima, ma io mi sono rotta il cazzo, e me ne torno a casa mia.

 

 

Eugenia Durante ha cominciato a scrivere a sei anni, quando ha capito che non avrebbe potuto fare l’astronauta. Scrive di musica, libri e altre amenità su Rolling Stone e altre testate. Racconta i suoi sogni su eugeniadurante.blogspot.it, ma la potete trovare anche su Twitter  o sul suo sito