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L’etichetta

Photo Credit: Travis S. via Compfight cc

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Non faccio il segno della croce e il prete mi guarda. Sono nel terzo banco; il secondo è vuoto e nel primo ci sono solo mio zio Gianni e mia zia Rosanna. Non c’è protezione tra me e il rappresentante di Nostro Signore. Reggo lo sguardo e no, non farò tutti quei movimenti meccanici che ancora mi verrebbero naturali solo per non subire la sua riprovazione. Ho smesso di credere in Dio tanto tempo fa; forse non ci ho mai nemmeno creduto.

Quello che vorrei davvero dire al prete, invece di Confesso a Dio Onnipotente, è che dal collo della tonaca viola gli spunta l’etichetta. 100% poliestere – Made in Bangladesh – Lavare con colori simili. Chissà se anche la Chiesa si è piegata al basso costo. Vorrei salire sull’altare a controllare, ma non posso: è il funerale di mia nonna e sarebbe sconveniente. La bara è alla mia destra. Legno chiaro, lucido, qualche rosa sopra. Mi colpisce la totale assenza di quel profumo dolciastro che hanno le corone di fiori. Forse sono anche loro made in Bangladesh.

Il figlio piccolo di mia cugina Marica si mette a gridare qualcosa di incomprensibile. Lo zittiscono. La tizia che legge il ripetiamo insieme ha una voce orribile, ma quando canta – perché fa anche parte del coro – si trasforma in un usignolo. I misteri della vita. Il mistero della morte, invece, è a un metro da me in una cassa in ciliegio. Nessuno piange. È un funerale senza lacrime.

Questa constatazione mi riporta indietro di quasi vent’anni, al funerale del mio amico Roberto. Il volto di sua madre è una maschera di dolore, ma non una di quelle maschere che finito lo spettacolo si possono mettere in un cassetto, no; è una di quelle maschere che finito lo spettacolo passano direttamente dal viso al cuore e lì rimangono per sempre. Non credo che dimenticherò mai quella faccia. Nessuna lacrima, solo pietra. Io invece piango, perché a Roberto ero affezionata e non ho ancora perso la capacità di esprimere le emozioni. Con lui andavo in moto, in due senza casco, perché nei primi anni Novanta nessuno si preoccupava della sicurezza stradale; se l’avessero saputo i miei genitori, avrei passato dei guai seri. Ma non l’hanno mai saputo. Andavo in moto con chiunque. In Vespa, soprattutto. Magari dopo che colui che guidava si era appena fumato una canna. O calato un acido. Tra i quindici e i vent’anni ero un’incosciente, ma non sono morta. È morto Roberto, qualche anno dopo. Incidente stradale, di notte. Avevamo fatto la patente insieme e lui mi prendeva sempre in giro perché non sapevo guidare e avevo dovuto fare venti ore di pratica prima dell’esame. Alla Nera Signora non manca certo l’ironia.

Il prete continua a muoversi e quell’etichetta fuori non mi dà pace. È più stonata della mancanza di chierichetti. Dove sono finiti i chierichetti? Dove è finito il turibolo, loro simbolo di potere?

Provo ad ascoltare con attenzione la predica, forse per la prima volta in vita mia. Dobbiamo essere grati al Signore che ci ha donato la nostra sorella Pierina per novantasette anni, certo gli ultimi dieci passati nella sofferenza. Almeno è onesto. Ci ritroveremo tutti al banchetto col Signore. Mi vengono in mente Penelope e i Proci, senza motivo. Poi mi viene in mente Elena, non Elena di Troia, ma la mia amica di quando rischiavo la morte in moto senza casco. Lei aveva un Ciao; il Ciao era davvero scomodo per due persone.

All’improvviso sono con lei e altri amici a grigliare carne nei boschi della Buca del Corno. Alcol, droga e costine. Ho circa diciannove anni ed è sera. Io non bevo e non fumo, sono la classica ragazza perbene. Elena fa entrambe le cose e forse un po’ la invidio. Passiamo da casa sua dopo la grigliata, per andare in bagno; parliamo di mestruazioni e di assorbenti, che sono ancora in formato materasso. Il ricordo è chiarissimo, che cosa buffa. Dopo saliamo in macchina con Mauro e andiamo con gli altri in un bar vicino a Bergamo. Tequila Bum Bum per loro, per me un succo. Prima di rientrare Mauro mi allunga le chiavi della Golf. Non è in grado di guidare ed Elena nemmeno. Mi dice: “Sai che non la faccio toccare a nessuno, ma per favore guida tu”. Rispondo no. Ho la patente da pochissimo e ho paura. Guida lui. Ne usciamo indenni per miracolo.

Cerco di concentrarmi di nuovo sulla messa. All’offertorio mi accorgo con disagio che la so ancora tutta a memoria; anche la parte del prete, anche le canzoni. Dato che non ci sono chierichetti, nessuno suona la campanella al momento della notte in cui fu tradito. C’è silenzio. Non ci sono lacrime. Il figlio piccolo di mia cugina Marica dorme.

Tirati dentro quella cazzo di etichetta.

Per protesta non scambio gesti di pace con nessuno. Guardo la gente sfilare per la comunione; sono quasi tutte persone anziane. Dietro di me un signore canta in verdissimi prati mi piace. Vorrei dirgli che è mi pasce, non mi piace, ma a che pro? La canzone forse è più bella così, interpretata. Tutto mi sembra sempre più costruito, sempre più artefatto. L’unica cosa non finta è la morte, a un metro da me. Penso ancora alle volte in cui l’ho rischiata io.

Un anno e mezzo fa, le sei del mattino, le scale di casa. Sono immobile sul pianerottolo dopo aver percorso tutta la rampa rotolando come nei film. Non posso morire, penso. Devo andare a Parigi, devo vedere Alexandre, che mi ha insegnato il francese quando abitavo là. Se so dire trottinette – monopattino – è grazie a lui. Non posso morire. Mi sale in bocca un sapore metallico, mi gira la testa. Ho paura. Urlo. Urlo tantissimo, io che non faccio mai rumore per non disturbare i vicini. Urlo per ogni gradino che mi ha colpito la testa, le caviglie, le braccia, le ginocchia. Mi portano in casa. Il divano, poi il pronto soccorso. Ho botte ovunque, sangue sparso, ma non mi sono fatta niente di grave. “È stata fortunata” mi dice il medico. “È quasi un miracolo”. La borsa grande ha attutito tutti colpi. Forse anche Mary Poppins la porta in giro per quello, per attutire i colpi. Quelli della vita.

Intorno a me stanno cantando Io credo risorgerò. Finalmente dal nulla sbuca il turibolo. L’odore di incenso mi entra nelle narici. Finalmente un odore. Finalmente il prete ha tolto la tonaca viola e non ha più l’etichetta fuori.

Ci incamminiamo verso il cimitero. Il lago è ghiacciato; alcuni coraggiosi stanno pattinando. Coraggiosi o incoscienti, dipende dai punti di vista. Il ghiaccio non è ancora abbastanza spesso e i funerali potrebbero moltiplicarsi all’improvviso. Ma li capisco. Il ghiaccio sottile è una moto oltre i limiti, è adrenalina. A volte è morte, altre volte ti mantiene in vita.

 

 

 

Serena Cappelli lavora nella scienza, ma ama raccontare storie. Ha un blog di costume su Linkiesta e cura una rubrica di libri e affini su PaperProject. Non può fare a meno di Milano e dei suoi cortili. Su Twitter e Instagram è @naqp.