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L’eredità è una parola

Nene torna su ALP con una storia vera che racconta di gonne, nonne e affetti.

Il martedì mattina di solito mi fermo a bere un cappuccino con Carlotta, al bar di Carlo.

Carlotta porta gli occhiali e sorride spesso, anche se lo fa con un certo imbarazzo, portandosi la mano davanti alla bocca come fanno quasi tutti gli anziani. Non ci sediamo vicine, ma facciamo sempre due chiacchiere, ognuna dal proprio tavolo rotondo, di fronte al cappuccino e alla brioches che “mangiamo solo oggi”.

Carlotta non ha mai indossato un paio di pantaloni. È successo solo una volta in montagna e quando ha chiesto a suo marito come stesse lui le ha risposto: “Male, come tutte le donne con i pantaloni.”

Nonostante il mio ragazzo mi chieda ogni volta perché non mi metto jeans e maglietta, io sono una ragazza con la gonna, alla Venditti. Infatti piaccio molto a Carlotta, che la prima volta che mi ha parlato mi ha detto: “Finalmente una ragazza con gonna e cappotto!”

Carlotta ha fatto per tutta la vita la sarta, che è un mestiere che mi affascina particolarmente. Così, ci siamo piaciute da subito.

Non è da tanto che frequento il bar di Carlo: ci vado una o due mattine a settimana e sto lì per un po’, ad ascoltare i discorsi di Carlotta e delle sue amiche, che man mano la raggiungono e prendono posto al suo tavolino.

Guardarle mi fa pensare a mia nonna.

Mia nonna ha i capelli ricci: lei e mia sorella hanno quelle chiome su cui ci sta bene la lacca, che fanno pensare alle dive del cinema degli anni Cinquanta e agli abiti da sera.

Mia nonna li ha bianchi e lucenti, mia sorella li ha castani e un po’ arruffati: io li ho lisci, ma pensiamo di aver avuto tutte lo stesso castano in origine. Ora io e mia sorella ci siamo tinte così tante volte che non sappiamo da che parte cominciare per ritrovarlo, ma immaginiamo che là sotto, alle radici, ci sia una sfumatura di colore comune.

Mia nonna è nata nel 1922, mia sorella nel 1982. Nei sessant’anni in attesa che nascesse mia sorella, mia nonna è stata bellissima, ha fatto la dattilografa scendendo dai treni in piena notte quando dal cielo cadevano le bombe, si è fatta corteggiare e si è innamorata di un soldato, ha visto gli americani  liberare Milano, si è sposata con mio nonno, è stata una di quelle madri severe e amatissime di cui io ho letto nei libri e poi una nonna che non ha mai voluto essere chiamata nonna, ma sempre e solo Minni.

Minni e mia sorella hanno un rapporto unico e privilegiato, in cui non fanno altro che litigare, come accade talvolta nei grandi amori, per poi sommergersi di carinerie; il loro rapporto inganna la regola per cui mia nonna preferisce da sempre i nipoti e bisnipoti maschi. È un rapporto che è sempre stato sbilanciato, come capita, a volte, nell’amore: prima mia nonna faceva tutto per mia sorella, perché lei era piccola, ora mia sorella fa tutto per Minni perché lei è invecchiata inesorabilmente.

Provo a immaginare Minni ai tavolini rotondi di Carlo, ma faccio fatica perché sono tanti anni che non esce di casa, non ricordo nemmeno più quanti.

Durante le vacanze di Natale le ho fatto compagnia mentre faceva colazione, davanti a una tavola imbandita. La tovaglietta con il disegno del cottage inglese era nascosto dalla roba che ci stava sopra: la sua tazza, il barattolo del miele, le fette di pane sul piattino, la marmellata e il panettone chiuso nel sacchetto di plastica.

Minni mi ha raccontato da dove venivano tutte le cose che stava mangiando e mi ha detto: “Io quando faccio colazione, giro il mondo!“ e si è messa a ridere, con quella risata forte e un po’ amara che le viene ogni tanto, perché lei questo fatto di non riuscire a muoversi a piacimento non l’ha ancora mandato giù.

Mi ha mostrato l’etichetta della marmellata ed era fatta con un frutto esotico, raccolto sulle Ande. Negli occhi luccicanti di mia nonna ho visto il riflesso di mia sorella – i ricci raccolti dietro una fascia, lo zainetto sulle spalle – che andava sulle Ande a prendere tutti gli ingredienti, faceva la marmellata ed entrava dalla porta della cucina di mia nonna con il prezioso barattolo.

Dal 1922 al 2017 mia nonna ha visto così tante cose che è strano immaginare come non possa avere idea di cosa ci sia ora fuori da casa sua.  E in effetti un’idea chiara nella sua testa c’è e ha le sembianze agili e minute di mia sorella, che si fa in quattro per raggiungere tutti i posti dove Minni non può più arrivare.

Mentre mia nonna mi diceva che per lei la colazione è il pasto, o addirittura in un certo senso, la cosa più importante della giornata, è venuto da ridere anche a me. Ho pensato che pure mia madre dice sempre così e, se lo chiedete al mio ragazzo, lui dirà che quella frase appartiene a me.

È stato in quel momento, davanti a Minni che mangiava di gusto, che mi sono detta: mi sa che è questa l’eredità. Non le cose che ci vengono lasciate, ma quegli atteggiamenti e le piccole convinzioni che mentre tutto intorno cambia vorticosamente sopravvivono, passando da una persona all’altra.

Minni è morta da poco: da così poco che non riesco ancora ad usare il passato, parlando di lei. È morta in maniera molto elegante, come le sarebbe piaciuto: senza disturbare nessuno, nel sonno. L’ultima volta che l’ho vista, pochi giorni prima che morisse, non era agghindata come al suo solito. Quella sera, per caso, l’avevo sorpresa già in camicia da notte, il viso pulito, gli occhi grandi, i ricci argentati.

Per un attimo ho visto mia sorella in lei: per un istante mi sono specchiata io stessa in Minni e ho visto la mia vecchiaia.

Da quando mia nonna è morta, sono ossessionata dall’eredità, da quello che adesso vuol dire per me quella parola, dalle tracce che restano addosso agli altri quando le persone a loro vicine muoiono. Guardo i miei famigliari con un’attenzione nuova, un po’ commossa e, a volte, preoccupata e indagatrice.

C’è qualcosa di mia nonna che resterà sempre vivo in noi, c’è qualcosa di lei – di luccicante, volitivo, un po’ prepotente e molto affettuoso – che vedrò sempre dentro mia sorella.  Una mia cara amica mi ha mandato una mail quando ha saputo della morte di mia nonna. Diceva: Ogni giorno ci svegliamo, facciamo colazione, andiamo al mare, mettiamo le luci di Natale. Il presente non finisce mai.

E io credo sia vero.

C’è anche da dire che Silvia, la migliore amica di mia sorella, vive alle Galapagos e per Natale le abbiamo mandato un biglietto di auguri, scritto da noi femmine della famiglia. Mentre sono qui a raccontare il biglietto ancora non è arrivato a destinazione. Da qualche parte, quindi, in un punto imprecisato tra l’Italia, l’Oceano Atlantico, l’Ecuador e le isole Galapagos, c’è la voce di mia nonna, viva, che augura di cuore delle cose belle a Silvia, padroneggiando con la grazia della sua bellissima calligrafia, da sempre motivo di vanto, verbi al presente e al futuro.

Ultimamente ho intensificato le visite al bar di Carlo: resto lì quanto tempo posso a origliare i discorsi di Carlotta e delle sue amiche. Discorsi in cui loro stesse non sono mai protagoniste, ma sempre comprimarie, discorsi in cui si preoccupano continuamente per qualcun altro: i figli, i nipoti, le nuore. L’altro giorno una di loro ha detto: “Che poi, cosa continuano a lamentarsi queste ragazze, l’hanno voluta loro la parità e adesso se la tengono!”

Sentire questa frase non mi ha fatto arrabbiare neanche un po’, come sarebbe successo se l’avessi ascoltata da qualsiasi altra parte: mi ha fatto guardare le scarpe di mia nonna e il suo impermeabile, le cose di lei che ho portato con me e che indosso, pensando a quanta strada hanno fatto.

Quando facevo il liceo, dormivo accanto alla stanza dove Minni vedeva la tv la sera. Mi addormentavo con il suono dei programmi che stava seguendo a tutto volume: quella è stata la mia ninna nanna da adolescente e, quando ero altrove, senza quel chiacchiericcio in sottofondo facevo molta fatica ad addormentarmi. Ancora oggi, quando mia zia e mia mamma mi vengono a trovare nella mansarda soppalcata in cui vivo per metà settimana, il momento più prezioso della loro visita sono quei minuti rassicuranti prima di dormire in cui sento le loro voci al piano di sotto.

Quando penso alla me stessa mamma del futuro, mi domando con un certo timore come sarà dover essere il conforto vigile di qualcuno.

Nelle notti in cui non riesco ad addormentarmi ci sono un paio di pensieri a cui mi aggrappo con regolarità. Spesso penso a casa, e intendo il lago dove vive mia sorella, dove io ho passato tutte le mie estati, dove c’è la casa dei signori Pallini che per me sono i miei antenati, dove ogni cosa è ferma in un posto e non si muove mai. Altre volte penso all’Isola d’Elba, un altro luogo che associo alla mia infanzia. Mi concentro sulla sensazione del sole caldo già al mattino presto, quando io, mio padre e mia sorella andavamo a nuotare prima di colazione, dopo aver salutato mia madre, che ci aspettava tranquilla, facendoci qualche foto dalla finestra della camera.

C’è una foto scattata all’isola d’Elba a cui mi capita di pensare spesso ultimamente: ci siamo io e mia sorella, abbiamo sette e undici anni e siamo sedute sul piccolo lettino nell’appendice della stanza dei miei genitori, dove dormivano noi bimbe. Nostra madre ci ha appena asciugato i capelli con il phon e portiamo due completi simili, con delle magliette fantasia dai colori sgargianti e dei pantaloncini flou. Io rosa, lei blu. Io stringo mia sorella con le mie braccia grassocce e un gran sorriso, lei sorride a sua volta, nella stretta. Abbiamo le teste vicinissime, con i miei codini lisci e i suoi ricci, e le guance appiccicate e guardiamo intensamente nell’obiettivo, come se potessimo vedere il nostro futuro – i cambiamenti che ci aspettano, le persone che siamo destinate a diventare – riflesso là dentro.

 


Irene Roncoroni vive tra Torino e Milano. Promuove progetti creativi un po’ dappertutto ed è per loro che si è inventata TAGLIA E CUCI Off. È nata in riva a un lago e scappa al mare ogni volta che può. Sui social (e non solo) la chiamano Nene.