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Le sedie da giardino

Photo credit: Silvia Costantino

 

Il giorno in cui io e mia sorella prendiamo il furgone di mio padre per andare a Grosseto nella mia memoria ha i colori di una giornata di fine estate, nonostante in realtà avvenga negli ultimi giorni di novembre. Forse me lo ricordo così perché l’Aurelia nella mia mente è legata al mare, forse perché è una giornata di transizione. Una di quelle che se fossimo in un film indie avrebbe i colori aranciati e la musica un po’ country che ci accompagna mentre il sole cala e noi abbiamo fatto un lungo viaggio e siamo stanche ma un po’ più consapevoli, un po’ più vicine.

Io e mia sorella da sempre riusciamo a parlare solo quando stiamo di fianco. Di fronte, guardandoci in faccia, non ci diciamo mai niente. Io in genere penso che è colpa sua, perché lei ha preso da mia madre e mia madre si sa che a comunicare ha dei grossi problemi. Quando eravamo adolescenti per dirci le cose importanti ci scriveva delle lettere, con la sua scrittura a zampe di ragno, ce le lasciava sulla scrivania o dentro al diario. Lei e mia sorella si sono scritte lettere per anni, ma con me la corrispondenza è durata poco, perché che mia madre non mi guardasse negli occhi per dirmi le cose importanti io non riuscivo a sopportarlo e così un giorno ho preso tutte le sue lettere – belle lettere, di comprensione e di empatia – e le ho bruciate sul balconcino di camera mia.

La prima volta che mia sorella mi parla sul serio siamo a Roma. Io vivo lì con i nostri genitori, lei studia a Perugia e ogni tanto ci viene a trovare. Io ho diciotto anni, lei ventidue, però fra di noi lei è sempre stata quella con l’aria più indifesa e quando usciamo mia madre si raccomanda più con lei che con me. Io, che vivo a Roma da una manciata di mesi, ho imparato un po’ le strade e i numeri degli autobus e mi atteggio a ragazza scaltra di metropoli, anche se in realtà sono cresciuta, come mia sorella, nella provincia più immobile e innocua. In ogni caso quando andiamo in giro per Roma sono io che decido le strade e gli autobus e spesso sbaglio strada e sbaglio autobus, ma tanto non abbiamo niente da fare quindi va bene così. Più che altro andiamo in centro, ma ogni tanto anche nel quartiere Talenti, dove un tempo abitava nostra nonna, perché sulla via Ugo Ojetti ci sono tanti negozi e anche lo Zio d’America dove fare merenda con i supplì. E mentre camminiamo per tornare a casa, un pomeriggio che ha fatto già buio, mia sorella per la prima volta mi parla. Mi racconta dei suoi problemi con i ragazzi, parla d’amore e di mancanza d’amore. E io sono così stupita che si confidi con me, che mi chieda consiglio nonostante sia la mia sorella grande, che possa avere problemi di cuore, proprio lei di cui sono sempre tutti innamorati.

Nel corso degli anni succede che ogni tanto mi parla di nuovo, sempre così, mentre facciamo altro, soprattutto mentre camminiamo o siamo in macchina. Mai davanti a una tazza di tè, men che mai al telefono, un pochettino a volte in chat. Col passare del tempo capisco che mi parla solo quando c’è qualcosa che non va e che se non mi parla vuol dire che sta bene. Realizzo anche che non è con me che ha dei problemi a parlare, che lei è proprio così lei, come mia madre e per certi versi anche come mio padre, che a raccontare aneddoti e barzellette è sempre stato pronto, ma ammettere di avere un problema non l’ho sentito mai. Io invece, forse per reazione, racconto i cazzi miei nei minimi dettagli. Ogni volta che mi succede qualcosa la racconto a Elena o a Gabriele o a Francesca. Delle cose belle ridiamo insieme, di quelle brutte spesso pure, ma prima le analizziamo, le scrutiamo da ogni lato, ce le raccontiamo e ri-raccontiamo fino a quando hanno perso tanto peso che diventano inoffensive.

Durante le fasi più orribili della malattia di mio padre, quando lui ormai non è più lui, per la prima volta nella mia vita ho dei problemi a raccontare. Per tutto il tempo ho questa sensazione fortissima di incredulità, mi pare impossibile che questa cosa stia succedendo a noi, e per farmene una ragione continuo a ripeterla nella mia testa, riformulandola sempre con parole diverse, cercando un modo in cui acquisti senso. Ma nonostante le riformulazioni, i giri di parole, le note ironiche e le metafore argute, quello che sta succedendo non ha senso. E’ irraccontabile e io me ne vergogno. Mi vergogno che mio padre sia malato, che sia impazzito, che mia madre non dorma da mesi perché lui la notte grida. Mi vergogno di cosa penseranno i vicini, di tutte quelle grida. Mi vergogno quando ci dice che siamo delle negriere, che lo stiamo seviziando, che non vede l’ora di morire. Mi vergogno quando lo portiamo in giro per la strada sulla sedia a rotelle e lui ha quello sguardo spento e smarrito. Mi vergogno quando ci vengono a trovare dei parenti e lui pianta un casino perché dice che bisogna riportare i pasticcini alla ferramenta, subito, subito, prima che chiuda. Mi vergogno a dire che quando lo portiamo su e giù per le scale, io vorrei farlo cadere, spaccarsi la testa, che così questa cosa finirebbe. Perché la morte almeno si può raccontare, la morte è dignitosa, ci sono un sacco di cose argute e sagge e anche spiritose che potrei dire sulla morte. Invece questa cosa qui, io non riesco a dirla.

Per uscirne viva, per non impazzire anch’io, mi sforzo comunque di raccontare l’irraccontabile. Lo dico un po’ a Elena, a Gabriele, a Francesca, ma non molto, non tutto. Dico di più a Giorgio e quando poi mi abbraccia mi aggrappo alle sue spalle, al suo collo lungo, come se la sua pelle potesse salvarmi. Per tutto il resto del tempo cerco di pensare ad altro e non ci riesco quasi mai. Non mi do pace pensando a quanto sono vigliacca, con i miei quattrocento chilometri di distanza, mentre mia sorella sta lì con loro tutto il tempo e mi chiedo come fa, mi chiedo se dorme almeno un po’, mi chiedo se parla con qualcuno. Io vado a Roma spesso, ma poi appena posso scappo a nascondermi nel mio bell’appartamento di Bologna, che a mio padre piaceva tanto e che ora si è confuso fra le immagini sfuocate che popolano la sua testa. L’appartamento dove è venuto a trovarmi, quando camminava già a fatica, portando in valigia un prosciutto intero, perché lo sapeva che il crudo io con le mie risorse da precaria non me lo concedevo quasi mai, e due pannelli da montarmi in cucina, perché se no quelle pareti vicino ai fornelli si sarebbero riempite di schizzi di sugo. Poi i pannelli avevo dovuto attaccarli io perché a lui tremavano troppo le mani e quand’era il momento di ripartire aveva dei dolori così forti che avevo dovuto accompagnarlo alla stazione in taxi e l’avevo lasciato là sul binario, che cercava di sorridermi, piegato in due.

Il giorno in cui io e mia sorella prendiamo il furgone per andare a Grosseto nostro padre è morto da meno di dieci giorni. A me guidare il furgone è sempre piaciuto, perché mi fa sentire potente, come una cowgirl o una spia russa o un’altra di quelle donne fatali dei film. Qualche volta, anni prima, avevo preso il furgone per andare a ballare. Passavo a prendere Elena e andavamo a San Lorenzo, tutte agghindate con i tacchi e la gonna, il profumo e il rossetto, nel nostro furgone carico di trapani e di sacchi di cemento. E ci piaceva da morire quando, ferme al semaforo o mentre parcheggiavamo, gli uomini ci guardavano perplessi e divertiti.

Dobbiamo andare a Grosseto per recuperare dei mobili con cui nostro padre ha arredato un appartamento per i suoi operai, circa sette mesi fa. A fine primavera, quando era già malato ma non era ancora pazzo, gli hanno assegnato questo grosso lavoro di ristrutturazioni in un casale di campagna fuori Grosseto, da fare durante l’estate. Lui era contento perché con questa seccatura del tumore non aveva lavorato molto negli ultimi due anni, aveva dovuto lasciare a casa i suoi dipendenti e pure noi eravamo rimasti senza un soldo, quindi questo lavoro a Grosseto cascava proprio a puntino. Così ha affittato un appartamento, per i suoi operai, perché ci dormissero durante i lavori, e l’ha arredato. Ha portato un po’ dei mobili che erano stati della nostra casa in montagna – ai tempi in cui potevamo permetterci una casa in montagna – e quello che mancava l’ha comprato. Era tutto pronto. Doveva solo fare un salto in ospedale, farsi asportare questa stupida nocciolina che gli premeva nel cervello, un paio di settimane di convalescenza e poi sarebbero partiti i lavori.

All’andata guido io, facciamo un pezzo di autostrada e poi l’Aurelia e quando arriviamo chiamiamo Luciano il dentista, che di mio padre era molto amico e che conosce il tizio che ci deve aprire l’appartamento. Il tizio però è a pranzo e quindi Luciano porta a pranzo anche noi. Luciano ci parla di papà, di quanto fosse adorabile e zuccone, ci racconta qualche cosa buffa che hanno fatto insieme. Quando torniamo all’appartamento il tizio ci apre e lui e Luciano ci danno una mano e ci guardano meravigliati mentre ci mettiamo all’opera. Io e mia sorella, che di traslochi ne abbiamo già fatti tanti, alziamo tavoli e impiliamo comodini con una destrezza che sembra che nella vita facciamo solo quello. Ci mettiamo un po’, perché l’appartamento è pieno di roba, e dobbiamo fare un gioco di incastri per infilare tutto nel furgone. Nel frattempo varie teste si affacciano alle finestre che danno sul cortile. Mi chiedo cosa penseranno questi abitanti della campagna grossetana di queste due belle ragazze minute, che in un pomeriggio di fine novembre caricano un furgone di mobili vecchi e poi sgommano via sotto il sole.

Al ritorno guida mia sorella ed è la prima volta che guida il furgone. Io un po’ la incoraggio, un po’ la prendo in giro, le scatto delle foto perché mi fa troppo ridere vederla guidare il furgone, lei con quelle sue mani da pianista e i modi da nobildonna. Sono allegra di un’allegria esasperata e un po’ isterica e mi metto a parlare senza sosta. Dico quanto diavolo è assurdo, che abbiamo pagato l’affitto di quell’appartamento per sei mesi e che non ci ha mai dormito nessuno, neppure una notte. Dico che almeno avremmo dovuto andarci a fare una vacanza, anche se la campagna di Grosseto non è questa grande attrattiva, però magari lì intorno ci saranno degli agriturismi, faranno la pasta al ragù di cinghiale. Dico che comunque potremmo aprire una ditta di traslochi, tanto siamo brave, che magari è un buon modo per alzare due soldi. Dico che i nostri genitori sono stati completamente folli, negli ultimi trent’anni, e che a sperperare tutti quei soldi sembra quasi si siano messi d’impegno. Dico che la generazione del boom degli anni Ottanta ha fottuto il nostro futuro e che solo degli idioti possono essere così ottimisti. Dico che io una casa non potrò comprarmela mai. Dico che quando papà si è ammalato, prima di diventare pazzo, avrebbe dovuto sedersi, fare due conti, magari aprire un’assicurazione, mettere da parte gli ultimi spiccioli. Dico che invece lui ci ha comprato i mobili per l’appartamento per gli operai a Grosseto e che gli ha comprato pure i coprimaterassi, che io a Bologna non ce li ho mai avuti, e lo sciacqua-insalata e pure le sedie da giardino. Dico che sulle sedie da giardino c’è ancora attaccata l’etichetta col prezzo, che le ha pagate 14 euro e 90 l’una. Dico ma che cazzo spendi 90 euro di sedie da giardino quando sono due anni che non hai i soldi per pagare le tasse e hai una moglie casalinga e due figlie precarie e sai che ti devi operare di tumore al cervello. Dico ma quanto cazzo bisogna essere stupidi per pensare di essere immortali.

E mia sorella ride e guida, un po’ timorosa quando deve sorpassare, e mi dice che è l’ora che mi muova a diventare una scrittrice ricca e famosa, ma che insomma nell’attesa in qualche modo faremo. E intanto fuori il sole scende, mentre riscendiamo per l’Aurelia, ce lo ritroviamo che batte sul parabrezza, e io non ho nessuna voglia di arrivare, perché mi piace stare lì, sul furgone con mia sorella, in quella giornata assurda che è una delle ultime prima di tornare a Bologna, di riprendere la mia vita, cercando di rilassare i muscoli e di scordare le grida, di ricominciare a lavorare e andare al cinema e raccontare aneddoti e cucinare e schizzare le pareti di sugo, chiedendomi se potrò mai sentirmi di nuovo leggera.

 

 

Vanessa Piccoli è nata a Roma nel 1984. Da allora ha cambiato sei città, undici appartamenti, tre corsi di laurea e innumerevoli progetti lavorativi. Attualmente fa un dottorato nel ramo più fricchettone della linguistica un po’ a Lione e un po’ a Bologna. Di quando in quando scrive su Ultima Sigaretta.