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Le radiazioni non creano supereroi

by Neil Milne - CC BY SA 2.0

Avevo detto che volevo ridere, quindi iniziamo con Simonetta Spissu in un reparto di oncologia. Non è uno scherzo, non è un ossimoro, è una storia vera.

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«Sei qua per la radiometabolica?»
«…»
«Ti ho riconosciuta dalla bustina coi limoni.»

Quelli che fanno la chemio hanno i capelli corti, quando non li hanno persi, e magari in fila in accettazione l’approccio è simile: «Ciao, sei qua per la chemio? Ti ho riconosciuto dalla pelata.»

Una delle prime cose che impari quando ti diagnosticano un tumore è che ci sono quelli di serie A e quelli di serie B. Noi del cancro alla tiroide giochiamo in un campionato minore.

«Sai cosa dicevo sempre ai miei studenti? Che se proprio dovevano augurarmi un tumore, almeno che fosse alla tiroide!» mi aveva detto il chirurgo. Sorrideva. Praticamente una passeggiata di salute, allora. Prima di lasciarmi un sorriso dentato alla base del collo mi aveva rassicurata: «C’è solo il 10% delle possibilità che abbia anche lei un carcinoma come sua sorella.»

E invece, eccomi con la mia bustina di limoni. Quelli col tumore di serie B sono dei ciucciatori seriali di limoni. Si dice che stimolino la salivazione.

Ci fanno portare valigie da trasloco con dentro un cambio di tutto: le radiazioni ti impregnano i pigiami, le mutande. Una doccia ogni giorno, i capelli esausti, gli intestini atrofizzati. Una troupe intera di infermieri ci accoglie come se fossimo dei parenti in visita durante le feste. Io penso che l’unico modo di ringraziarli sia tenermi alla larga il più possibile.

Ci è concessa qualche chiacchiera tra un liquido di contrasto e una radiografia, prima che ci convertano in bombe atomiche umane che alitano morte sui vetri. Gli infermieri ci spiegano che alle ore 20:00 ci daranno da mangiare il pasto più indigesto della nostra vita (la pizza al kebab non conta) e ci mostrano questa pillolina contenuta in un astuccio piombato che pesa più di noi. La pillolina ha sopra il simbolo a cui tutti pensano se immaginano un’area contaminata.

Per ingerire la pillolina non possiamo toccarla, ma dobbiamo estrarla con un sistema probabilmente pensato da un laureando del politecnico con un’inclinazione al sadismo, nipote di sicuro del creatore della prima confezione soffoca-bimbi degli ovetti kinder.

Un infermiere ci dà ripetizioni: «Dovete avvitare questa cannuccia in senso orario, agganciare la capsula, aprire il tappo, mandare giù, e chiudervi subito in stanza.» Poi aggiunge: «Occhio che ne avete una sola a testa e se vi cade bisogna andare a cercarla.» Strizza l’occhio e io già mi vedo in questo numero grottesco con la patata bollente che mi scivola in una grata irraggiungibile.

Il medico del reparto è una donna con i capellli sfibrati dalle tinte. Mi spiega che un microscopico pezzetto della mia fu-tiroide è sopravvissuto all’intervento, ma non mi devo preoccupare, difficile che abbia riprodotto il tumore altrove. Spero che non mi dica che le possibilità sono solo del 10%. Penso all’altra ricoverata, sulla sessantina, al suo secondo giro di giostra, che ha avuto una recidiva a distanza di ben dieci anni. Sorrido.

La dottoressa mi avverte anche che l’assunzione dello iodio radioattivo a volte ha degli effetti collaterali, ma non è mica detto. Mi ricordo un po’ troppo lucidamente di questo slancio di ottimismo quando comincia il valzer di nausea, emicrania e sapore metallico sotto la lingua. Niente paura: basterà mettersi il limone in bocca.

Ore dopo me lo sconsigliano, anzi me lo fanno buttare perché anche solo la sua vista potrebbe nausearmi.

C’è un’altra cosa che capisci quando indossi i panni di Cernobyl post esplosione: espellere è il tuo unico obiettivo. Ed è qui che la storia si fa stressante per davvero, perché somiglia fin troppo a quello che già ti ammorbava fuori: la prestazione. I rari momenti in cui incroci a debita distanza gli altri ricoverati la domanda di routine è sempre: «Sei riuscita ad andare di corpo?» Una domanda elegante.

Poi chiama il medico al telefono e ti chiede: «Ha evacuato?»

Poi bussa l’infermiere e: «Ce l’ha fatta ad andare in bagno?»

Le altre, puoi origliarlo, sono già avanti rispetto a te di una cagata. Io non sono una persona elegante.

Ho sempre convissuto piuttosto pacificamente con la pigrizia del mio intestino: lo sono io, perché pretendere qualcosa di diverso da terzi? Ma non ho mai avuto un mostro di feci tossiche in corpo.

Il terzo giorno volano parole grosse. Parole che terminano in –INO.

«Perché la questione è questa,» mi fa l’amica infermiera dal bel sedere «i ricoverati per problemi del vostro tipo hanno predisposizione alla stitichezza, poi il cambio di abitudini non aiuta, poi lei ha preso le pastiglie contro la nausea, giusto?» «Sì, perché neppure non riuscire a bere e mangiare aiuta.» «Ecco, ma una delle controindicazioni di quel farmaco è proprio la stitichezza.»

E allora gli diamo un nome a questo figlio dell’era della bomba a idrogeno? Io pensavo a Nagasaki ma sono aperta a suggerimenti. Mi sembra che l’infermiera sorrida mentre mi dice «Quindi clister-INO stasera?»

Era una domanda? Mi sembrava che sorridesse.

Chiude la porta e io sul cesso raccolgo le poche energie per simulare un parto che non avrà mai luce. Fantastico sulla mia caricatura da acrobata mentre cerco di capire come posizionare un clistere fai da te. Poi imbratto le pareti con acqua calda e radiazioni.

Chissà le altre come si collocano nella champions league delle viscere allegre. Sarò abbastanza performante rispetto ai miei concorrenti in questo improbabile colloquio di lavoro?

Penso al fisico medico, una specie di mancato modello che misura la nostra radioattività giorno per giorno. Un’altra delle beffe del cancro alla tiroide è che ti può capitare di imbatterti in un figone e non solo sei in tenuta da campo, non solo la tua faccia pare la sacra sindone spiegazzata, ma in più per lui sarai solo quella che ha cagato di meno di tutti.

Mi affaccio alla finestra blindata. PER TUTTI E’ PROIBITO APRIRE QUALSIASI FINESTRA, recita un cartello. Un’altra delle attività ludiche concesse a quelli come noi. Poi ci sono le maratone dei 15 m2 attorno al letto, la corsa sul posto, gli stiramenti in corner, il ballo del mattone.

Fare jogging in stanza è un’altra frontiera del sarcasmo. Lo farò sicuramente, anche perché noi della tiroide siamo monitorati con una rassicurante telecamera e io ho sbirciato per troppi anni il grande fratello per non dimenarmi coi R.E.M. in sottofondo. Regalo questo movimento di bacino all’intera equipe del reparto.

Si avvicina l’ora del clister-INO, la tv si è rotta, la cena è stata servita all’ora della merenda, bere nausea, ciucciare nausea, masticare nausea. La stanchezza pre-narcolessia, il metallo nella saliva, le porte chiuse, pastiglie, gocce, lassativi.

Il cancro alla tiroide non salirà mai in classifica tra gli altri candidati cancerogeni, io non mi troverò mai sul podio degli intestini dinamici, però io il sorriso del mio chirurgo ancora non me lo spiego.

Ma sono ragionevolmente sicura che qualche maledizione gli sia arrivata a casa.


Simonetta Spissu è nata a Sassari nel 1989, vive a Torino da 7 anni e si è accorta di questo solo nel momento in cui le hanno chiesto di scrivere una biografia. Ha scritto articoli su qualsiasi cosa, comprese le melanzane, e qualcosa di narrativamente decente per Dailystorm, SuigenerisLost&found, C.A.C.C.A e Abbiamo le prove (è una recidiva). Nel lontano 2012 è stata finalista al Premio La Giara. Attualmente coltiva manoscritti anonimi nel suo cassetto. Su Twitter è @SimonettaSpissu.